Robert Smythe Hichens.
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DOPO IL VERDETTO.
Parte 2.
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Titolo originale: After the verdict.
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1929. A. Salani Editore, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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CAPITOLO 18.
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Quattro giorni pi tardi, dopo un periodo durante il quale la strana calma del piccolo Clive persist, egli fu ripreso a un tratto dalle convulsioni: sotto i loro attacchi quel po' di forze che v'erano in lui vennero a mancare; la sua possibilit di resistenza and stremandosi; il sesto giorno, verso sera, il piccino spir.
Fu seppellito in un cimitero di campagna, nel villaggio di Mayling, nel Surrey, non molto distante da Londra dove i genitori di Viviana avevano una villetta nella quale spesso andavano d'estate dal venerd al luned. Quella non era mai stata casa di Viviana poich l'avevano comprata dopo il suo matrimonio, ma ella desiderava che il suo bambino riposasse in quel camposanto, non potendo sopportare il pensiero di seppellirlo in un affollato cimitero di Londra. Il camposanto di Mayling era circondato da verdi praterie ondulate e da boschi fronzuti; tra i filari degli alberi che vi s'incrociavano crescevano fiori; le dolci pendici del Surrey parevano vigilarlo a breve distanza, sembravano tenerne lontano il brusio del mondo con calma fermezza, sentinelle della natura, l poste per impedire che fosse disturbato il lungo sonno di un pargoletto che aveva aperto gli occhi alla vita senza per altro esser destinato a conoscerla.
Al funerale, fatto dal pastore del villaggio, un vecchio che viveva placidamente in quel luogo da quasi quarant'anni adempiendo ai suoi semplici doveri, fu recitata questa preghiera del secolo decimosesto:
"Signore, sii a noi sostegno per tutta la giornata di questa affannosa vita, sino a che non scendano le ombre e venga la sera che da noi allontani il mondano rumore, quieti la febbre della vita e ponga termine al nostro lavoro. Allora, Signore, nella tua misericordia, accordaci sicuro asilo, santo riposo e pace perpetua in Ges Cristo signor nostro."
Quando Viviana domand al signor Bainbridge, cos si chiamava il vecchio pastore, di dire presso alla tomba quella preghiera, egli la guard con dolcezza per un momento prima di rispondere con la sua debole e placida voce, che era come la voce senile di una creatura eterea:
Codesta  una bella preghiera; forse la pi bella ch'io conosca: ma vi sembra proprio che convenga inalzarla a Dio per il funerale di un bambino cos piccino?
Il mio piccino non la udr, ella disse, ma la udranno i suoi genitori: vorrei che la diceste per noialtri, se non vi rincresce, per suo padre e.... per me. Noi abbiamo bisogno di quella preghiera.
Cess di parlare, poi soggiunse:
So che i cattolici pregano per i morti: posso sbagliare, ma mi sembra che i morti non abbiano bisogno delle nostre preghiere; pure potrebbe anche darsi di s, non saprei, la preghiera pu aiutare chi rimane in vita; in ogni modo sento che vorrei detta quella preghiera presso la tomba del mio bambino, se non vi dispiace.
La dir ben volentieri, replic il vecchio pastore.
E quando cominci a recitarla, ritto accanto a Clive e con gli occhi chini sulla buca scavata nella terra del Surrey dove il mimmino giaceva sotto i fiori, Viviana la ripet sottovoce con lui. Clive, rigido e con lo sguardo rivolto al florido verdeggiamento estivo che li circondava, afferrava qualche brano della preghiera che usciva dalle labbra di lei: "questa vita affannosa.... allontani il mondano rumore.... sicuro asilo.... pace...." Gli uccelli cantavano; l'erba ondeggiava al lieve venticello, tremolava come se fosse dotata della vita a cui il pargoletto aveva cos presto rinunziato. Il cielo era azzurro e pareva inarcarsi pi del consueto. Viviana alz gli occhi dalla tomba e istintivamente contempl il cielo; e a un tratto le si fece presente una giornata del passato, la giornata in cui Clive era stato assolto, ed ella stava presso la finestra in casa della signora Baratrie e guardava il cielo sopra il Parco. Oh, tuffarsi in quell'azzurro, inabissarvisi.... Che cosa sarebbe? Sperdersi, sperdersi, per l'azzurro incommensurabile; svanire dal mondo, in quella vita celeste! Sentirsi estranei alla terra! Che sollievo! Per un momento ella aveva sognato a quella finestra allorch il destino di Clive pendeva nella bilancia; e su lei v'era l ancora l'azzurro. Ma un po' pi di un anno era ormai trascorso e Clive e lei erano marito e moglie, e gi il loro bambino se n'era volato via. E le pareva di vedere il piccolo Clive, come una macchia bianca in lontananza che si disperdesse nell'azzurro.
"Amen!"
Era finito: Viviana tocc la mano di Clive, e quella mano era di gelo; ella ritrasse repentinamente la sua.
Tutte le volte ch'ella ripens poi a quel giorno, vedeva una macchia bianca disperdersi in lontananza nell'azzurro, e sentiva il gelo della mano di Clive.
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CAPITOLO 19.
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La causa di Clive per calunnia contro sir Aubrey Sabine doveva discutersi all'Alta Corte di Londra dopo le lunghe vacanze, dinanzi a un giudice e a una speciale giuria. V'erano gi stati i preliminari: Roberto Martin aveva inviato a Sabine la lettera seguente:
"Signore,
" venuto a conoscenza del mio cliente, signor Clive Baratrie, che di recente, dinanzi a parecchie persone, nella villa di lord Dartree, presso Cannes, sosteneste che voi e altri membri della vostra famiglia eravate certi che il signor Baratrie s'era reso colpevole dell'uccisione della signora Sabine, vostra zia. Inoltre voi aggiungeste che il ben noto attore, signor Vilfredo Heathcote, e altri avevano la stessa convinzione. Quando sosteneste ci, voi sapevate bene che il mio cliente, dopo un lungo ed esauriente processo, era stato dichiarato "non colpevole" della morte di quella sventurata signora; e io posso soltanto desumerne che tale affermazione fu fatta col malevolo scopo di danneggiare il mio cliente socialmente e in altra guisa.
"Dal mio studio legale mover dunque un procedimento contro di voi riguardo al sopra esposto.
"Vostro devotissimo
"ROBERTO MARTIN."
In replica a quella comunicazione, era venuta una lettera da sir Aubrey, evidentemente scritta in fretta e senza previo accordo con un legale, nella quale egli aveva cercato di trattar tutta quella faccenda come un'assurdit; aveva ammesso che trovandosi in conversazione con parecchi amici poteva darsi che gli fosse sfuggita qualche parola avventata riguardo alla triste morte di sua zia, alla quale egli aveva voluto molto bene; ma aggiungeva che naturalmente accettava la sentenza di un giudice e di una giuria sulla piena innocenza del signor Baratrie circa il delitto del quale era stato accusato. Egli aveva soggiunto che sebbene non si potesse ricordar di aver detto sul signor Baratrie niuna cosa che fosse in alcun modo incriminabile, avrebbe il piacere di mandare al cliente del signor Martin un'esauriente ritrattazione per qualsiasi incauta parola ch'egli potesse aver pronunziata, se tale ritrattazione, fatta per iscritto, potesse "mandare tutto a monte".
Quanto al signor Vilfredo Heathcote, ricordato dal signor Martin, doveva esservi qualche errore: il nome di quel gentiluomo non era stato messo innanzi nella conversazione a cui si alludeva. Lui, sir Aubrey, era addirittura certo di non aver fatto menzione del signor Heathcote, che, per quanto egli si ricordava, non gli aveva mai fatto nemmeno una parola sulla triste morte di sua zia o sull'accusa portata sul signor Baratrie. Qualunque cosa potesse fare per chiarir le cose egli era pronto.... ecc. ecc.
Come Roberto Martin aveva fatto rilevare a Clive, quella era la risposta di un codardo scritta affrettatamente, alla peggio, sgrammaticata e incongruente. Martin aveva subito replicato a quella lettera, affermando che nessuna ritrattazione sarebbe accettata dal suo cliente e richiedendo di esser messo in comunicazione col procuratore di sir Aubrey. Altra lettera pi stringente, e se  possibile ancor pi sgrammaticata, era giunta da sir Aubrey che per ogni evento, comprendendo che non era possibile "mandar tutto a monte", era andato a prendere un parere dal suo legale.
In seguito a ci Clive aveva fatto fare una regolare citazione nella quale aveva esposto le basi della sua azione intesa a richiedere semplicemente a sir Aubrey Sabine il risarcimento dei danni per calunnia. La citazione fu intestata personalmente a sir Aubrey, ordinandogli di comparire entro otto giorni da quello in cui gli venisse presentata. Sir Aubrey era comparso; dopo di che Clive, per mezzo di Roberto Martin aveva fatto una domanda (in conformit dell'Ordine N. XXX) per un provvedimento sulle comparizioni nella causa che doveva essere portata dinanzi al Giudice Delegato a una data fissa. Questa domanda era stata notificata al procuratore legale di sir Aubrey e ascoltata dal Giudice Delegato, presenti i procuratori legali di ambedue le parti contendenti. In seguito a ci era stato emesso un ordine che provvedeva per le comparizioni in causa nel seguente modo:
"Che il mandato di comparizione fosse notificato dal querelante al querelato entro ventun giorno.
"Che il mandato di comparizione defensionale fosse notificato entro ventun giorno."
Vi s'indicavano inoltre il luogo e l'ora delle udienze.
Nella comparizione di Clive l'indole della calunnia per cui dava querela era stata esposta in tutti i suoi particolari e con domanda di risarcimento dei danni. Il querelato aveva risposto con la notificazione della sua comparizione in causa. Allora Clive aveva richiesto al suo legale di dare il suo parere sulle prove testimoniali ed era stato consigliato di chiedere per citazione dinanzi a un Giudice Delegato che venisse deferito dal querelante al querelato un interrogatorio al quale dovesse rispondere il querelato entro dieci giorni.
In quell'occasione Clive aveva veduto per la prima volta sir Aubrey Sabine ed era stato pervaso da un senso di cupo stupore: perch quell'uomo era suo nemico? Perch era data a quell'uomo la possibilit di cagionargli un cos acuto e prolungato tormento morale? Aveva veduto un giovanotto alto, ben piantato, elegante, biondo, ben lisciato, coi baffettini a spazzola, dorati, due occhi infossati di un celeste pallido, la fronte un tantino sfuggente, fare nervoso, irrequieto: un uomo, si capiva subito, non molto intelligente, di mentalit ristretta, senza energia, ma con l'aspetto di gentiluomo e di persona perbene come avrebbero detto parecchi. Ma com'era possibile che un tipo cos comune tra gli esseri umani fosse stato capace di cagionare tanto tormento? E Clive lo aveva guardato mentre persisteva in lui quel senso di cupo stupore; e gli occhi celesti, infossati, di Aubrey Sabine avevano incontrato per un momento i suoi, e a Clive era sembrato vedervi riflesso il proprio stupore. Ma forse quella era stata immaginazione; quasi subito gli occhi di Sabine si erano volti altrove e una mano olivastra era salita ai baffettini dorati e li aveva tirati nervosamente.
Le risposte agl'interrogatorii richiesti nell'interesse di Clive erano state regolarmente mandate per iscritto da Sabine; dopo di che gli era stato notificato l'ordine di comparizione. Essendo Clive il querelante, egli aveva chiesto che la causa fosse discussa dinanzi a un giudice e a una speciale giuria, assoggettandosi a pagare le spese che occorrevano in pi.
Con tutti quei preliminari si giunse alla fine di luglio; poi venne la grande pausa, l'intervallo della lunga vacanza, che incominci il primo di agosto.
Di tutta quella procedura, Clive aveva fatto ben poca parola a Viviana; s'era limitato a dirle che Martin stava facendo tutto quanto era necessario in proposito. Ella non era andata in nessun luogo nella primavera, e nell'estate non aveva avuto occasione di udire nessuna delle ciarle di Londra; dalla mattina in cui aveva letto in un quotidiano quell'accenno a "una causa sensazionale" che sarebbe stata presto discussa, non aveva pi aperto un giornale. Poi era venuto il mimmino e il mimmino se n'era andato: il breve periodo di maternit di Viviana era quasi passato come uno straziante sogno della notte. E ora, a un tratto, c'era uno strano vuoto, uno strano, rigido intervallo di calma, che una donna giovane in lutto doveva attraversare prima che venisse l'autunno con la sua inevitabile irruzione di tremende inquietudini.
Meno male che ormai il piccino non avrebbe potuto pi risentirne; si era sottratto a tutto questo scivolando via; e a Viviana pareva ch'egli avesse voluto affrettarsi a sfuggire al brutto giorno che si avvicinava; perch, per quanto ella sapesse che Clive avrebbe vinto la causa, il solo pensiero di essa le era addirittura insopportabile, specialmente adesso, dopo tutto quello per cui era cos rapidamente passata. Ed ella temeva il giorno del dibattito quasi pi di quel che non avesse temuto il giorno in cui aveva avuto principio il processo contro Clive per assassinio. Ora quel che accadeva era per lei come una risurrezione del Male, come un orrore gi sepolto che si facesse strada per riapparire alla luce del giorno, quasi come l'esumazione di un cadavere dal suo sepolcro.
E il cadavere era quello di una donna.
Per l'agosto e il settembre Clive prese in affitto una piccola ma graziosa villetta nel luogo detto "The Hog's Back" nella contea di Surrey, la quale aveva a tergo poggiuoli coronati da piccole pinete; in faccia si godeva un'ampia veduta di una campagna ondulata sino al limite di lontane colline turchinicce. La casa era a distanza relativamente breve da Guildford; con un'automobile presa a nolo per due mesi Clive poteva recarsi alla stazione in un quarto d'ora. Egli si assentava per affari cinque volte la settimana, per cui Viviana aveva molte ore da passar sola. Sulle prime quella solitudine le era cara; anzi ella aveva detto a Clive che preferiva non avere affatto visite, nemmeno dalle persone pi intime. Ma verso la fine di agosto venne a star con loro Arc. V'erano nel giardino due ottimi campi di tennis, uno in terra battuta e un altro erboso; e Clive persuase Viviana a ricominciare a giocare al tennis. Ella non aveva pi preso in mano una racchetta dagl'incontri di autunno al King's Club, e provava quasi un'invincibile reluttanza a giocare, senza che ne sapesse esattamente il perch. Ma quando Arc fu l con loro, ella acconsent a far qualche partita, non foss'altro per far piacere a lui. E cos giocarono insieme qualche Singolare semplice; e dopo tre o quattro giorni Viviana rimase sorpresa di sentire in s ancora una volta un certo entusiasmo per il giuoco in cui ella aveva gi primeggiato.
Clive doveva aver notato in lei un cambiamento, per quanto lieve, giacch un giorno le disse:
Invitate Gordon a venir qui alla fine di questa o di un'altra settimana per giocare un po' con voi. Non lo vediamo pi: perch mai?
Jim! ella disse; e guard suo marito come stupefatta.
S; perch ci trascura cos? Perch non  mai venuto a trovarci dopo il suo ritorno dal mezzogiorno della Francia?
Era vero che Jim non era mai andato a far loro visita: aveva scritto a Viviana una lettera di condoglianza caldissima e commovente, dopo la morte del suo bambino, ma non era comparso in Chester Street. Appena ritornato in Inghilterra se n'era andato in campagna; era ritornato per le gare di Wimbledon verso la fine di giugno a cui aveva preso parte, ma non con l'ottimo successo delle altre volte. In quel tempo Viviana era interamente assorta nelle cure della maternit che poco dopo dovevano cos bruscamente troncarsi. Poi Jim era sparito di nuovo; v'era stato un colloquio fra Roberto Martin e lui riguardo alla querela di Clive per calunnia; ma nemmeno allora Clive lo aveva veduto.
Io credo che probabilmente Jim debba provare un certo imbarazzo dopo avervi scritto quella tal lettera, disse Viviana in risposta alla domanda di Clive. Naturalmente doveva scriverla; ma deve trovarsi un po' a disagio dopo quel fatto.
Sul volto di Clive si pos la maschera che pareva atteggiarne i lineamenti a dura fissit, priva di qualsiasi sicura espressione.
Vorrei che invitaste Gordon a venire un po' qua, egli riprese. Se non volete farlo voi, pregate Arc di scrivergli.... Egli mi rese un vero servigio con la sua lettera, e non voglio che mi creda ingrato.
Va bene; lo inviter, ella rispose, ma come se fosse ancora titubante. Per, se  per il tennis, ci occorrerebbe un quarto giocatore.
Potrei giocare io; naturalmente io non sono bravo quanto voi: siete tutti di prim'ordine; ma se vi contenterete....
Clive! ella esclam con uno slancio di tenerezza che le sembrava incoerente.
E allora? fece lui sempre con la sua maschera d'impassibilit.
Allora scriver a Jim.
Va bene, cara.
E usc dalla stanza con un po' di sostenutezza.
Viviana raccont a suo fratello del suggerimento di Clive, e il viso d'Arc raggi come se fosse a un tratto inondato da un fiotto di luce solare.
Oh, che bella cosa, Vi!  tanto che mi struggevo di discorrere un po' con voi del nostro caro Jim; figuratevi che lo bramavo anche prima di venir qui: ma non osavo.
Non osavate, Arc? ella disse in tono di rimprovero.
S, voi avete avuto tanti turbamenti, e vi aspettano ancora tante inquietudini! Sentivo di non potervi seccare addirittura con altro. Ma, brava la mia Vi: scrivete, scrivete subito, adesso. Mandate la lettera in Cork Street; Jim la far ritirare: non so dove si trovi in questo momento.
Ho capito.
A un tratto il viso di Arc si rabbui.
E, mi raccomando, se vien qui Jim, e voi vi accorgete di qualche cosa, fingete di non avvedervene: lo farete?
Invece di rispondere alla domanda, Viviana disse:
Credete che Jim verr?
Direi di s: perch non dovrebbe venire?
Avete detto voi stesso: "Se vien qui Jim....".
Gi.... come posso sapere quel che far?
Non ha preso parte a nessuna gara qui da quando  tornato? Credete che vada a quelle di Eastbourne?
Direi di no:  un po' gi ora col tennis, purtroppo. Scrivetegli, scrivetegli subito, Vi, e pregatelo di venire; ditegli che sono qui anch'io e che lo desidero quanto voi.
Va bene, ella rispose gravemente, scriver.
Con immensa gioia di Arc, Jim accett l'invito di Viviana e il venerd dopo nel pomeriggio giunse alla villetta. Clive non era ancora ritornato dalla citt e Viviana e Arc erano soli in casa.
Da circa otto mesi Viviana non aveva veduto Jim, ed ella not subito un cambiamento in lui: era ingrassato. Ella aveva sempre conosciuto Jim come un forte, vigoroso atleta, ma snello, nervoso, vibrante, con un personale svelto e un volto fine, quasi alteramente energico. Ora la faccia s'era allargata; le gote, specialmente presso gli occhi, parevano enfiate; il personale era ingrossato e si sarebbe detto di un uomo molto meno giovane di quel che non fosse Jim; inoltre gli occhi, che erano stati cos sicuri, pronti e risoluti, occhi di vero atleta, ora parevano incerti e talvolta, cosa che si sarebbe creduta impossibile in Jim, v'era perfino in essi uno sguardo furtivo. La carnagione di lui non s'era sgradevolmente arrossata: era rimasta olivastra, un tantino abbronzata com'era prima; ma i suoi capelli erano ancora pi grigi sulle tempie, e nei movimenti della sua persona v'era assai meno sveltezza, meno elasticit di prima.
Tuttavia, pi che dall'alterazione del personale e del volto, Viviana rimase colpita dalla diversit dei modi di Jim, segno sicuro di cambiamento intimo e mentale.
Jim pareva un uomo proprio abbattuto.
Quando s'incontrarono, egli sorrise, afferr la mano di Viviana e la tenne stretta: nella voce che la salutava v'era un'inflessione di vera letizia; ma passati i primi momenti parve accasciarsi ed ella intu in lui un grande sgomento, che doveva ormai essergli solito, per qualche cosa che lo preoccupava; pareva che un velo avvolgesse ora il suo vero essere nascondendo tutta la luce che era in lui. A Viviana riusciva sempre difficile dissimulare, perch in lei la sincerit era cosa naturale; ma con Jim sulle prime ella cerc di dissimulare, si propose di fingere di non accorgersi di nulla, di non aver notato alcun cambiamento in lui; e Arc l'aiut in questo vigorosamente. Clive non sarebbe di ritorno fino a sera, ed essendo la giornata bellissima, Arc sugger che appena preso il t facessero subito una partita di tennis. Nessuno di loro teneva a fare un giuoco triangolare, sicch Viviana disse che ella si asterrebbe e farebbe da arbitro tra suo fratello e Jim.
Son proprio fuori di forma, disse Jim guardando come di soppiatto Viviana, poi volgendo gli occhi altrove. Arc mi ha veduto sulla Riviera e a Wimbledon: non so che cosa sia, ma non mi ritrovo pi a giocare.
Non vi confondete, ella replic, tanto qui non vi sono spettatori.
Jim usc per andare a vestirsi di bianco.
Nel giuoco di Jim Viviana rilev la fiacchezza da lei notata nel suo sguardo e nei suoi modi. Jim non poteva, nemmeno a volere, giocar male a tennis: conosceva troppo addentro il giuoco, v'era ormai troppo avvezzo; i suoi occhi erano addestrati, e in pochi mesi non potevano aver perduto il loro addestramento: aveva ormai nel sangue la consuetudine di quel giuoco e ora ne dava prova; la sua esperienza, la sua suprema conoscenza delle astuzie del campo, lo resero atto a battere Arc, sebbene con lieve vantaggio. Ma egli non era pi davvero il Jim della Coppa Davis che aveva trionfato con Viviana in molte Doppie miste dinanzi a una folla di spettatori; la sveltezza era assai scemata in lui, v'era un certo percettibile sforzo nel suo modo di giocare: Viviana sentiva ch'egli non avrebbe ormai pi avuto la resistenza del passato.
Ma dopo ch'egli ebbe fatto due giuochi con Arc, Viviana risolvette di porlo a prova, e disse che sarebbe andata a mettersi le scarpe per misurarsi anch'essa con lui; usc dunque, senza aspettare il suo assenso, e ritorn dopo un momento tenendo in mano la racchetta. Jim era seduto in una poltrona da giardino e fumava una sigaretta; quando vide Viviana si alz, con una certa pesantezza.
Avrei avuto pi piacere di giocare con voi che contro voi, Viviana, egli disse, gettando via la sigaretta. Se sapessi che vi fosse l'occasione di ripresentarmi in un torneo insieme a voi, io....
S'interruppe e brand la racchetta.
Vi rinfranchereste allora, Jim? ella non pot a meno di domandare.
Gli occhi di Arc s'erano volti ansiosamente verso sua sorella.
Andiamo, andiamo! ella disse. Mi batterete dicerto, Jim. Un uomo della forza vostra batte sempre una donna; ma, certo, vi dar un po' da fare.
E quando fu sul campo di terra battuta, da lei appositamente scelto come il pi adatto, di fronte a Jim, ella gioc con tutto l'impegno. Si sentiva stranamente vivace, animata, come non s'era mai sentita da quando al King's Club, nella giornata fatale, ella aveva giocato in una Doppia mista con Jim, contro a Jenny Littlethwaite e a Kemmis, il giovane californiano. Ora ella non voleva batter Jim: voleva anzi ch'egli battesse lei, che la sconfiggesse addirittura come avrebbe potuto farlo quando era davvero un giocatore di prim'ordine, perfettamente addestrato, armonioso, con tutte le facolt del corpo e della mente perfette. Ma sulle prime ella fece di tutto per batterlo, perch voleva poi spingerlo a riprendersi, voleva assicurarsi che egli non era poi in piena decadenza; anelava di vedere ancora l'antico Jim del quale era stata spesso orgogliosa che sin da giovinetta aveva sempre riguardato come un perfetto atleta, l'addestratore di Arc, il mentore, l'incoraggiatore e l'amico di lei.
Arc che seguiva la partita vide di nuovo in sua sorella la donna sportiva che pi non aveva ritrovato nel far ritorno dalla Francia meridionale. Il bambino era sparito, e ora sembrava al giovane che la madre del bambino fosse sparita anche lei e di aver l con lui l'antica Viviana dei campi di tennis.
Ora egli ricordava la grande partita da lui veduta al King's Club e come gli fosse giunta agli orecchi l'osservazione di lord Dartree: "Non so che diamine vi sia in quest'incontro: di che cosa si pu trattare?", e il proprio tacito assenso.
Anche in quella partita in cui Viviana s'era adesso impegnata contro Jim, v'era qualche cosa che poteva parere strana. L'anormale tensione dei due giocatori si comunicava ad Arc: egli era conscio di una lotta assai pi accalorata della lotta normale anche dei pi ardenti giocatori di tennis, di un nascosto, intimo combattimento che egli non poteva addirittura capire. E ora, poich Viviana soverchiava Jim, si sentiva traditore verso sua sorella, poich con tutta la forza della sua volont egli desiderava che invece vincesse Jim, ch'egli si rinfrancasse per poter riprendere il suo posto con la ferrea risolutezza gi caratteristica del suo amico. E quando Jim fece uno sforzo, bench fosse ormai un po' tardi, per pareggiare, e finalmente riusc vincitore per due giuochi, Arc prov un senso di trionfo che neppur lui comprendeva perfettamente: lo cap meglio la sera quando fu solo per un momento con Viviana, dinanzi alla porta della camera di lei, ed ella gli disse piano piano:
Ho fatto di tutto per batter Jim oggi.
Lo so, Vi; e avete giocato quasi come una volta.
S; ma non sarebbe stato tremendo se io avessi battuto lui?
Allora Arc cap tutto.
Tremendo! si limit a dire.
Arc, bisogna far ritornare l'amico Jim proprio qual era: dobbiamo farlo assolutamente.
Questo dipende da voi, bimba mia, non da me.
Viviana guard un momento il fratello con inquietudine, poi disse soltanto:
Buona notte, Arc, ragazzo mio. La vita  irta di difficolt.
Entr in camera sua e chiuse la porta.
Clive e Jim, i due uomini che l'amavano, da cui ella sapeva di essere amata, erano insieme a pianterreno, nella stanza dei fumatori. Quando la porta fu chiusa, Viviana and alla finestra e alz la persiana a stoino; poi spense la luce e si mise a sedere presso la finestra. La notte era stellata ma senza luna; ella sentiva nel buio come una intensit di azzurro. Stava seduta immobile e cercava di accogliere in s la grande quiete della natura, ma la sua mente turbinava, popolata com'era di vivi e di morti: vi mulinavano lei stessa, Clive, Jim, il nemico di Clive, sir Aubrey Sabine, Vilfredo Heathcote coi suoi penetranti occhi di poliziotto, la grande attrice Dews che aveva cercato di adescar Clive dopo la conoscenza fatta con lui in teatro, ma che Clive aveva sempre evitata; il piccolo Clive col suo sguardo scialbo, remoto e i labbrucci vizzi, e una donna da lei non mai veduta.... la signora Sabine.
Di che parlavano gi Clive e Jim? Si detestavano l'un l'altro in segreto? Il loro incontro quella sera, quando Clive era tornato a casa, era sembrato cordiale, ma ella aveva veduto un'ombra di sforzo in quella cordialit: si erano ambedue prefissi di esser cordiali, e avevano voluto esserlo per quanto potesse loro costare. Viviana aveva per altro sentito la loro comune aspettazione; ora erano liberi dagli occhi che potevano osservarli e, se recitavano, recitavano l'uno per l'altro. Ella si figurava che discorressero della querela, dell'imminente riesumazione del processo. Com'era tragico l'amore di Jim per lei, quell'amore devastatore! Eppure Viviana sapeva che se esso fosse sradicato dal cuore di lui, se non ve ne restasse traccia, ella ne proverebbe grande tristezza: avrebbe voluto che quell'amore fosse sparito per il bene di Jim ma non per il proprio bene. Ci era senza dubbio femmineo, ella non poteva sfuggirvi; ma se quella verit fosse nota a Clive, gli sarebbe odiosa, cos ella supponeva. Non si trattava d'infedelt; era una cosa tutta femminile, il desiderio innato nella donna di essere amata, e l'intenso, segreto apprezzamento che una donna sa fare di ogni amore fedele.
Le stelle sopra il Surrey scintillavano; a un tratto il pensiero di Viviana corse alle stelle affricane, come le chiamava lei parlando con se stessa. E quel pensiero fece balenare nella sua mente una possibilit: ella si alz di scatto e si accost alla finestra.
Ella poteva andare con Clive nell'"asilo della felicit": l'ostacolo a quel viaggio, all'adempimento di quell'intensa bramosia di Clive, era rimosso. Sin dalla morte del bambino ella aveva sofferto terribilmente, nascondendo tuttavia sempre la sua pena, poich ella non sapeva i sentimenti di Clive riguardo a quella morte, se egli condividesse o no il dolore di lei per quanto in una maniera virile. La volont di lei, cos le sembrava, era stata cancellata dalla morte del piccolo Clive: il destino era intervenuto in favore della volont di Clive; ella non poteva parlar di ci con suo marito, ma poteva far qualche cosa per renderlo per un po' di tempo ancor pi felice di quel che non fosse stato mai con lei: e lo farebbe.
La sua inquietudine mentale era ora accompagnata da un'irrequietezza della persona. Ella si sentiva come se fosse in procinto di fare un lungo viaggio e gi viaggiava con la mente: prevedeva, era sicura, che fra non molto sarebbe partita per un lungo viaggio, che si troverebbe sola con Clive come non era ancor mai stata sola con lui e come andrebbero le cose allora?
Ella si moveva per la camera: avrebbe voluto dir subito a Clive quella notte stessa che anderebbe con lui nel settentrione dell'Affrica, vivrebbe con lui sotto la tenda al disopra della pianura delle gazzelle, visiterebbe con lui la villa sul mare, cos egli potrebbe antivedere, pregustare anche nei prossimi giorni di tormento e di scandalo la pace condivisa con lei, da lui anelata.
Ella guard l'orologio: mancavano cinque minuti alle dodici; ma proprio mentre si domandava se Clive starebbe ancor molto ad andare a letto, la porta si apr dopo due colpettini ai quali ella non rispose, e Clive entr.
Ancora alzata? egli disse guardandola con occhi sorpresi.
Ella si ricord soltanto allora che avrebbe dovuto spogliarsi e indossare indumenti per la notte; ma da quando era salita non aveva pensato nemmeno un momento alle cose materiali.
S, ella disse, anzi stavo ora fantasticando se tardereste molto: volevo dirvi qualche cosa.
Clive aveva chiuso la porta e ora si avvicinava a lei. Viviana not ch'egli pareva accaldato e aveva gli occhi lustri: non v'era pi la maschera sul suo volto: che cosa mai era accaduto gi? Ella non pot a meno di domandare con apprensione
Non avete mica avuto che dire fra voi e Jim?
Di che cosa dovevamo aver che dire?
Ma.... mi sembrate un po' alterato, Clive, e....
Ella si ferm; Clive and lesto lesto a un lungo specchio ch'era in un angolo della camera, vi si rimir un momento, poi torn verso di lei.
Ho il viso un po' acceso, nevvero?  questo che volete dire? Per una volta non sono stato bene in guardia di me stesso, e ci penso soltanto ora che me lo dite voi.
Si ferm; Viviana tacque, e dopo un momento egli prosegu:
Gordon e io abbiamo discorso della querela: una volta o l'altra bisognava farlo: egli mi ha riferito con precisione ci che fu detto di me nella villa di lord Dartree, mi ha dato tutti i particolari di cui si poteva ricordare; sar lui il mio principale testimonio; sembra una cosa maledettamente bizzarra, vero? che Gordon abbia dovuto cacciarsi cos nella mia vita.
S, rispose Viviana.
Ella and a sedere presso la finestra; Clive la segu e rimase in piedi, con un braccio appoggiato sul davanzale.
Ho ringraziato di nuovo Gordon per avermi riferito tutto e dato cos l'opportunit di far tacere, una volta per sempre, le voci infernali che vanno ancora in giro dopo il mio processo. A proposito, mi sono oggi imbattuto in Vilfredo Heathcote.
Dove?
Al Bath Club; vi sono entrato un momento passando per andare alla stazione; lui mi  venuto incontro, ma io gli ho voltato le spalle: c'erano molte persone, e hanno veduto. Abbiamo una sua lettera che nega recisamente di aver detto ci che Aubrey Sabine gli attribuisce; ma io so che invece quelle parole le pronunzi.
Come fate a saperlo?
Glielo leggo in faccia: le disse, e io l'ho bene scrutato oggi: sar citato fra i testimoni e dovr assistere a tutto il dibattito: forse imparer a esser pi cauto in avvenire prima di dar giudizi sulla gente: vi ricordate di quella sera al teatro?
Dove recita lui.... s.
Capii subito quella sera che avrei avuto motivo di lagnarmi di Heathcote; lo sentivo e non sbagliai. Ebbene, poich Gordon mi ha reso un vero servigio, ne ho parlato anche a lui. Bisogna che io metta il piede su questo nido di vespe e ne schiacci pi che posso. Ma, i loro pungiglioni, Vi!
Clive!
Ella si protese e afferr la mano di lui, ed egli si butt a sedere accanto a lei.
Poco prima che voi saliste, disse Viviana, io guardavo le stelle, ed esse mi fecero venir la bramosia di qualche cosa.
Egli si volt verso la finestra e guard fuori.
Di che cosa? domand.
Il nostro piccino non  rimasto con noi per impedirmela, ella disse come risposta.
Allora Clive si ricord: ella lo cap dall'espressione degli occhi.
Poverino! egli disse. Non poteva sopportare il peso che voi gli avevate imposto.
Io? ella esclam, impennandosi subito come gi aveva fatto quando s'era trattato del bambino. Io avevo gravato di un peso la mia creatura?
S, imponendogli il mio nome.
Viviana gli cinse il collo con un braccio.
Ma gli avete voluto mai un po' di bene? ella disse.
S, non lo avrei creduto prima che nascesse, ma quando lo vidi gliene volli.
Io non ne ero sicura; vi sono anche varie altre cose che vi riguardano delle quali non sono sicura. V' parecchio di strano in voi, Clive: forse quando ce ne anderemo vi comprender meglio.
Quando ce ne anderemo?
Non avete capito a che cosa accennavo quando ho detto che il nostro piccino non  rimasto con noi per impedirmelo? S, s, avete capito benissimo: me ne sono accorta dai vostri occhi.
Intendevate di dir dell'Affrica?
S.
Egli le cinse la vita in un modo strano, quasi brutale.
Intendevate dire dell'"asilo della felicit"?
S.
Esso ci aspetta:  in attesa di noi, mi par di vedere gli oleandri presso il ruscello. Erano felici laggi.... quei due: forse quella loro felicit ha preparato la via alla nostra. Avete detto che sono state le stelle a farvi venir la bramosia di andar laggi?
Credo di s: mentre le guardavo, mi  balenato il pensiero di quei luoghi.
Anche della bianca casa sul mare, presso Sidi-Barka fra le palme?
S.
Egli rafforz la sua stretta.
Ma allora.... intendete dire che vi staremo.... a lungo?
Per tutto il tempo delle vacanze.
Allora non c' da parlare della casa sul mare. Andarvi vorrebbe dire prenderla.... se  vuota, se  libera.
Io vi ho pensato perch me ne parlaste una volta voi.
Ma insomma ci avete pensato, non se n'esce. Quel giorno ch'io passai di l con Campbell ebbi una strana sensazione non mai provata riguardo a nessun'altra casa in cui non sono stato. Non ci fermammo, vi passammo vicino, alla lesta: ma io sentii quella casa: forse ci vuol dir qualche cosa, Vi.
Noi non potremo star fuori che poco tempo, ella mormor.
Cercava di rendere ostinata la sua voce, ma si ricordava come aveva anelato di sottomettere la sua volont a quella di Clive, in qualche cosa d'importante, in qualche maniera che lo compensasse di tutto quello ch'egli aveva sopportato, che sopportava ancora per cagione di lei, a cagione della sua volont a cui egli aveva ceduto per il passato. E Viviana si sentiva debole nelle sue braccia. Doveva cedere? Il bambino se n'era andato: non le rimaneva che Clive. Egli aveva sofferto assai pi di quel che la maggior parte degli uomini furon mai chiamati a soffrire; e ora di nuovo v'era per lui una recrudescenza di tormento.
Io credo che quest'ultima faccenda della querela secchi molto i miei soci, ella ud la voce di Clive dir sul suo capo. Son buona gente, non dicono molto, ma.... Mi ascoltate, Vi?
S.
Ma non credo che rincrescerebbe loro molto se il mio nome non fosse pi nell'intestazione della carta da lettere, nelle firme, nella targa sulla porta della Banca in Austin Friars. Tutto questo scandalo, tutto questo chiasso nei giornali, tutto questo ronzio di ciarle e di bisbigli, non giova davvero alla firma di gente d'affari: credo proprio che non sarebbero punto scontenti di sbarazzarsi di me.
Ma prima erano ben contenti di avervi con loro, ella disse con sforzo.
S, ma non prevedevano che dovesse ripetersi lo scandalo; non si aspettavano davvero che il mio nome corresse di nuovo su tutte le bocche. Voi non andate in giro, Viviana: da troppo tempo ve ne state ritirata per poter sapere ci che dice la gente; non potete capire com'io desti l'attenzione dovunque vada; anche in treno sono alla berlina; Guildford da molti anni non aveva avuto da mettere in mostra alla sua stazione una bestia rara come me. Sta tutto bene per Guildford, ma a una nota e antica firma bancaria che gode di grande reputazione tra le pi distinte famiglie ci pu tutt'altro che giovare. Certo nessuno me lo dir mai; i miei soci son troppo buone persone; ma io lo sento in me: se domani mi staccassi da loro essi esulterebbero e non ci sarebbe davvero da biasimarli.
Viviana pens allo scatto di sua madre quando aveva saputo che Clive voleva dar querela a sir Sabine, e cred che suo marito avesse detto la verit: la rispettabile e quieta gente inglese aborre di esser coinvolta in qualsiasi pubblico scandalo. Viviana cap dunque la forza che dovevano farsi i soci di Clive: avevan fatto buon viso a cattiva sorte quando s'era trattato del processo in cui Clive era stato accusato dell'uccisione della signora Sabine; ma ormai dovevano esserne pi che infastiditi; in quel momento ella comprendeva, come sino allora non lo aveva compreso mai, ci che aveva dovuto soffrir Clive nella sua cerchia della City. Non ne aveva mai fatto cenno a lei sino allora: ella era chiusa come in un chiostro nella pace campestre della sua villetta, e Clive doveva invece andar su e gi cinque giorni della settimana; tanto durante quei piccoli viaggi in ferrovia quanto in Londra, i tormenti non potevano mancargli.
Capisco benissimo, caro, ella disse sempre a bassa voce.
Ripensatevi! egli sussurr.
E Viviana sent le calde labbra di lui unirsi alle sue in un bacio ardente; e il bacio domandava, supplicava che ella facesse ci che una volta aveva rifiutato di fare, ci ch'ella aveva pensato di non poter mai fare nemmeno per lui.
E mentre ella lo comprendeva, mentre sentiva premersi le labbra in quel bacio lungo, profondo e intenso, che esprimeva pi intimamente, pi umanamente della parola ci che Clive implorava da lei, Viviana non era pi sicura di se stessa.
La morte del piccolo Clive, la sua dipartita a quanto sembrava voluta dal Destino, le pareva avesse a cos dire rilassato la tenacia delle sue idee, indebolito la sua volont, confuso perfino il sentimento del bene e del male. Ella era tremendamente incerta di se stessa, poich nella grande questione del bambino sembrava che il giudizio fosse stato pronunziato in favore di Clive e contro di lei.
Clive stacc le labbra dalle sue; ella lo sent voltarsi e allentar le braccia che la cingevano: alz gli occhi e vide nel volto di lui un'espressione intenta, ansiosa, come se egli stesse in orecchio.
Che cosa c'? domand Viviana.
Ho udito un passo in giardino.
Mentre ella lo guardava, rimase sorpresa di vedere una specie di livido pallore diffondersi sul viso di lui; egli fin di staccarsi da lei, balz in piedi e protese la persona, come se stesse ascoltando, col viso rivolto verso la finestra aperta.
Volete spenger la luce, Vi, egli mormor.
Maravigliata ella si alz, e gir la chiavetta dell'interruttore: allora Clive si avvicin di pi alla finestra e vi si affacci cautamente. Per un momento vi fu nella stanza un silenzio mortale, in cui Viviana distingueva benissimo il rumore di un lento passo sul terrazzo che correva lungo la facciata della casa.
Ma che cosa c'? domand lei accostandosi alla finestra. Vedete niente?
Clive si volt: sorrideva; ella pot vederlo nell'oscurit che non era per altro assoluta.
S, disse lui,  soltanto Gordon.
Alz la mano e abbass la persiana a stoino. Viviana and a tentoni sino all'interruttore e fece di nuovo sprizzar la luce.
Perch avete sorriso? ella domand.
Ho sorriso? fece lui.
Erano uno difaccia all'altra; poi Viviana disse.
Chi sa perch Jim  l fuori a quest'ora.
Non avr ancora sonno.
Ma perch avete sorriso?
Non me ne sono avvisto davvero di sorridere; ve lo sarete immaginato: ma come potevate vederci al buio?
E voi non avete veduto che era Jim?
Ho visto che v'era un uomo, e ho riconosciuto Gordon al passo.
A un tratto Viviana si sent spinta da un impulso, e dov cedervi tanto era irresistibile.
Mi permettete di aiutar Jim, se mi  possibile? ella disse.
Gordon! Perch?
Jim ha bisogno di aiuto: posso cercar di aiutarlo?
Non  necessario che domandiate il permesso a me per una cosa simile; io voglio sempre lasciarvi libera nel vostro amore per me.
Davvero? Proprio cos?
Clive abbass gli occhi, poi disse senza rialzarli:
S; se non facessi cos sarei.... non dir cattivo, perch sarebbe una cosa troppo grossa davvero, ma piuttosto un mascalzone, dopo tutto quello che  avvenuto. Non dovete credervi obbligata a domandarmi tali cose.... Gordon  vostro amico, aiutatelo, se potete, e se ha bisogno di aiuto. E ora, Vi, dovete andare a letto: dopo aver giocato al tennis vi sentirete chi sa come stanca.
And in camera sua attigua a quella di lei; ella rimase per un momento perplessa, poi cominci a spogliarsi.
Clive era libero nei due giorni seguenti, sabato e domenica, e in ambedue i pomeriggi fu quarto nelle partite di tennis. Era un discreto giocatore, ma non poteva paragonarsi con sua moglie e con Jim e nemmeno con Arc. Viviana sapeva ch'egli si sentiva un po' a disagio giocando con loro, che faceva quel sacrificio semplicemente per compiacerla; e ci le fu molto caro. In quattro giuochi fu il compagno di Jim, e in ciascuno di essi furono battuti dal fratello e dalla sorella. Dopo una sconfitta finale della domenica sera, Clive disse mentre uscivano dal campo del tennis
La colpa  stata mia, Gordon: me ne rincresce; io non sono davvero adatto a giocar con gente della vostra forza: bisognava aver fatto venir qui qualcuno che potesse stare alla pari con voi; ma questo non  il momento d'invitar gente.
Jim disse qualche parola scherzosa e soggiunse:
Nemmeno io non valgo pi gran che.
Ripose la racchetta nella fodera e la rinsacc mentre diceva:
Il giorno che arrivai ci corse poco che vostra moglie non mi battesse in una Singolare.
 una maravigliosa giocatrice. Vi, noi intessiamo le vostre lodi.
Ella sent uno sforzo nel modo e nella voce di suo marito.
Dovreste ritornare a prender parte a qualche gara, egli continu con voce ferma piuttosto grave. Perch non presentarvi al torneo del King's su terreno battuto? Credo che debba essere in ottobre: no?
Viviana lo guard tutta sorpresa: aveva egli dimenticato il loro lutto?
S,  sempre in ottobre, ella disse.
Fatevi iscrivere; quella gara coincider press'a poco con la mia causa contro Sabine: se nello stesso mese vinciamo ambedue, saremo proprio meritevoli di due corone d'alloro.
Poi, staccandosi da lei i suoi occhi ricercarono quelli di Jim Gordon, per andar poi a posarsi di nuovo su Viviana.
Mi piacerebbe di veder voi e Gordon nelle Doppie miste al King's, egli disse. Pensateci un poco. Ora io vado a fare il bagno:  una cosa tremenda per uno "schiappino" giocar con campioni come voialtri! Mi sento proprio avvilito!
S'incammin verso casa; dopo un momento Arc lo segu, e Viviana rimase sola con Jim.
Dice sul serio vostro marito? le domand Jim.
Credo, ella rispose in tono piuttosto freddo.
Siete stizzita?
Stizzita? No davvero, Jim, ma io non posso dimenticare il mio povero mimmino.
Le donne devono crederci addirittura dei bruti, certe volte, fu la risposta inaspettata di lui. E credo che lo siamo davvero; ma Baratrie non aveva intenzione di farvi soffrire.
Oh, lo so! Non c' pericolo che Clive si prefigga di farmi soffrire.
Dopo un momento, come se rimuginasse qualche cosa dentro di s, ella disse:
Lo so perch vorrebbe che giocassi al King's.
Me lo figuro anch'io: s'immagina che ci vi distrarrebbe, vi renderebbe allegra, rinfrancherebbe la vostra salute e il vostro spirito, occuperebbe la vostra mente.
Ella gli dette un'occhiata non molto diversa da quelle che una donna d tante volte a un bambino, mista di uno scherzoso compatimento e di tenerezza, e non scevra di una dolce superiorit; ma non disse nulla, e Jim continu:
Non dimentico ci che avete passato, Vi; e so che ve ne sar ancora per voi.
S.
Ma gi una volta voi giocaste al King's in circostanze parecchio sfavorevoli: ve ne ricordate?
S, me ne ricordo.
Allora la gente mormorava, ma voi non ci badavate; se mormorasse di nuovo ve ne importerebbe adesso?
Ella capiva esattamente qual era il pensiero di lui, e quale era stato quello di Clive nel darle il suggerimento che per un istante l'aveva cos sbalestrata. Tutto era adesso chiaro per lei: Clive era stato sottile; Jim non aveva davvero quella sottigliezza: l'ansia di lui saltava agli occhi, era patetica; e come aveva addirittura frainteso Clive!
Volete dire voi pure che dovrei prender parte alla gara al King's tre mesi dopo la morte del mio bambino? ella disse con calma.
Jim parve penosamente inquieto.
No.... non ho detto codesto, rispose.
Ma  quel che intendevate di dire.
Ella spinse lo sguardo nella campagna ondulata, coi suoi poderi, i suoi boschi, coi villaggi che vi si annidavano; alle lontane colline azzurrognole su cui si addensavano quelle nuvolette bianche dette pecorelle; e frattanto si ricordava come la notte innanzi avesse guardato le stelle prima che Clive salisse. Le stelle e le nuvole. E Jim?
Jim, ella disse, se, nonostante la morte del mio bambino, io m'iscrivessi per il torneo al King's e giocassi con voi, vi rinfranchereste?
Ma, Vi.... che cosa intendete di dire? egli balbett.
Oh, Jim, non fingiamo scambievolmente, via! Io so come  andata con voi: voi non siete pi quello che eravate, vi lasciate andare. Se sapeste che pena  questa per me! Arc e io.... una volta andavamo orgogliosi di voi. Jim, se io mi presentassi al King's lo farei per voi. Probabilmente la causa di Clive sar discussa in quei giorni: potrebbe anche darsi che fosse finita, non lo so; ma insomma, se non finita poco vi mancher. L'ultima volta io giocai al King's nel giorno in cui si aspettava il verdetto di Clive; molta gente deve avermi giudicata senza cuore, allora; ma io non ero senza cuore: credo quel giorno di aver giocato pi per Clive che per me; ma questa volta, se lo facessi, credo che sarebbe unicamente per voi; poich non son pi la ragazza di prima, Jim: mi sento ben diversa adesso. Qualche cosa se n' andata, sebbene non sappia nemmeno io di quel che si tratti: ma oggi non posso far certe cose come potevo farle allora. Non intendo parlare delle cose fisiche, ma di cose che richiedono coraggio morale, risolutezza. Talvolta mi par di aver bisogno di riposarmi a lungo dallo sforzo morale: comprendete quello che dico?
S.
Ma avrei tanto piacere di far qualche cosa per voi, se potesse esservi di giovamento.
S, Vi, mi sarebbe di giovamento.
Forse.... ma quanto?
Jim la guard, poi abbass gli occhi. Presso la mascella il viso gli tremolava.
Voglio che vi riprendiate, che ritorniate voi stesso, prima che sia troppo tardi per rinfrancarvi.... diciamolo pure, prima che sia troppo difficile rialzarsi: lo volete fare per me al tempo stesso che per voi?
Se potessi pensare che a voi preme....
A me preme molto, ma soltanto per amicizia.
Si ferm, poi soggiunse:
La parola soltanto  una parola stupida in tema di amicizia. Io comprendo molte cose in quella parola, ma bisogna che fra noi due tutto sia chiaro: noi non potremo mai essere che amici: posso giovarvi cos come amica?
S.
Se prendo con voi parte al torneo di quest'autunno vi rialzerete proprio? Vi sentite, in queste sei settimane che ancora intercedono, di esercitar su voi una stretta disciplina, di render giustizia a voi stesso?
Mi prover.... non far nulla, addirittura nulla che possa riuscire d'incaglio.
Allora io m'iscriver per il torneo e giocher con voi nelle Doppie miste. Lasceremo dire alla gente che sono una donna senza cuore; nessuno pu saper nulla. Ma, Jim, questo dovrebb'essere solo il principio: io posso non esser capace di aiutarvi a proseguire; e allora dovrete proseguir da voi stesso. Io cerco di darvi una mano a risollevarvi, nient'altro; e, se io dovessi poi ritirarmi....
Ritirarvi? Che cosa intendete di dire, Vi?
Lasciamo andare adesso: insomma bisogna che sappiate che non potete fare assegnamento su me per la vostra salvezza. Oh, Jim, ed ella gli pos una mano sul braccio, voi e io non siamo sentimentali; ma io ne ho gi passate parecchie e pu darsi, anzi credo proprio che si stia preparando qualche altra cosa. Non aggiungete a ci la vostra degradazione; non mi provate che io vi ho fatto del male, che ho ferito la vostra vita, che vi ho fatto piombare nell'abbattimento: non lo fate, Jim.
Va bene, Vi: procurer.... procurer di non farlo.
Promettetemi che le gare del King's saranno per voi il principio di cose migliori.... per quanto sforzo possa costarvi.
Va bene, va bene, lo far.
E come pegno datemi la mano.
Jim allung la destra e Viviana l'afferr.
Quella stretta di mano fu veduta da Clive dalla finestra di camera sua; egli non spiava sua moglie e Jim Gordon: non era capace di farlo; ma essendo andato a togliersi il vestito con cui aveva giocato a tennis per infilarsi un pigiama prima di andare nella stanza da bagno, s'era affacciato per caso alla finestra proprio nel momento in cui le due mani s'incontravano. Subito egli volse altrove lo sguardo, and nella stanza da bagno, gir il rubinetto dell'acqua fredda e aspett che la tinozza si empisse; e mentre aspettava si pose a sedere su un seggiolino di legno fissando l'acqua che scendeva; e disse fra s:
"Lei non lo sa, ma avrebbe dovuto sposar Gordon."
Quando fu nella tinozza, vi si butt all'indietro, e un attimo prima di lasciarsi coprire il capo dall'acqua gli balen in mente un bizzarro pensiero:
"E se non rialzassi pi il capo?"
La volont del suicidio, la volont di spengersi, scendere nella polvere, annientarsi! Bastava che si attenesse a quella volont, che le desse adempimento perch in meno di cinque minuti Viviana ritornasse libera. Nonostante tutto il bene ch'ella gli voleva, proverebbe ella un senso di sollievo, sia pur tenue, s'egli sparisse a quel modo? Ella stessa non avrebbe potuto rispondere a quella domanda, non avrebbe addirittura saputo rispondervi: questo era ci che pensava Clive. Quando se ne fosse andato a quel modo, il posto di cui aveva parlato una volta a Viviana rimarrebbe vuoto. E v'era l Gordon.
Egli sent una trafitta di gelosia: vedeva quelle due mani che s'incontravano, che si stringevano: doveva essere stato suggellato l qualche patto. Poi egli rampogn se stesso per la sua gelosia, prese se stesso in dispregio; ma essa era parte di lui, parte di lui non meno del suo amore, parte di lui non meno della paura di cui nessuno sapeva.
No, no: non voleva sparire per l'appunto in quel momento: quelle mani che si stringevano lo avrebbero conservato in vita se nient'altro lo faceva.
Ed entr sott'acqua e ne ritorn fuori; e mentre l'acqua fredda gli grondava sul capo e sul viso, disse fra s:
"Voglio vivere!"
...
.
...
CAPITOLO 20.
...
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...
Quando nella lista degl'iscritti per le gare autunnali al King's Club i compagni e le compagne di Viviana videro il suo nome, ne provarono grande sorpresa, e forse lo stupore di chi la conosceva meglio fu anche pi grande. S'era parlato della vertenza fra Clive e sir Aubrey Sabine non solo nella cerchia dei giocatori di tennis, ma in tutte le riunioni mondane; e oltre che nei salotti anche nei Circoli pi o meno noti si discuteva di questo caso straordinario, anzi unico negli annali legali, come dicevano alcuni, il quale prometteva di fornire a tutti i lettori di giornali interessanti ragguagli; opportunissimi in quel ristagno autunnale. Fotografie di Viviana, di Clive, di sir Aubrey Sabine, di Vilfredo Heathcote, di lady Dartree, di Jim Gordon, di mistress Lorrimer, e di altri che si supponeva potrebbero comparir nella causa, venivano gi pubblicate con appropriati commenti nei giornali illustrati: e tutte quelle persone declinavan lo sguardo sul pubblico dagli alti banchi di libri e di giornali nelle stazioni ferroviarie, occhieggiavano per le strade dalla mostra di molte botteghe. Un ben noto settimanale, che non mancava in nessun Circolo e in nessuna villa, fece proprio furore, presentando sul frontespizio una fotografia, nuova per il pubblico, della fu signora Sabine, in gonna e camicetta, con un elegante cappellino nero e guanti bianchi, il binocolo a tracolla, ingrandimento di un'istantanea presa alle corse di Newmarket. Pi oltre, nello stesso numero, v'era rappresentato in tutta pagina Clive con la dicitura in grandi caratteri: "Signor Clive Baratrie, querelante nella prossima causa sensazionale per calunnia".
Non era per altro la causa per calunnia che faceva maravigliare Jenny Littlethwaite, la signora Charlesworth, lord e lady Dartree; ma che Viviana avesse per l'appunto scelto quel momento per riapparire dinanzi al pubblico del lawn-tennis. Esse sapevano il coraggio di Viviana, ricordavano la sua sfida all'opinione della gente nel giorno in cui la sorte dell'uomo ch'ella amava pendeva sulla bilancia: ci ch'ella aveva fatto poteva rifarlo ancora, quando di nuovo il nome di Clive Baratrie sarebbe corso su tutte le labbra dell'avida folla. Ma il suo bambino era stato posto sottoterra soltanto nel luglio, ed ella si presentava per una gara di campionato in ottobre. Quel fatto sembrava accennare a una certa durezza d'animo: non aveva voluto bene al suo bambino? O era tanto appassionata del suo giuoco, cos ansiosa di asserirsi in pubblico prima che l'inverno ponesse termine ai tornei, da non aver potuto resistere aspettando che il solito periodo del lutto convenzionale fosse finito? O forse ella cercava con l'attivit di sgominare un intenso dolore? Veramente era ormai venuto di moda far cos: la gente si faceva veder dappertutto prestissimo dopo la morte delle persone che si supponeva dovessero esserle care: ormai, sin dalla guerra, certe convenzionalit erano state mandate da parte. Le donne avevano cominciato a capire che non giovava a nulla starsene chiuse in casa e dare sfogo al proprio dolore in un mondo che era divenuto persistentemente tragico. Ma nessuno si sarebbe aspettato in Viviana quel tipo di modernit: bench dedita allo sport e piena di volont, non aveva mai fatto sbalordire a tal punto la gente. Jenny Littlethwaite ne prov quasi dispiacere; la signora Charlesworth, che faceva pochi apprezzamenti (era una rara donna di poche parole, e niente affatto maldicente) non si raccapezzava addirittura; la signora Lorrimer, che aspettava con grande eccitazione lo svolgimento del dibattito e s'era ordinata un vestito ch'era proprio una galanteria per quando vi sarebbe chiamata come testimone, giudicava cosa quasi indecente che Viviana Denys si presentasse a una gara mentre da poco aveva veduto scendere il suo bambino nella tomba e quasi simultaneamente doveva veder suo marito dinanzi all'Alta Corte. E perfino alcuni degli uomini, fra i quali lord Dartree, Bob Murray, e il vecchio Madding, dicevano che non avrebbero mai pensato che anche Viviana Denys fosse come tante altre.
Ma in ogni modo i caporioni del King's Club giudicarono una vera fortuna il ritorno di Viviana in quel momento: non avrebbero potuto augurarsi una maggiore attrattiva di quella che eserciterebbe il suo nome, ora su tutte le bocche per la querela data da suo marito a quel pazzerello di sir Aubrey Sabine. L'incasso al King's Club supererebbe quello verificatovisi per gli altri campionati sul campo in terra battuta. La signora Lorrimer disse che Viviana doveva chiedere una percentuale che le giungerebbe proprio opportuna per pagar le spese del processo nel caso che Aubrey Sabine non fosse condannato ai danni.
Viviana s'era iscritta, naturalmente, per le Doppie miste: ella giocava unicamente per Jim. Egli lo sapeva; e anche Arc lo sapeva, bench non glielo avessero detto. Clive, se non lo sapeva positivamente, lo intuiva. Non aveva egli eccitato Viviana a presentarsi al torneo? Perch lo aveva fatto? Ora avrebbe stentato a dirlo: aveva agito per uno di quegli strani impulsi dell'uomo che soffre e che pure, nel suo sgomento, si protende verso ci che pu farlo soffrire ancor di pi. Ma quando egli vide che oltre che nelle Doppie miste Viviana s'era iscritta nella Doppia femminile cominci a fantasticare se avesse proprio torto nel supporre che sua moglie si sacrificava per il bene di un vecchio amico. Egli non domand schiarimenti, e Viviana non glieli diede.
La verit era che Viviana non aveva voluto mettersi tanto in evidenza con Jim per riguardo a Clive: se si fosse iscritta soltanto nelle Doppie miste la gente avrebbe forse mormorato anche pi di quel che non mormorava ora. Durante le settimane intercedenti fra la visita di Jim a Monk's Hill e l'apertura del torneo ella volle addestrarsi e si esercit assiduamente facendo venire dei professionisti per giocare con lei e Arc. Verso la fine di settembre, Clive e lei ritornarono a Londra; allora ella e Jim cominciarono a esercitarsi insieme con giocatori di prim'ordine per avversari. E in quei severi giuochi cominci a ricomparir l'antico Jim. Giorno per giorno Viviana vedeva un lieve progresso, il provato atleta ritornare, come suol dirsi, a galla, di fondo al baratro in cui s'era inabissato. La mano di lei lo aiutava a ritirarsi su. E intanto la cognizione di quell'aiuto giovava a lei pure, l'aiutava a dominare il dolore, l'aiutava a raffrenar l'ansia, l'aiutava ad affrontar la maraviglia di coloro che non capivano perch ella facesse una cosa che sembrava insieme spietata e strabiliante. E il giuoco le era di soccorso, perch la costringeva a viver molto col corpo e a tener soggetta la mente.
Durante questo periodo Viviana viveva ad alta tensione; e sempre la tensione andava accrescendosi mentre i giorni passavano rapidi come se avessero fretta di essere ascritti al passato, e il torneo e la prova si avvicinavano. E nella tensione ella aveva sempre una strana sensazione di andar verso un cambiamento vitale, che quel sicuro crescendo di cui ella era di continuo conscia non finirebbe in un tumultuoso fragore ma in un solenne silenzio.
Un giorno Clive le disse che la sua causa non sarebbe discussa che ai primi di novembre.
Sicch potete giocare in pace durante tutto il torneo, egli soggiunse. Quando andremo in giudizio, il torneo sar finito. Ne sono contento. In ogni modo sabato verr a vedervi giocare; e potr tornarci un paio di volte quest'altra settimana.
Potete prendere interesse a tali cose nello stato d'animo in cui dovete trovarvi adesso? ella gli domand con fervore.
S. Voi e io siamo ambedue adesso nell'arena: bisogna mostrarci gagliardi. Anche mia madre verr a vedervi giocare.
Mammina? Ma a lei non importa niente del lawntennis.
 vero; ma le importa molto di voi, e le importa molto di far vedere che non  abbattuta.
Proprio in quel momento, mentre Clive diceva quelle parole, Viviana sent lo sforzo ch'egli doveva fare: era uno sforzo finale? Sarebbe seguto da un profondo accasciamento del suo animo, opposto alla baldanza che ora ostentava? E lei stessa? Ella aveva detto a Jim che non era pi la ragazza di una volta; gli aveva detto che le costava sempre pi far cose che richiedessero da lei coraggio morale, sforzo morale: e ci era purtroppo vero. Il bambino s'era forse portato via qualche cosa di lei: ma quell'ultimo sforzo ella lo farebbe.
E poi?
Ella risolvette di non spinger lo sguardo oltre il torneo, oltre la querela; voleva attraversarli baldamente e rimettere il futuro nelle mani degli Dei.
L'addetto al cancello del King's Club, quieta persona a cui erano ben noti tutti i campioni inglesi del giorno, e che parlava con rispettosa familiarit dei Renshaws e dei Dohertys, era quasi risospinto dall'onda di gente che si affollava a vedere le gare autunnali.
Nessuno avrebbe mai pensato che Suzannah volesse giocare contro quella signora Mollar, egli osserv a un compagno.
Ma pi che altro tutta questa gente viene per miss Denys, cio per la signora Baratrie come si chiama ora, disse il suo compagno. Il pubblico le vuol bene e ha ragione. E poi le  morto il bambino poco fa, e suo marito ebbe quel processo per assassinio e ora ha dato querela a quel baronetto che sostiene che, sebbene sia stato assolto, era stato lui l'uccisore. Lo lessi giorni fa nel Popolo che vi dedicava tre colonne.
Meglio cos per il nostro Circolo, disse il suo interlocutore. Ecco altre due automobili.
Nell'interno del fabbricato le gallerie del campo numero uno erano gi tutte stivate, e nello spazio destinato alla gente in piedi gi si pigiava una moltitudine. Era un pomeriggio di sabato e doveva giocarvisi la finale delle Doppie miste. Viviana e Jim erano ormai giunti alla finale e dovevano giocarla contro la signora Charlesworth e Bob Murray, che era grande sul terreno battuto, bench due anni prima fosse stato sopraffatto dall'indiano Pandit nelle Singolari al King's: ma Bob era molto miglior giocatore nelle Doppie miste che nelle Singolari.
Da tutti si commentava la "ripresa" di Jim Gordon che davvero era adesso quasi ritornato il giocatore di prima. Veramente nelle Singolari non s'era fatto tanto onore, ma vecchi giocatori dicevano che in esse egli non aveva posto tutta la sua forza, volendo risparmiarla per la grande gara con la sua antica compagna, Viviana Denys, ora signora Baratrie. In tutte le Doppie miste aveva giocato ottimamente e cos la signora Baratrie. Che donna straordinaria per essere stata capace di una tal riuscita! Ma quando una donna ci si mette, per Giove, pu dar dei punti a un uomo e superarlo!
Clive e sua madre sedevano tra la folla nella galleria dei soci del Circolo; la loro comparsa era stato il grande avvenimento della giornata. La signora Lorrimer, che si trovava in compagnia di lord e di lady Dartree, a poca distanza da loro, bisbigli concitatamente abbassando il binocolo:
L'assassino e sua madre!
Anna! mormor lady Dartree riprendendola. Quando imparerete a esser prudente!
Insomma, eccoli l; e lei ha il cappello guarnito con le penne di pavone.
Vuol dire che non  superstiziosa, mormor lord Dartree. Ma, guardate, incominciano.
Jack Carrington, il celebre arbitro si arrampic sul suo alto sedile con un taccuino e un lapis in mano. I giudici di linea presero il loro posto; i ragazzi addetti a raccoglier le palle si tenevan pronti, frenando a stento la loro vivacit. Il signor Enrico Poel, un pezzo d'uomo, segretario del King's si fece strada sino alla galleria, poi gir intorno uno sguardo ansiosamente indagatore.
Non ci cascherebbe un chicco di panico, Poel, gli grid il vecchio Madding. C' forse qualcun altro che vorrebbe entrare?
Santi numi del cielo! S, s, e per l'appunto due persone scese ora di automobile...! E mormor due ben noti nomi di un principe di sangue reale e di un uomo di Stato. Bisogner che veda di accomodarli gi dietro i giudici. Per buona sorte il numero due non  ancora al posto. Un momento! Non voglio che comincino sino a che il Principe non s' accomodato.
Si riapr la strada. Intanto Viviana e la signora Charlesworth coi loro vestiti bianchi e i variopinti fazzoletti intorno al capo, s'incamminavano al campo seguite da Bob Murray e da Gordon. Un mormorio corse tra la folla e molta gente delle gallerie si alz in piedi e si protese per veder meglio le figure bianche che si movevano sul terreno verdolino dalle linee spiccatamente segnate. Clive si port di scatto la mano alla faccia, poi l'abbass sul colletto; sua madre gli diede un'occhiata penetrante, una di quell'occhiate rapide come il baleno, caratteristiche in lei. Ora Viviana e la signora Charlesworth si erano avvicinate alla rete e parlavano insieme, con la visiera da tennis gi calata; Gordon parlava con l'arbitro; Bob Murray, pallido, smilzo e d'aspetto delicato, con un'espressione ansiosa e due occhi scuri, intellettuali, esaminava la propria racchetta.
Perch non cominciano? disse qualcuno.
Credo che aspettino che....
Ma la risposta rimase a mezzo, perch in quel momento i giudici della gara si alzarono prontamente da sedere e la gente che era in prima fila nella galleria scatt in piedi anch'essa.
Che cosa c'? domand la signora Lorrimer puntando subito il binocolo.
C' il Principe! disse lord Dartree alzandosi, mentre un giovanetto biondo e smilzo, con un vestito di panno grigio brizzolato, il cappello duro e una mazzettina tenuta in mano insieme a un paio di guanti, si avanzava svelto ed energico verso il lato estremo del campo, seguto da un signore anziano alto armato di binocoli, e accompagnato dal signor Poel e da due altre persone appartenenti al Circolo, una delle quali Mandeville, il celebre arbitro. Dopo un momento di pausa, durante il quale furono in fretta portate alcune poltrone di vimini, il Principe vi sed con l'attempato ministro (che era un appassionato di tennis) alla destra, e Mandeville e l'altro signore appartenente al Circolo alla sinistra. Il signor Poel si ritir e dopo i soliti preliminari i quattro giocatori presero il loro posto e la partita cominci.
Siccome si trattava di una Doppia mista, la vittoria sarebbe conquistata dalla parte che vincerebbe due partite su tre; e al principio dell'incontro non sembrava esservi ragione di supporre che si anderebbe molto in lungo, bench i quattro giocatori fossero di prim'ordine e considerati, da chi se ne intendeva, ora che Gordon sembrava ritornato il giocatore che era prima, press'a poco della stessa forza. Ma i calcoli di quei signori, inclusovi perfino il vecchio Madding, il cui giudizio per tutto quello che riguardava il lawn-tennis era stimato infallibile, risultarono sbagliati nella straordinaria gara che s'impegn fra le due parti. Come disse qualcuno, probabilmente lord Dartree o il suo quasi inseparabile compagno di tennis, Brett Stanley, quando a gara finita scrosciarono gli applausi pareva che nel trovarsi intorno un tal pubblico, e per giunta il Principe, tutti e quattro i giocatori si fossero proposti di mostrare quel che pu essere una Doppia mista in grande stile.
La prima partita venne molto ben giocata, ma senza nulla di straordinario; in essa la migliore dei quattro fu la signora Charlesworth giocando con quasi disumano accanimento, ghermendo ogni facile palla che le si presentava, fredda, risoluta, inesorabile, scrutatrice, pronta a portarsi alla rete, o a giocare dalla linea di fondo con alte battute d'immancabile precisione. Nel suo modo di giocare v'era qualche cosa di meccanico. Ella aveva il viso duro, osserv piuttosto forte Anna Lorrimer, "come una di quelle pietre murali irlandesi che richiedono un cavallo per tirarle". Bob Murray sulle prime pareva non mettesse molto impegno nel giuoco, ma andava via via migliorando. Il suo stile era perfetto, soltanto egli era talvolta trascurato e dava segno di nervosit. Dall'altra parte il giuoco di Viviana e di Jim era un po' disunito, ora mirabile ora irrequieto.
Sono troppo ansiosi, fu il giudizio del vecchio Madding, udito distintamente da Clive e da molte altre persone, poich il vecchio Madding aveva la voce acuta nell'esile gola. E altres son troppo bravi per sentirsi eccitati dal vecchio giuoco della signora Charlesworth che pare voglia dar loro lezione di tennis. A nessuno piacciono i vecchi attori qualunque cosa possano dire: guardate un po' come ha lanciato quella palla Gordon. Ditemi un po' se.... ecc. ecc.
Clive si contorceva le mani nell'udir la vocina stridula del vecchio. "Troppo ansiosi!" S, era vero: Viviana era troppo ansiosa di giocar bene per Jim, Jim aveva troppa bramosia di giocar bene per lei. Ciascuno di essi pensava troppo all'altro; e lui, Clive, vedeva due mani stendersi e afferrarsi e stringersi, e provava una pena mentale, come se una spada trafiggesse tutto il suo essere fremente. E un'improvvisa fiera risoluzione sorse in lui:
"Appena tutto sar finito, la porter via."
La prima partita fu vinta dalla signora Charlesworth e da Bob Murray per sei a tre.
Quando fu finita, il Principe si alz, and alla linea laterale, strinse la mano ai giocatori e disse loro qualche parola. Al suo arrivo, forse temendo di esser cagione di un po' di ritardo, non aveva parlato loro. Frattanto il pubblico fissava Clive e sua madre, sporgeva il collo per veder se il Principe badava molto a Viviana, e scambiava commenti sul giuoco.
L'opinione generale, a cui il vecchio Madding dava con enfasi il tono, era che la gara sarebbe facilmente vinta dalla signora Charlesworth e da Murray. Arc che si teneva indietro palpitava d'ansiet e fremeva d'indignazione, via via che guardava o ascoltava; ma il peggio era che purtroppo condivideva l'opinione generale. Viviana non giocava come aveva giocato al King's nel giorno del verdetto: quella volta ella pareva ispirata; Jim invece quel giorno era molto gi. Ma adesso.... adesso v'era qualche cosa che andava male; Jim e Viviana non si combinavano tanto bene: v'era qualche cosa di slegato nel loro giuoco; pareva che si sentissero a disagio fra loro. Anche secondo lui, la gara era perduta.
Ma cinque minuti dopo Arc era pieno di eccitazione e di speranza, poich nel giuoco era sopravvenuto un brusco cambiamento. Era accaduto qualche cosa in Viviana, una di quelle curiose trasformazioni che spesso fanno provare agli esseri umani maraviglia di loro stessi, delle possibilit che hanno in s, delle facolt sonnecchianti che si svegliano e si manifestano talvolta inaspettatamente, come se stimolate a una forte attivit da una forza invisibile.
A un tratto ella cominci a giocare come un'altra donna, come una donna che intendeva di vincere, che credeva fermamente di esser capace di vincere. Il cambiamento operatosi in lei trasform il giuoco da uno sfoggio di buona cognizione di regole in una vera battaglia. Jim Gordon si svegli, stupefatto dalla risolutezza della sua compagna, rinfrancato dalla fierezza dell'attacco di lei che subito lo eccit a un giuoco pi serrato e vivace. La second dunque con tutto il suo potere: ambedue giocarono brillantemente il loro giuoco aggressivo, il giuoco di un'impetuosa, quasi ardita giovinezza, lasciando da parte, si sarebbe detto con disprezzo, ogni tattica difensiva, badando soltanto risolutamente ad assicurarsi coi loro colpi la vittoria.
Prima che la signora Charlesworth e Murray avessero potuto raccapezzarsi di che cosa accadeva, non si aggiudicarono nemmeno un punto per quattro giuochi; e il vecchio Madding, stupefatto, non faceva che esclamare che purtroppo sarebbero "schiacciati".
Ma la signora Charlesworth era una volpe vecchia e aveva per giunta una suprema cognizione del giuoco; passata la prima sorpresa ella si rimise, e Bob Murray si accinse con perfetto stile e con baldanza alla lotta. Cominciarono a riprender piede: non volevano addirittura esser messi fuori dinanzi alla pi imponente folla che mai avesse assistito alle finali al King's. E vi si posero accanitamente: vinsero un giuoco traendone uno scoppio di applausi incoraggianti: vinsero anche un secondo giuoco.
Si risollevano! esclam il vecchio Madding. Coraggio, signora Charlesworth!
La folla rideva simpatizzando; v'era adesso molta eccitazione: era una partita piena di movimento che meritava di esser veduta. Un lungo e impetuoso palleggio di Viviana e Jim fece loro vincere un altro giuoco: cinque contro due.
Non s' mai visto una cosa simile! disse lord Dartree. Impossibile far passare una palla al di l di loro: le fermano tutte.
C'era da aspettarselo, mormor Brett Stanley dietro a lui. Guardate il viso della signora Charlesworth se non par quello di un can mastino.
Bob Murray giuoca con pi perfetto stile di tutti, disse lady Dartree, ma Jim Gordon ha ritrovato finalmente il suo giuoco per la Coppa Davis. Viviana lo ispira.
Guardate, guardate l'assassino! bisbigli la incorreggibile signora Lorrimer.  pazzo dall'eccitazione, ma deve provar poco gusto, ne son proprio sicura.
Un altro scoppio di applausi copr la sua voce: una maravigliosa battuta corta della signora Charlesworth aveva fatto vincere un altro giuoco alla sua parte. Cinque contro tre.
Arc si cacci le mani in fondo alle tasche.
Per carit, Jim! Per carit, Vi! Soverchiateli! mormor non avvedendosi di muover le labbra. Batteteli, metteteli fuori di combattimento, mandateli al....
Cinque contro quattro.
Che cosa vi dicevo? Coraggio, signora Charlesworth! grid il vecchio Madding.
Pareggiati con cinque!
Ora verr il bello! disse una voce maschile dietro a Clive. Secondo me, cominciano adesso.
Clive diede una rapida occhiata intorno a s, incontr qualche sguardo curioso e di nuovo si volse verso il campo.
La signora Charlesworth e Bob se la sbrigheranno presto adesso, disse la vocina stridula del vecchio Madding. State a vedere!
Invece non fu cos; il signore seduto dietro a Clive aveva ragione: la gara era appena al suo principio. Pareggiati con cinque, i quattro giocatori ripresero con un'ostinata risolutezza che a uno degli spettatori parve avere in s qualche cosa d'infernale. Con quattro giocatori quasi della stessa forza la vittoria sar facilmente della parte che ha la pi tenace volont di vincere. Ora la volont di vincere della signora Charlesworth era notoria: ella lo aveva provato in cento grandi incontri e il tempo non l'aveva indebolita. Bob Murray, ora che si sentiva addirittura in vena ed era riuscito a dominare i suoi nervi, si sarebbe detto un demonio di ardore e di agilit. Non mancava mai un colpo nel giuoco e in tutti egli metteva la grazia e la disinvoltura che facevano di lui un modello di stile. Adesso s'era proprio svegliato: tutto il suo cervello era all'opra. Il suo personale smilzo pareva di sverzino e d'argento vivo. Per lui non esisteva pi il pubblico: egli viveva semplicemente per il suo giuoco. E di fronte a quei due, "mastino" e "bracco" come li aveva chiamati Brett Stanley, non con l'intenzione per altro di canzonare la signora Charlesworth, che egli ammirava senza riserve, si trovavano le due pi giovani volont di Jim Gordon e di Viviana, unite nell'idea di assurgere alla vetta, d'inalzarsi in alto, in alto per un segreto accordo di cui nulla sapeva la gente.
Quando dapprima avevano perduto, Viviana si era subito sentita invadere dal convincimento che il destino di Jim pendesse ora sulla bilancia. Se ora fosse finita per lui la disdetta e riuscisse vincitore, se il suo "risollevamento" si dimostrasse cos definitivo dinanzi ai pi brillanti giocatori sparsi tra la folla, lass nelle gallerie, che se ne parlasse la mattina dopo in tutti i Circoli, ella credeva, anzi si sentiva sicura che Jim rimarrebbe da allora in poi ben saldo in piedi, che non vacillerebbe pi. Egli sarebbe riabilitato non solo agli occhi dei suoi compagni, dei suoi rivali e dei suoi oppositori, nonch dei suoi amici e conoscenti, ma anche nella propria stima; ed ella avrebbe fatto qualche cosa di veramente degno. Ma se soccombevano egli crederebbe che la colpa fosse di lui stesso, che nemmeno per lei, nemmeno con lei, egli potrebbe ritornare a essere ci che era stato. Ella sentiva di conoscere in quel momento Jim sin nel profondo dell'animo, leggeva dentro di lui come mai aveva fatto per l'innanzi, come non potrebbe farlo mai pi. Ella sapeva ci che aveva detto la gente, sapeva che amici da lei apprezzati si maravigliavano del suo atto di ripresentarsi al pubblico proprio dopo la perdita del suo bambino e fra il rumore sollevato dall'imminente. "causa sensazionale". La maggior parte di quella gente s'era recata l per via di lei; quel giorno ella era una figura spiccata, non soltanto come campione femminile: e ci le faceva orrore. Le era penosissimo che chi si occupava di lei con affetto la credesse capricciosa e senza cuore, e sotto i lontani occhi della folla Viviana soffriva.
Ebbene: bisognava fare in modo che tutto quel tormento non rimanesse inutile; a che cosa avrebbe servito se lei e Jim rimanevano battuti? No, non dovevano perdere; la prima partita non voleva dir nulla: ora bisognava andar di un passo che li conducesse alla vittoria.
Tale era adesso la volont di Viviana a cui Jim aggiungeva la sua; poich la viva fiamma dell'ardore di lei lo lambiva, accendendo lui pure. E il conflitto delle energiche volont di ambedue le parti doveva produrre quel tal giuoco del quale si parlerebbe per pi giorni.
La partita fin con sedici pari, e cos Viviana e Jim uscirono dal campo tra un fragore di applausi come s'era raramente sentito sul verde terreno battuto del King's, sebbene non si sapesse pi in che stato fossero, "tutti sciamannati com'erano" secondo il gergo del vecchio Madding, oracolo del tennis.
Il Principe tir fuori l'orologio e mormor qualche cosa al suo anziano compagno che applaudiva con le mani e con la mazza e andava in visibilio come uno studentello.
L'uomo di Stato si protese, parve sorpreso, dispiacente, tir fuori anche lui il suo orologio, aggrott le ciglia, si morse le labbra, mormor qualche cosa in risposta.
Certo il Principe doveva avere un impegno e l'uomo di Stato mandava sicuramente quell'impegno al diavolo perch fra non molto bisognava andarsene.
La signora Charlesworth sorbiva qualche cosa da un bicchiere che aveva lasciato sotto l'alto sedile dell'arbitro mentre stava giocando; Bob Murray si spugnava il collo con un asciugamano; Viviana e Jim erano rimasti presso il palo della rete. Dopo un momento di esitazione il Principe, che aveva discorso con Mandeville, si alz e and verso di essi. Dalle gallerie lo videro parlar con loro, tirar fuori l'orologio, sorridere, poi ridere: dava con l'indice dei colpettini all'orologio come per richiamare la loro attenzione sul tempo.
Li prega di far presto, perch deve andarsene, disse la signora Lorrimer. Vi Denys, Vi Baratrie, anzi, scuote il capo. Ora la signora Charlesworth ride; ma Jim Gordon pare di bronzo. Chi sa se.... no, il Principe s' rimesso a sedere.
Lo credo: questa  una gara che merita di esser veduta anche da un'Altezza reale;  cos variata e imprevista: chi pu dire come sar la finale?
Io scommetto cinque sovrane contro due che la vittoria  della signora Baratrie e di Gordon, disse a Madding il piccolo King, il giocatore dell'America meridionale.
Ma vi pare! replic il vecchio. Io non scommetto che quando v' certezza: son sempre dello stesso parere che non c' donna inglese vivente che sappia giocare come la signora Charlesworth; ma la signora Baratrie  pi giovane e anche Gordon  almeno di otto anni pi giovane di Bob Murray.
E la giovent vuol dir qualche cosa, eh? fece il piccolo King non senza una scherzosa malizia.
La pratica del campo vuol dir per anche di pi, ragazzo mio, e vorrei che sapeste che....
Ma in quel momento Jim Gordon serviva la prima palla nella partita finale.
In principio pot notarsi nei giocatori una certa reazione; la partita precedente era stata proprio tremenda e aveva lasciato il suo segno su tutti fuorch su Viviana. Bob Murray cominci come un uomo un po' stanco che evidentemente sentiva lo sforzo di un'ardua gara. La signora Charlesworth, bench imperterrita (e quando non era imperterrita, lei?) era un tantino meno svelta di prima, meno rapida alla rete, meno impetuosa nel "viaggiare" per il campo; sulle prime ella non mantenne nemmeno la precisa misura dei tiri cos ammirata nelle altre partite. Anche in Jim Gordon la forza e l'agilit parevano molto diminuite.
Egli risentiva della troppo lunga mancanza di esercizio. Aveva mantenuto la parola data a Viviana nel giardino della sua villetta, e da allora s'era esercitato pi che poteva. Non aveva nemmen pi bevuto una goccia di alcool; s'era perfino astenuto dal fumare; aveva insomma fatto di tutto per riprendersi. Ma v'erano state troppo poche settimane per riparare a mesi e mesi di follia e d'occulta vita dissipata; e ora, a un tratto, egli sentiva che il corpo non gli obbediva pi. La precedente partita lo aveva estenuato: non aveva giocato tanto, non era stato capace di farlo per pi d'un anno; e ora, proprio nella crisi che doveva decidere quale coppia sarebbe prescelta per il campionato delle Doppie miste di Londra su campo coperto per l'anno venturo, sentiva che probabilmente non si farebbe onore. Nel primo giuoco il suo servizio fu debole; mancava ormai in lui l'ardore. Per quanto si sforzasse non parve trovar l'energia per un vigoroso servizio. Per buona sorte anche l'altra parte era un po' estenuata e non approfittava, come avrebbe potuto, del debole servizio di lui. Ben presto per la signora Charlesworth cominci a riaversi: non c'era pericolo ch'ella rimanesse a lungo infiacchita in nessuna gara importante. E Bob Murray, che sebbene cos mingherlino era dotato di grande forza nervosa e poteva resistere, riprese il suo giuoco elegante e vivace. Quanto a Viviana....
In Viviana non v'era stato il pi lieve cambiamento: dei quattro ella era la sola che mostrasse sin dalle prime battute della partita finale la risolutezza e la forza che avevano contrassegnato tutto il suo giuoco nelle due antecedenti partite. E ora mentre acchiappava tre palle per il suo servizio (due giuochi erano stati piuttosto piani per la signora Charlesworth e per Murray) ella sussurr a Jim:
Animo! Giocate bene!
Nessun altri che Jim ud quell'esortazione. V'era una tale intensit, perfino una tal fierezza in quelle parole ch'egli ne rimase colpito. Gli parve di aver ricevuto come una sferzata da Viviana: e quella sferzata era stata data con l'intenzione di arrivare, di svegliarlo, di scuoterlo, di spronarlo perch s'incamminasse alla vittoria. Una vampa gli sal alla fronte mentre prendeva il suo posto alla rete.
Avrebbe potuto giocare bene? Aveva egli la possibilit di una bella riuscita non foss'altro per amore di lei? Egli vedeva vagamente le figure del Principe e di chi era seduto presso a lui a lato del campo; si accorgeva vagamente della fila di persone che si appoggiavano sulla sbarra del lungo, stretto passaggio alla sua sinistra. Una vecchia signora di altissima statura si protendeva pi di tutti, spenzolandosi tanto che sembrava dovesse capitombolar nel recinto. Difaccia a lui v'era l'affollamento nella galleria dei membri del Circolo, cupa massa di spettatori attenti ed eccitati. V'erano pur l i giudici delle partite e i ragazzi che dovevano raccoglier le palle. Jim vedeva tutto indistintamente, vedeva l'elegante magro arbitro che abbassava lo sguardo sui giocatori, udiva la sua voce forte e decisa che contava i punti. E intanto egli andava scrutando nel mistero di se stesso, ricercandovi la volont che avrebbe il potere di comandare al suo corpo. Ah, doveva trovarvela, per Viviana! La troverebbe!
Egli per perse il giuoco seguente per lei: Viviana serviva splendidamente dandogli opportunit vantaggiose, ma egli non ne teneva conto e le palle andavano a finire contro la rete. La delusione nel pubblico fu grandissima dopo l'eccitamento della partita giocata prima. Il mormorio ch'egli udiva gli fece alzare il capo, e ci era assolutamente contro le regole; come spesso aveva ripetuto ad Arc non si doveva badare a quel che pensassero gli spettatori, ma a non distrarre la mente dal giuoco. E invece egli non pot a meno di guardare: alzando gli occhi s'incontr in quelli di Clive che lo fissavano.
"Animo! Giocate bene!"
Anche Clive lo diceva con lo sguardo, e Jim si scosse in quel momento, nel mezzo del mistero, egli trov la volont per la vittoria, la volont che governava nel corpo da lui trattato cos malamente perch aveva sofferto nell'anima. La sua volont si congiunse a quella che per lui aveva Viviana: parvero fondersi insieme, formando una perfetta armonia. E cos prevalsero: Viviana e lui vinsero una partita sensazionale, la gara, e il campionato dei Doppi misti per dodici a dieci.
Mi congratulo con voi, Jim:  stata proprio una bella ripresa.
La voce piuttosto profonda e strascicante della signora Charlesworth gli risonava negli orecchi. Poi il Principe, che era rimasto sino alla fine, nonostante l'avviso del suo orologio, disse alcune amabilissime parole. La gente si affollava attorno a loro. Mentre egli stava per insinuarsi nello spogliatoio, Viviana gli disse:
Grazie, vecchio Jim.
E quello fu il suggello. Per la prima volta da che giocava per i campionati Jim si sent come mancare. Egli guard Viviana, e senza dir nulla usc.
Quella sera Clive disse a Viviana di aver deciso di uscire dalla Societ Maynard, Harringay, Baratrie e C.i Tutto il chiasso intorno al suo nome per la querela data a Sabine faceva ormai troppo danno alla firma, cos diceva lui. Naturalmente i suoi soci sapevano che avrebbe vinto; non v'era addirittura dubbio su questo: sarebbe stato impossibile che fosse il contrario; ma i clienti della Banca erano per la maggior parte membri di vecchie famiglie delle contee che non avevano piacere di scandali e di fatti sensazionali. Ultimamente se n'erano allontanati parecchi, e dicerto non per ragioni d'interesse. Egli disse d'aver dunque sentito il dovere di staccarsi dai suoi soci.
Viviana non fece nulla per dissuaderlo.
Quella sera ella era molto stanca; non avrebbe avuto la possibilit di discuter con lui: aveva bisogno di riposo. Del resto, dall'espressione degli occhi di Clive ella vide che il suo proponimento era irremovibile.
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LIBRO TERZO.
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LA CASA SUL MARE.
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CAPITOLO 1.
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In una giornata di febbraio dell'anno seguente Mim, la ben nota somarella di Hammam Chedakra, camminava lungo la strada che dall'Albergo della Cascata conduce alla stazione, tirando una carretta da bagagli molto pi grande di lei: poich Mim era piccolissima e gracilina, proprio uno scricciolo di somara, e il bagaglio che su per gi porta con s un viaggiatore americano era anche troppo peso per lei.
Mim andava dunque molto lentamente essendo altres vecchissima. Secondo Rab ben Mohamed aveva almeno quarant'anni. Rab era il suo conducente e ora le andava a fianco con un fiore in bocca, facendo di tanto in tanto schioccare una piccola frusta presso l'orecchio di Mim che, noncurante di quell'oltraggio, rimaneva pacificamente puntata verso la parte da cui il treno che giungeva la mattina da Robertville si affaccerebbe fra breve, sbuffando.
La mattinata era fresca e splendente: si vedeva una bella estensione di cielo azzurro. Ma al disopra di Gebel-Debar e Gebel-Taza, al nord-ovest, si addensava una quantit di nuvole, sfilacciate di bianco all'orlo, ma col seno grave di cupa minaccia.
Le ampie pendici delle colline che limitavano l'orizzonte verso Sidi-Barka, a una distanza di circa novanta chilometri, si ammantavano di ombre; e sui fianchi delle colline pi prossime, oltre il Chedakra, i boschetti di olivi avevano quasi un pallido aspetto invernale nell'argentea bianchezza della loro chioma scompigliata da un venticello che strisciava sul letto del Bu-Hamdam, sulla Grande Cascata, e tra i boschetti di aranci del signor Anatolio Rivier, per andare a finire verso le lontane terre del mezzogiorno. In quel vento v'era qualche cosa di marino, senza che per altro fosse freddo, altrimenti Rab ben Mohamed si sarebbe coperto la bocca che con tanta disinvoltura teneva il fiore, e Mim probabilmente avrebbe mandato all'indietro gli orecchi e dato segno di fastidio, poich la somarella era di temperamento proprio affricano e addirittura nemica del freddo.
Rab pass con lei il ponte di ferro coi suoi piloni di pietra sulla fumida corrente dove alcuni arabi stavano lavando dei sacchi sotto la diga, facendo loro a cos dire un buon massaggio col pestarli coi piedi scalzi. L'animale e il suo conducente presero adagio adagio per un sentiero serpeggiante fra gli olivi e giunsero alla masseria del signor Anatolio. Un fabbricato di bell'aspetto, quello, costruito solidamente su una vasta area, con la casa padronale, di un solo piano, bianca, con le imposte gialle e grige, le finestre con l'inferriata e un'ampia porta gialla su cui s'incurvava un arco di pietra, difaccia al boschetto di olivi e alla Grande Cascata, con lunghi magazzini che si stendevano alla sua destra e alla sua sinistra e a tergo un immenso cortile in fondo al quale v'erano le stalle di mattoni rossi, le rimesse, una fucina, una bottega di legnaiuolo, cascine, granai; nel sottosuolo, in una gigantesca cantina, si allineavano file e file di tini. Dinanzi all'alta porta gialla oziavano alcuni arabi; dall'interno usciva un rumore di gente al lavoro nella fucina, che si mescolava col persistente e pervadente mormorio delle acque che scorrono dovunque in Hammam Chedakra con voci da Genoni, o demoni sotterranei, che si univano a quelle di Bu-Hamdam, di Bu-Said, El-Aiun, Ben-Al e Ued-Zidda. E mentre Mim e Rab ascendevano la collinetta, presso un quadrato fiorito di pervinche che faceva da giardino dinanzi alla casa della masseria, giungendo cos alla strada diritta e piana che conduce alla stazione, dietro a loro una finestra con l'inferriata si accese del riflesso delle fiamme guizzanti nella fucina e si ud una sonora voce francese cantare una canzone provenzale: poich il padrone di tutte le terre circostanti e di quella bella masseria era di Avignone e aveva piacere di avere intorno a s gente di Avignone in quella remota parte specialmente popolata di Arabi.
Ma Rab ben Mohamed fece schioccare la frusta e Mim acceler un tantino il lento passo, lasciandosi indietro il canto e i colpi della fucina. E il silenzio del grande altipiano pastorale, vigilato da tutte le parti da una tranquillit di lontane colline, che lasciavano a quell'Arcadia affricana ampio spazio per stendere la sua lussureggiante vegetazione tra il magico mormorio delle sue acque, circond l'arabo e l'animale che gli era affidato. Nemmeno le voci dei torrenti e dei ruscelli giungevano in quel luogo: nient'altro ora si udiva che il calpestio dei piccoli zoccoli di Mim sulla strada deserta e il lieve scricchiolio delle ruote della carretta dei bagagli.
La piccola stazione, color crema, col tetto di tegoli rossi e il nome di H. Chedakra scritto sulla facciata, se ne stava solitaria in mezzo a un ciuffo di eucalipti, piantati per tener lontano la febbre, e quando Mim e Rab entrarono nel piccolo spiazzato non si vedevano sia da vicino sia da lontano n creature umane n quadrupedi; ma appena l'asina si fu fermata e parve sonnecchiare, si ud presso il cancellino che dava accesso alla piattaforma un rumore di ruote, un calpestio di zoccoli sulla strada, e un omnibus tirato da tre cavalli attaccati in fila orizzontale, due grigi e uno baio, e che aveva per cocchiere un corpulento arabo vestito all'europea ma con la cica, specie di papalina, fece rimanere addirittura nell'ombra Mim e il carro dei bagagli.
Il capostazione francese, tozzo, brusco, con un paio di baffoni scuri che si allungavano sin oltre le gote, sbuc fuori e di sulla piattaforma squadr con due occhi da superiore tre sudici arabi che ciondolavano per l: i suoi sottoposti non erano numerosi e ben messi, ma egli intendeva di farli rigar diritto. Rison in lontananza un fischio, si alz una colonna di denso fumo e poco dopo il treno di Robertville si fermava dinanzi alla stazione.
Dalla terza classe scesero parecchi arabi carichi di misteriosi fagotti; ma i facchini si precipitarono verso una vettura di prima classe, dal finestrino della quale si sporsero quasi immediatamente la mano e il braccio di un uomo per alzare il paletto mobile che assicurava lo sportello. L sotto i facchini arabi cominciarono a colluttarsi, ognuno di essi cercando di passare avanti ai due altri per potersi assicurare i bagagli che dicerto vi sarebbero stati da portare. Fra quel trambusto in miniatura, saltarono gi Viviana e Clive, e porgendo lo scontrino dei bagagli al capostazione ora sorridente, Clive and verso l'omnibus dell'albergo su cui caric il bagaglio a mano e disse al cocchiere arabo che lui e la signora preferivano andare a piedi.
Quando furono fuori del recinto a tergo della stazione, ed ebbero messo piede sulla strada giallastra, Viviana si ferm un momento e volse lo sguardo intorno a s. Lei e Clive erano giunti a Robertville da Marsiglia la sera innanzi; ella non sapeva ancor nulla del settentrione dell'Affrica: i pochi passi fatti dalla stazione le era sembrato che la incamminassero a una nuova vita; e ora ella guardava quel mondo per lei nuovo dove Clive l'aveva portata dopo tante agitazioni.
Il paese le si present calmo e vuoto, ampio e fertile, per ora non affatto triste, stranamente remoto. Le balen subito in mente che in quella strada ella non avrebbe mai trovato nessuno di sua conoscenza, che sulle vette di quelle colline non avrebbe mai veduto nulla di familiare. A poca distanza due cammelli piuttosto stenti si avanzavano lentamente sulla strada maestra carichi di rigonfi sacchi neri. Un vecchissimo arabo vestito di una cappa verde coi bottoni di ottone, in turbante e burnus, e con un paio di occhiali con le lenti affumicate, si avanzava parlando forte con un amico coperto di luridi cenci. Un aspro grido che doveva essere uscito dalla strozza di qualcuno che si trovava al di l di un pezzo di terra verdeggiante di tenero grano, si ripet per tre volte, ma non era davvero un grido inglese; e per Viviana esso accrebbe la mite, tutt'altro che rozza esoticit di quella terra pastorale, coi suoi boschetti di olivi sulle lontane pendici, le sue vallicelle verdeggianti, la sua lunga strada gialla che non conduceva in nessun luogo abitato, con la calma delle circostanti colline le cui pendici si ammantavano d'ombra.
Gli stenti cammelli si stesero lungo la strada maestra a poca distanza dalla stazione dove i misteriosi sacchi neri dovevano esser portati. Il rumore delle ruote dell'omnibus rison fra gli eucalipti. Viviana e Clive camminavano piano, sicch l'omnibus pass loro avanti quasi subito e spar poco dopo presso la masseria, calandosi per una china a pi della Grande Cascata. Dentro l'omnibus non si trovava nessuno: v'era caricato sul cielo il bagaglio dei Baratrie. Mim e la sua carretta, a quanto pareva, erano andati invano alla stazione, per il caso vi fossero stati molti arrivi e pi bauli di quel che non potesse caricarne l'omnibus. Clive aveva subito guardato se vi fosse dentro qualcuno, e vedendolo vuoto disse:
Mi par che non ci sia molta gente qui.
Speriamolo, rispose Viviana sottovoce.
Ora si udiva il lieve calpestio degli zoccoli di Mim.
Dobbiamo lasciar passare quella carretta? domand Clive.
S.
Si fermarono di nuovo e Mim fu poco dopo presso a loro con Rab, il quale disse in francese:
Bon soir.
Bon soir, rispose Viviana bench fosse di mattina.
Rab sorrise e accenn con la frusta Mim; poi disse, sempre in francese:
 vecchia, vecchia: avr almeno quarant'anni!
Sorrise anche Viviana, e fece col capo un segno di assenso.
Buona sera! ripet Rab e seguit la sua via.
Un venticello pungente agitava i corti steli del grano; in lontananza gli olivi sembravano stranamente pallidi; su Gebel-Debar si stendevano lentamente le nuvole, invadendo sempre pi l'azzurro. Ora Mim e Rab non si vedevano pi e sulla strada che si allungava dinanzi a Clive e a Viviana non v'era nessuno. In uno sguardo datosi scambievolmente pareva che ambedue dicessero:
"Siamo soli in Affrica."
Giunsero al ciglio della collinetta e videro gli arabi che oziavano dinanzi all'alta porta gialla della masseria, il boschetto che v'era sotto, la strada che a un tratto faceva gomito, il fumo che si alzava dalle calde e gorgoglianti acque della Grande Cascata di cui attraverso gli alberi si scorgevano i fiotti bianchi, color crema, e gialli scuri. E ora i loro orecchi erano pieni del fragore delle acque, delle acque calde e scintillanti che precipitavano sugli irti massi della cascata, delle cascatelle, lucenti come forbito argento, ricadenti sulla cateratta di l dal quieto stagno di un verde cupo; pieni del rumoreggiante Bu-Hamdam quasi soffocato nel suo profondo burrone dagli alberi e dai cespugli, olivi, palme, terebinti, acacie, lecci, oleandri selvatici; e del mormorio dei ruscelletti che solcavano il terreno qua bianco, l bruno, altrove color crema, fra margini di terra indurita, avviandosi verso la bianca casa del bagno degli arabi.
Presero per la scesa e passarono il ponte, e via via che si avanzavano Viviana si sentiva sempre pi lontana dalla sua antica vita. Ora ella si vedeva a destra il poggetto dominante la Grande Cascata come velato dal fumo di essa. Difaccia lo sguardo scopriva altro paese; poco lungi da loro v'era una casetta isolata.
Questo  l'ufficio postale, disse Clive. C'era gi, mi ricordo, quando ci passai con Campbell tanti anni fa.
Molto in lontananza si alzava una montagna che di l appariva porporina, verde e grigia, non scoscesa, non aspra, con sinuose pendici su cui s'insinuavano le ombre delle nuvole.
"Quante belle passeggiate si potrebbero fare per quelle pendici!" pensava Viviana. "Che lunghe passeggiate dappertutto!"
Clive volt a destra: l'altipiano da cui di continuo si ergeva il bianco fumo subito disperso dal vento, era limitato da un boschetto di vecchi olivi che crescevano su una balza verde in vetta alla quale si ergeva, in grato isolamento, l'Albergo della Cascata. Mentre essi mettevano piede sull'ampio spiazzato intorno al quale era costruito, una grande e vigorosa palma stese su loro la sua corona di penne, e Viviana si ferm un momento presso il suo tronco rugoso.
Un campo di tennis! ella esclam.
E guard Clive tutta sorpresa: non s'era dicerto aspettata di trovare un campo di tennis in quel luogo. Vicino ad esso si ergevano palme e aranci carichi di frutti d'oro rosseggiante. All'altra estremit del campo v'era un ciuffo di aranci e di limoni, qualche avanzo di rovine romane, e fra esse uno stagno. Simile a un nastro, un ruscelletto separava quella specie di giardino dalla strada di fronte all'ala pi ampia del fabbricato dell'albergo, composta del pianterreno e di un primo piano, le camere del quale davano su un largo corridoio coperto da cristalli; le finestre delle camere del pianterreno davano su un portico lastricato. Sotto gli alberi, presso il piccolo corso d'acqua, v'erano alveari e sedie a sdraio, seggioline verdi e tavole riparate da ombrelloni a righe rosse e bianche. Pi oltre, si stendeva e faceva angolo una terrazza elevata che aveva a tergo un edifizio lungo e basso nel quale erano le sale dell'albergo e qualche altra camera. Difaccia, di l dal ciuffo di aranci e di limoni, c'era una terza costruzione con un piccolo giardino sopraelevato e un portico, la quale conteneva alcune camere di solito occupate da ebrei e da arabi benestanti quando ne capitavano per i bagni. In quel momento quelle camere erano vuote, e nemmeno nel giardino si moveva nessuno sotto gli alberi di pepe. A sinistra, per render completo il quadrato degli edifizi, v'era una specie di villino con la facciata a colonne e una porta d'ingresso molto fonda, e che da ogni parte aveva le finestre ermeticamente chiuse.
L'omnibus era fermo a pi della terrazza; erano gi stati scaricati i bagagli e ora il corpulento e sorridente albergatore e sua moglie, ambedue provenzali ma da oltre venti anni stabiliti in Hammam Chedakra, si facevano incontro ai loro ospiti.
Scrissi gi per fissare le camere, disse Clive parlando in francese.
Come si chiama il signore?
Claudio Ormeley.
S, signore, sono pronte, al primo piano, e danno sul corridoio. Ora verr mia moglie a indicarvele. Non  giunta posta per voi.
Grazie; difatti non si aspettava posta. C' molta gente qui?
Una ventina di persone; la stagione non  tanto buona: ne aspettiamo di pi quest'altro mese.
Da questa parte, signora, disse la moglie.
E facendo loro strada sal le scale seguita dal signore e dalla signora Ormeley.
Quella notte, prima di andare a letto, Viviana usc fuori sola, lasciando Clive nel loro improvvisato salottino a leggere dinanzi a un fuoco di legna. Faceva fresco, quasi freddo, quando era scesa la notte in Hammam Chedakra. Mentre ella stava per mettersi un mantello foderato di pelliccia egli alz gli occhi e disse con vivacit:
Siete stanca? Volete andare a letto?
No; esco un momento fuori; rimanete cost al fuoco: io torno subito.
Non devo venir con voi?
Ella si abbass e gli pos una mano sulla fronte.
State tanto comodo cost; e io ho bisogno di raccapezzarmi su certe cose.
E non potete farlo che sola?
V'era un non so che di ansioso nella voce di Clive.
Per imprimerci qualcosa nella mente non vi sembra che certe volte bisogni proprio esser soli, in completo isolamento, magari soltanto per pochi minuti?
Ah, volete dire per farvi un'idea di questo luogo? Di Hammam Chedakra?
Senza rispondere alla domanda, ella disse:
Fra pochi minuti sar di ritorno.
Si pieg e gli diede un bacio, e allora egli la trattenne un momento. Viviana lo ud sospirare, con un sospiro lungo, che sembrava vibrare in tutta la persona di lui. Ella aspett, immobile, sinch egli non la lasci andare.
Fuori non poteva ancor dirsi addirittura buio; v'era la luna nuova, un po' annebbiata. Non mancavano nel cielo le nuvole, ma nell'azzurra immensit splendevano le stelle. Dalle sale dell'albergo usciva luce, ma sulla larga terrazza non si vedeva alcuno: era troppo freddo per star seduti fuori, e i pochi forestieri che si trovavano nell'albergo, tre signore inglesi di mezza et, una francese moglie di un ingegnere delle miniere il quale doveva ispezionare alcuni lavori nelle montagne non molto distanti di l, una coppia algerina venuta da Costantina, un ometto smilzo semiegiziano che veniva da Porto Said e una famiglia belga, madre, figlia e figlio, eran raccolti in sala dinanzi al fuoco, giocando a bagattella o leggendo giornali illustrati. Sotto la tettoia a cristalli che si stendeva dalla fine del portico ai gradini della terrazza, Viviana volt a destra e and verso i bagni; ma quando fu giunta ai due olivi oltre ai quali il sentiero si biforcava, ella rest ferma un momento.
Lo stabilimento dei bagni rimaneva sotto a lei; ella poteva vedere gli scalini che vi conducevano: adesso, poich era notte, era chiuso. Dinanzi a s Viviana vedeva la macchia cupa del boschetto di olivi. Qua e l una lampada elettrica assicurata a un alto palo gettava nel buio un raggio di luce quasi bianca. Dalla siepe di filo spinato che recingeva lo spiazzato al disopra della Grande Cascata, fino al principio del boschetto di olivi, v'era un viottolo scabroso, solo in parte ricoperto d'erba, e in certi punti occultato dalle spire di fumo che si alzava dalle sorgenti calde. Viviana prese per quello. Attraverso gli alberi ella poteva ancora vedere qualche sprazzo di luce che usciva dalla parte di dietro dell'albergo; nondimeno in quel viottolo ella provava l'impressione di sentirsi isolata con la natura; e il non lieve rumore dell'acqua che si udiva, da ogni parte creava nella notte un'atmosfera di solitudine musicale. La luna annebbiata, gli olivi fruscianti, il fumo che non era prodotto da nessun fuoco e che pur la lambiva, le voci riunite di molte acque, tutto si univa a farle dimenticare ch'era presso un albergo, a darle il momentaneo sollievo di cui ella aveva bisogno.
Ella si ferm presso il ripiano ascoltando il grido della cascata; poi si mise a camminare sul limitare del boschetto degli olivi verso l'aperta e libera campagna che si stendeva nel buio sino al pi di quelle ampie pendici montane. Tornata indietro, dopo un momento si sent risospinta verso la campagna.
Dunque era andata cos! Ella era in Affrica con Claudio Orrneley, lei che s'era recata a Tyford e aveva combattuto nel bosco per fare animo al suo amato, lei a cui era sembrato di aver vinto. (Perch allora a Viviana pareva che tutto fosse perduto se era perduto il coraggio.) Ed ecco che era accaduto ci ch'ella proprio non voleva. Vuol dire che doveva esser cos. Ella non si rimproverava di ci che aveva ora fatto: sentiva che si sarebbe messa nella via dell'egoismo se non avesse agito a quel modo. La propria volont, forse, ella pensava, la volont di un'egoista, ella aveva dovuto finire col subordinarla a quella di Clive. In lei la donna aveva sentito l'imperioso bisogno di cedere all'uomo. Forse ella s'era trovata molto stanca: il piccolo Clive con la sua venuta e con la sua sparizione dal mondo l'aveva cambiata dicerto quasi radicalmente. Aveva desiderato che avvenisse qualche grande cosa, ed era accaduta; e quasi subito Dio aveva colpito con la sua mano potente. E da allora in poi ella aveva pensato nel suo sgomento: "Che cosa sono io? Che cosa posso veramente fare? A che cosa potr arrivare poi alla fine la mia volont?" E sin da allora, altres, ella aveva avuto un ben diverso concetto della vita, l'aveva tante volte sentita come un sogno. Anche adesso, mentre camminava nel buio attorniata dalle voci delle acque, ella ricordava le parole di un poema di un uomo che era morto troppo giovane, che una volta le era sembrato attraente ma con qualche cosa in s di morboso, ch'ella aveva molto ammirato, ma quasi con un po' di riluttanza. E ora ella pensava:
"Ma non son forse ben veri questi versi?
"Non han lunga durata pianto e riso,
N amor, n desiderio, n rancor:
Varcato il passo estremo
Nulla io credo rimanga in noi di lor.
"Non han lunga durata ebbrezze e rose;
Dalle nebbie d'un sogno esce la via
Di nostra vita breve,
Ed entro un altro sogno essa si oblia.
"Dalle nebbie di un sogno!"
Il bianco fumo le volteggiava intorno come per dirle: " vero; voi siete uscita dalla caligine, ma soltanto per breve tempo. Le nebbie vi aspettano di nuovo, vi sopraffaranno, voi sparirete in mezzo a loro."
Se era cos, non doveva ella adoprare nel miglior modo il tempo concessole, cercando di render felice l'uomo che amava? Ella si mise a considerare il passato e si maravigli della propria rigidit. Perfino quando Clive era tornato a lei, assolto dalla tremenda accusa, ella era rimasta saldamente attaccata ai propri principii dinanzi al tormento di lui. Come aveva potuto farlo?
Ma da quel tempo lo aveva veduto soffrir di nuovo, era stata addirittura testimone del suo martirio. Poich ella aveva assistito nell'Alta Corte a tutta la discussione della causa contro Aubrey Sabine. Clive non avrebbe voluto che ella vi andasse, anzi l'aveva pregata di non recarvisi, ma ella aveva insistito per esser presente. Era lui questa volta che attaccava; per cui a Viviana pareva che sarebbe quasi una vilt non trovarsi nella Corte con lui, mentre soltanto pochi giorni prima ella s'era presentata dinanzi a una moltitudine, in un campo di tennis, con Gordon. Per Jim ella aveva sfidato gli sguardi del pubblico, non poteva dunque tenersi nascosta quando Clive doveva affrontare occhi pi curiosi, pi avidi di quelli che erano scesi su lei dalle gallerie del King's Club. Ed ella aveva insistito, aveva fatto cedere al suo desiderio Clive.
V'era stata presente anche la madre di lui, la sua strana madre, che Viviana credeva adesso di non poter mai giungere a capir bene. Clive aveva vinto, e ottenuto da sir Aubrey Sabine, per risarcimento di danni, cinquemila sterline. Come aveva sempre detto non era possibile che egli perdesse. L'avvocato che lo aveva difeso nel suo processo per omicidio, sir Meredith Hall, lo aveva esortato a farsi render giustizia. Lord Mansfield, Presidente della Corte, aveva voluto che la discussione avvenisse con una speciale giuria. Tutto era stato favorevole a Clive; e come poteva essere altrimenti? Jim si era recato a testimoniare, rimanendo incrollabile quando era stato sottoposto all'interrogatorio. Poi erano stati uditi una quantit di altri testimoni, persone che s'erano trovate nel salotto di lady Dartree a Cannes, allorch sir Aubrey aveva assalito cos bestialmente Clive. Viviana era sempre stata a sedere accanto a suo marito, con la signora Baratrie accosto a lei, e aveva veduto lord Dartree, Jenny Littlethwaite, la signora Charlesworth, il vecchio Madding, Geraldo Bowyer e la signora Lorrimer fra i testimoni, aveva ascoltato le loro deposizioni su quanto era avvenuto a Cannes in quella tremenda giornata; e aveva anche veduto e udito Vilfredo Heathcote il quale aveva negato recisamente di aver mai detto una parola contro Clive riguardo alla morte della signora Sabine; e mentre ascoltava i suoi dinieghi, Viviana si sentiva sicura ch'egli aveva detto di creder colpevole Clive dell'uccisione della signora Sabine, e che ora mentiva con la pi grande spudoratezza.
L'avvocato di sir Aubrey Sabine non aveva fatto intervenire il suo cliente, ma s'era contentato di presentare, per render pi mite la richiesta del risarcimento di danni, una lettera di scusa di sir Aubrey, e di pronunziare un discorso in difesa di lui. Il Giudice aveva fatto un breve riassunto del fatto e dopo essersi per pochi minuti ritirata, la giuria aveva emesso la sentenza richiedendo il risarcimento di danni nella misura che abbiamo gi detto. Non era stata una lunga causa e nemmeno per un momento Viviana era rimasta in dubbio come avrebbe avuto termine.
Nondimeno era stata per lei pi penosa di quanto non avesse previsto. Durante tutto il suo svolgimento e a termine di essa, ella cominciava finalmente a capire per che cosa dovesse passare un uomo accusato di assassinio. Ella aveva creduto di saperlo gi, aveva creduto che l'amore le avesse dato quell'intelligenza; ma nell'Alta Corte ella s'era accorta che non era cos, che l'immaginazione, spinta e aiutata dall'amore, non era stata capace a farle comprendere a qual tormento era stato sottoposto Clive.
Ci che l'occhio non vede il cuore non riesce a sentirlo.
Ma adesso Viviana aveva veduto.
Ella aveva veduto la natura umana, messa a nudo dalla curiosit, mostrarsi sfacciatamente senza alcun velo; una turba di uomini e di donne raccolta fuori delle Corti si pigiava, si spingeva, si colluttava per entrar nella sala dove l'uomo accusato dell'uccisione di una donna e assolto si presentava di nuovo per difendere la sua reputazione. Ella aveva veduto donne, e non del cosiddetto basso ceto, cercar freneticamente di spingersi innanzi appena i custodi avevano aperto le porte, ne aveva udito le voci stridule alzarsi in violenti alterchi.
Aveva sperimentato ella stessa la sensazione, che sembrava trafiggerle l'anima, di essere scandagliata da quella moltitudine. S, lei e Clive erano stati scrutati, scandagliati. E anche l, sul limitare del boschetto di olivi, Viviana rabbrivid sotto la pelliccia ripensando a tutto ci nella notte. Perch ormai la sua mente se n'era ritornata a quelle orribili giornate di Londra forse tentando di trovare una scusa all'arrendevolezza che aveva portato alla conclusione che una donna, che ora si chiamava Viviana Ormeley, moglie del signor Claudio Ormeley, si trovasse l sola nel buio di una notte di febbraio presso le sorgenti di Hammam Chedakra.
Una grande folla si era colluttata per vedere in viso lei e Clive: ella non dimenticherebbe mai l'espressione veduta negli occhi di quella moltitudine smaniosa, negli occhi di esseri umani denudati, morti per un momento a tutto ci che non fosse la sfrenata libidine della curiosit. Gli occhi di quella gente nuda avevano fatto a lei pure l'impressione di sentirsi nuda; nella momentanea degradazione di quella turba a lei pure era sembrato sentirsi degradata; insieme ad essa le era parso di sprofondare in abissi di abietta umiliazione.
Un gufo mand il suo strido dal boschetto degli olivi e un altro gli rispose dal burrone di Bu-Hamdam attraversando l'acqua e le spire di fumo che fluttuavano....
Aiutati dalle guardie, lei e Clive erano entrati nella sala per affrontare la fissit dello sguardo avido di altra gente. E quella fissit era durata ore e ore; e tutti quegli occhi s'erano fatti pi acuti per penetrar nella loro anima, nell'anima di Clive e in quella di lei: era stata quella la loro occupazione.
Oh, come  orrendo l'essere umano che cerca di mettere a nudo un'anima!
Nel giorno del verdetto, nella penombra della stanza in Knightsbridge, Clive le aveva detto che ormai sempre, in avvenire, vi sarebbero uomini e donne che, nel vederlo, penserebbero: " un assassino quest'uomo che io guardo?" Ella aveva visto quella domanda nello sguardo fisso delle persone pi calme dentro la sala. E nelle pupille fisse sul volto di lei, Viviana aveva veduto la domanda: " la moglie di un assassino, costei?" Ed ella s'era sentita quasi male per l'indignazione: ma a che cosa giovava indignarsi? l'umanit  a quel modo, nulla potr cambiarla mai: la belva deve avere il suo pasto, e a un dato tempo ruggisce perch cos vogliono i suoi sensi. Gettate fra le sbarre la carne sanguinolenta! Datele ci che le bisogna, il crudo tormento di qualcuno della sua specie, di qualche uomo o di qualche donna sanguinante.
Nel suo soffrire, Viviana aveva cominciato allora a comprendere finalmente ci che aveva sofferto Clive e una nuova tenerezza s'era aggiunta al suo amore, lo aveva accresciuto; e a quella nuova tenerezza era dovuto in parte se ella si trovava ora l presso le calde sorgenti sotto gli olivi di Hammam Chedakra. In parte, non interamente; poich l'uomo che aveva detto fra s: "Quando tutto sar finito me la porter via!" viveva fieramente nell'uomo che ora era rimasto solo a sedere dinanzi al fuoco di rami d'olivo. E a Viviana ci era ben noto.
Ah, il volto di Clive quando egli aveva guardato Jim durante la sua testimonianza! Ella non lo avrebbe mai dimenticato. Ma quella era visione diretta, ella aveva veduto. Pi misteriosi, ma appena, se pure non affatto meno definiti, erano stati i messaggi che da Clive erano andati a lei misteriosamente tutto quel giorno sotto il fisso sguardo della folla, messaggi che sembrava si trasfondessero da lui in lei. L'angoscia della vergogna sofferta da Clive era passata in lei; ma per lei era stato proprio vergogna. "Che voi dobbiate esser coinvolta in tutto questo, perch mi avete amato! Che dobbiate attraversare tanta vilt, tanto orrore, perch siete avvinta a me!" Amore oltraggiato! Pareva che Clive si contorcesse al fianco di lei con un senso di colpa, si sentisse reo perch per lui ella soffriva come non aveva mai sofferto.
Per verit tutto era stato assai peggiore di quel ch'ella non si fosse aspettata, oppure ella era assai pi sensibile di quel che sino allora non si fosse creduta. "Affronta baldamente una cosa e ne avrai pi facile vittoria;" ma cos non le era sembrato quel giorno. Ella sapeva che Clive si contorceva intimamente e, sapendolo, la sua tortura era stata indicibile; poich aveva pensato che in certo modo la colpa era di lei stessa. Clive l'aveva pregata di non andare alla Corte ed ella aveva insistito per recarvisi; e col fare a modo suo, aveva peggiorato assai le cose. Ancora una volta col sovrapporre la propria volont a quella di lui aveva procurato a Clive un intimo tormento.
Vi sarebbe stato da maravigliarsi se a poco a poco egli giungesse a detestarla?
Anche ci aveva contribuito a cos dire a darle una spinta verso una nuova vita, a una vita che dovesse essere addirittura vissuta per Clive.
La riesumazione della signora Sabine era stata orrenda; poich di tanto in tanto il suo nome veniva menzionato nella Corte e ogni nuova sua menzione pareva accentuare e definire pi nettamente l'intimit che v'era stata fra lei e Clive; pareva che la tomba avesse restituito il suo cadavere. Per la prima volta Viviana aveva sentito la donna morta a cui Clive aveva una volta appartenuto.
Era stato terribile per lei seder l accanto a suo marito sotto gli occhi attenti della folla, e udire il nome di lui accoppiato col nome della morta, e sapere che tutti, in quella Corte stivata di pubblico, pensavano a ci che v'era stato fra lei e Clive. Tutti quei pensieri che mulinavano nelle menti parvero a Viviana raccogliersi a un tratto in un unico pensiero immenso, in un pensiero che possedesse un terribile e concentrato potere, il potere di evocare.
Poteva la donna morta, morta a questo mondo, ma dicerto vivente altrove, tenersi lontana da quella sala affollata, da quel gran concentramento di pensiero del giudice, della giuria, dell'avvocato difensore, degli altri avvocati, dei testimoni, del pubblico, di Clive, della madre di Clive, di lei stessa? E fuori, ma di continuo turbinanti per accrescere la potenza del pensiero, v'erano i pensieri delle innumerevoli persone avide di sapere il resultato, di vedere uscire, se fosse possibile, Clive e lei, e il tristo Aubrey Sabine acceso in volto e ingrugnito.
Via via che si procedeva alla discussione e veniva pronunziato dalla Corte il nome della signora Sabine, Viviana sentiva una strana, invadente gelosia del passato, una gelosia che la umiliava e che per l'innanzi ella non aveva mai sentito in modo cos vivo, fremente.
Era come se l'estinta, attratta dal magnetico potere di quel pensiero concentrato, fosse ritornata sulla terra per perseguitare lei e Clive....
Ora Viviana guardava intorno a s, nella notte, le scure nuvole di fumo, la cupezza degli olivi, ed ascoltava le molte voci delle acque, ciascuna delle quali era un richiamo alle proprie sorelle, quella di Bu-Hamdam a El-Aiun, di Bu-Said a Ben-Al, la Grande Cascata al Chedakra, una polla a un ruscelletto; ascoltava le voci sotterranee dei demoni incatenati in quel luogo da un magico potere sino dai giorni del re Salomone, e si sentiva beatamente estranea a tutto quell'orrore.
Era stato bene, s, andar via; era stata una necessit andarsene: Clive potrebbe aver riposo, ed ella con lui. E da quel quieto luogo la signora Sabine era dicerto lontanissima.
La gelosia svegliatasi in Viviana era stata terribile per lei: Clive se n'era accorto; ella lo sapeva, poich si dicevano scambievolmente tante cose, in silenzio, mentre ascoltavano la discussione. Egli aveva sentito la presenza della signora Sabine come l'aveva sentita Viviana: di ci ella era sicura. Una volta lo aveva veduto alzare il capo di scatto e guardarsi intorno, come se cercasse qualcuno; e aveva capito che cercava lei! Pareva poi che Viviana si fosse accorta che l'emozione l'aveva posta in uno stato tutt'altro che naturale, ed aveva cercato di rimproverar se stessa, di ridere delle sue folli idee di quel giorno.
Ma intanto quelle idee le avevano prodotto una profonda impressione, ed ella non poteva dimenticarle; non poteva nemmeno sentir pienamente la loro assurdit, bench talvolta le sembrasse di esser per sentirla; e si ricordava delle asserzioni degli spiritisti, cos numerosi e ardenti in questa fase pur tanto materialista della storia del mondo. Essi credevano che i defunti potessero tornare indietro date certe condizioni. Era possibile che tutto il pensiero concentrato di quella moltitudine, nel giorno in cui si discuteva la causa di Clive, avesse avuto potere su colei che era stata una volta la signora Sabine, e che ella fosse stata veramente spinta a ritornarsene dal luogo dov'era, attratta irresistibilmente da quella catena di pensiero? Certo tutti gli spiritisti ortodossi sorriderebbero a una teoria simile, ma non brancolavano anch'essi nel buio come lei, Viviana, brancolava nel buio? In ogni modo Viviana sapeva che durante la discussione ella aveva sentito la signora Sabine come non mai per l'innanzi: era stato come se la signora Sabine fosse ancora viva e vicina, tremendamente viva, tremendamente vicina.
E perfino dopo quel giorno, Viviana aveva conosciuto l'intimo significato della gelosia retrospettiva. Lo capiva Clive? Questo ella non lo sapeva: dal giorno della discussione v'erano stati tra lei e Clive lunghi intervalli di silenzio, nonostante la vicinanza in cui si trovavano. La querela aveva portato tra loro una maggiore intelligenza, ma aveva dato luogo a quegli intervalli di silenzio.
No, ella aveva fatto male ad accompagnar Clive che giustamente desiderava ch'ella non assistesse al dibattito. A quanto pareva, sebbene uomo, egli aveva intuiti che a lei mancavano: da ora in poi ella dovrebbe fidarsi di pi di quegl'intuiti; ella che aveva osato pensar per lui in casi importantissimi, doveva permettergli di pensare per lei.... se le riusciva.
Forse adesso Clive stava pensando per lei.
In ogni modo ella aveva fatto una cosa grande per lui e intanto aveva addolorato altre persone ch'ella molto amava, la sua cara madre, semplice ma coraggiosa, suo padre e Arc. Poich ella era stata franca, non aveva finto aveva detto loro che una volta nel nord dell'Affrica, se Clive lo desiderava, ella si farebbe chiamare signora Ormeley; e aveva chiesto ai suoi di aspettare, di non scriverle come signora Viviana Baratrie sino a che ella non sapesse con certezza ci che Clive desiderava, ci che intendeva di fare con l'andarsene. Naturalmente i passaporti di ambedue portavano i loro veri nomi; ma una volta varcata la frontiera di Francia i passaporti non erano pi richiesti; e allora ella aveva scritto dicendo che le lettere dovevano esserle indirizzate sotto il nome di Viviana Ormeley.
Ella si ricordava dell'espressione del viso di Arc quando s'erano salutati prima della partenza: una vera espressione accusatrice. Povero Arc! Ed ella aveva dovuto salutare anche Jim. Viviana pensava che Jim s'era portato molto bene in quel breve ultimo colloquio. Egli s'era contenuto, aveva dimostrato animo forte. Da quando ella aveva fatto per lui il sacrificio di prender parte alla gara di campionato, a cos poca distanza dalla morte del suo bambino, Jim era veramente rientrato in se stesso. Ella pensava che ormai egli vincerebbe anche senza di lei, ricordandosi di ci ch'ella aveva fatto per rinfrancarlo. In Jim v'era del buono assai, e anche molto di virile: ella sentiva ch'egli avrebbe ormai cercato di vivere secondo il concetto che di lui s'erano fatti lei e Arc allorch egli li addestrava in un tempo che ora pareva a Viviana tanto lontano, allorch aveva dato loro cos severe lezioni su tutta quanta l'arte del lawn-tennis. Jim era stato per loro il perfetto atleta: egli ritornerebbe dicerto come prima, nonostante non fossero pi insieme, e per riguardo a lei. Quando egli aveva salutato Clive quest'ultimo aveva detto, con un certo imbarazzo, ma nel medesimo tempo con franchezza:
Arrivederci, Gordon; noi ce ne andiamo per un poco fuori: abbiamo bisogno di riposo dopo tutte queste cose bestiali.
E Jim aveva replicato:
Sicuro! Vi capisco benissimo. Mi rincrebbe tanto di dovervi scrivere quella lettera, ma mi pareva proprio che fosse necessario.
E nient'altro; poi Clive e Jim s'erano stretti la mano e le due energie nei due uomini che amavano Viviana si erano separate.
Per quanto?
Clive aveva dato la somma pagatagli per risarcimento di danni da sir Aubrey Sabine a Bob Herries affinch la distribuisse come meglio credeva: Bob Herries gliene darebbe poi ragguaglio. Il rettore aveva detto che doveva insistere nel richiederglielo; e Clive aveva risposto: "Benissimo" ma non gli era parso vero di levarsi di mano quel denaro: sembrava che ne avesse orrore quasi fosse prezzo del sangue. Egli non aveva dimostrato nessun sentimento di trionfo per la sua vittoria: Viviana lo aveva notato. Quando dai giurati era stata data la sentenza, egli se n'era rimasto quieto, a occhi bassi, con le mani strettamente serrate l'una nell'altra. E il suo viso era sembrato quello di un uomo pieno di angoscia. Aveva dovuto dar querela; ora tutto era finito ed egli aveva vinto; ma che misero, sordido trionfo era stato quello: cos pareva almeno ch'egli avesse pensato; poi il suo unico pensiero era stato quello di sbarazzarsi del denaro di Aubrey Sabine il pi presto possibile.
La celebre attrice signora Dews aveva assistito al processo; le era riuscito di aprirsi la via sino a Clive mentre la folla si sospingeva verso l'uscita; e s'era congratulata con lui. Anche altri s'erano congratulati con lui e con Viviana; e in mezzo a tutto ci Viviana aveva volto lo sguardo alla madre di Clive ed era rimasta tutta sorpresa; poich mentre ella si aspettava di veder sul suo volto la gioia e l'esultanza che non apparivano su quello di Clive, aveva invece scorto nella sua suocera la vecchia sofferente con gli amari occhi penetranti, la quale per molti mesi aveva condotto una vita da romito nella sua casa in Knightsbridge. Viviana aveva sussultato, e posando una mano sull'esile braccio di sua suocera, le aveva domandato:
Mammina.... siete contenta? Ha vinto. Ha vinto Clive.
Sicuro che sono contenta! Cinquemila sterline di danni! Mi pare che siano bastanti per chiudere le bocche maligne. Sicuro che sono contenta!
E allora le sue labbra s'erano atteggiate a un orrendo sorriso in cui sembravano unirsi un amaro sarcasmo e un tragico umorismo; e quel sorriso s'era prolungato tanto che per un momento Viviana aveva pensato che la signora Baratrie desse a un tratto in una risata. Ma le spinte della folla avevano a un certo punto separato Viviana da sua suocera, ed ella non aveva potuto vedere se quel sorriso continuasse o si spengesse.
Da allora la signora Baratrie aveva ripreso la sua vita solitaria, senza voler veder pi nessuno. E quando Clive e Viviana le avevano detto che se ne andavano per un po' di tempo, ella non aveva mostrato n sorpresa n dispiacere: aveva accolto l'annunzio come se lo aspettasse. Perfino quando erano andati a salutarla prima di partire ella non aveva dimostrato speciale emozione; le sue ultime parole, dette concitatamente, erano state:
Dunque, spero che vi troverete bene.
Che donna straordinaria! Viviana non giungerebbe mai a comprenderla: una donna che sembrava tanto sgomenta dopo l'assoluzione di suo figlio; che s'era mostrata lieta, perfino esultante ch'egli dovesse dar querela al suo nemico; e che quando suo figlio aveva avuto dai giudici ogni soddisfazione, si rintanava come prima, prendendo di nuovo tutti in uggia. Sebbene volesse mostrarsi spavalda, si capiva invece che era molto abbattuta. Ma che cosa c'era veramente nell'animo suo? Spesso Viviana aveva fantasticato su questo, e fantasticava ancora; ma ormai disperava di trovar la chiave che potesse schiudere il mistero di sua suocera. Se Clive lo avesse scoperto, questo mistero, ella non lo sapeva: Clive non parlava quasi mai di sua madre, ora.
Una delle facce che aveva veduto fra la folla, prima che lei e Clive sparissero, dominando da un'automobile la folla che si accalcava fuori nella nebbiosa sera di novembre, Viviana non riusciva a dimenticarla e le pareva di vederla ancora nella cupezza del boschetto di olivi presso la Cascata: era la faccia di Vilfredo Heathcote, negli occhi del quale era balenato un risolino amaramente faceto come se egli ridesse in cuor suo delle palesi follie e dei peccati occulti degli uomini.
Viviana era sicura che nella sua deposizione il celebre attore aveva mentito: era sicura ch'egli aveva detto di creder Clive l'uccisore della signora Sabine.
Era difficile per lei non odiarlo. Eppure ella non odiava Aubrey Sabine: lo aveva giudicato un giovane di cos poco cervello! E Clive aveva trionfato di lui, aveva posto il piede su quella vespa e le aveva cavato il pungiglione.
Fuori, nella sera di novembre, la folla s'era colluttata per poterli vedere; ma le guardie li avevano aiutati, e finalmente se n'erano potuti andare. E poco dopo Clive e lei si trovavano insieme nel silenzio della loro casetta in Chester Street, lasciando che gli strilloni vociassero per Londra il resultato del processo.
Come si sentivano stanchi quella sera, fisicamente e mentalmente! Pure la stanchezza fisica non era nulla in confronto della stanchezza della mente.
Ma ormai tutto era finito. Adesso incominciava la nuova vita: come sarebbe e quanto durerebbe?
Di nuovo le corsero per la mente le parole del morto, poeta, mentre l'acqua scorreva nello stretto canale ai suoi piedi.
"Non han lunga durata pianto e riso,
N amor, n desiderio, n rancor...."
E allora perch angustiarsi, perch permettere alla mente di tormentarsi, perch lambiccarsi il cervello sui problemi dell'esistenza, perch serrare a pugno le mani disperate? Perch non prendere tranquillamente e coraggiosamente le cose come vengono e aspettare con calma la ignota fine, conosciuta come morte, ma altrimenti sconosciuta?
"Dalle nebbie d'un sogno esce la via
Di nostra vita breve...."
E ora i suoi piedi posavano su un sentiero affricano, calcavano un nuovo paese. Amore e desiderio erano con lei su quel sentiero, ma odio no dicerto. E nella notte Viviana rifletteva su ci: durante la maggior parte della sua vita si era considerata incapace di odiare: ma assistendo alla discussione della querela per calunnia aveva sentito un fremito d'ira nello scorgere Vilfredo Heathcote presso la porta d'uscita della Corte. E talvolta pensando alla signora Sabine e a Clive aveva sentito in s come un'intensit di ribellione, che quasi l'aveva spaventata. Ma, certo, non  possibile odiare i morti, e la signora Sabine era morta. Clive per non era morto: viveva con le sue memorie, con gl'intimi ricordi della signora Sabine e delle ore passate con lei. Certe cose la morte non le abolisce, certe cose non muoiono: era davvero tanto lontana da quella solitudine affricana la signora Sabine?
Viviana!
Qualcuno l'aveva chiamata.
Viviana!
Ora ella si raccapezzava, era dicerto Clive; ma non rispose: il silenzio la ratteneva. Guardava nel buio, scrutando la notte, ma non vedeva alcuno. La voce che l'aveva chiamata non era stata troppo alta, non molto decisa, ma doveva esser di sicuro quella di Clive: egli era uscito fuori per cercar di lei; ed ella aspettava: la troverebbe. E allora, mentre ascoltava, come rattenuta da quel silenzio strano, e forse contro la propria volont, Viviana si rese conto quanto la sua vita fosse collegata a quella di Clive: dicerto la vita di poche donne era collegata a quella degli uomini che le amavano come la sua alla vita di Clive. Poich la sofferenza, il sacrificio, sofferenza inusitata e sacrificio particolare, li avvincevano con strettissimo nodo: in quel congiungimento v'era qualche cosa di straordinario: la loro unione non poteva essere comune, una cosa qualunque.
Ora ella vedeva finalmente un'alta ombra emergere dalle ombre sotto gli olivi: le veniva incontro, si definiva in Clive.
Viviana!
Eh?
Egli si avanz.
Vi avevo gi chiamato un'altra volta: cominciavo a stare in pensiero:  un bel pezzetto che siete uscita.
Davvero?
Non mi avevate udito?
S, m'ero sentita chiamare.
Ella lesse la sorpresa nei suoi occhi.
In quel momento non potevo rispondervi, non so perch: perdonatemi.
Dicerto, ma.... che cosa c'era?
Mi pareva che il silenzio mi rattenesse; e forse era cos: tutto  tanto strano qui dopo la vita da noi vissuta, dopo la via per cui siamo passati: devo essermi inabissata senza saperlo nella sua singolarit. Mi pareva che le acque mi sopraffacessero, m'invadessero, quando ho sentito la vostra chiamata; mi  sembrato per un momento di sentirmi immersa in tutto ci che m'era finora estraneo, nel fiume, nelle acque.... e assopita in un sogno caliginoso. Ella adoprava alcune delle parole del suo poeta, ma Clive non lo sapeva.  stata come una momentanea paralisi e, non so perch, ma non potevo rispondere.
Clive tacque per un momento, poi disse:
Comincia a piovere.
A piovere?... In Affrica?
Ne parlavo or ora con l'albergatore: dice che hanno avuto settimane di pioggia e ci ha tenuto lontano i forestieri; ma ha una quantit di richieste di camere per quest'altro mese. Qui c' un'automobile: il primo giorno di bel tempo dobbiamo fare una scappata a Sidi-Barka per vedere se v' ancora la casetta di cui vi parlai?
La casa bianca sul mare?
S.
Oh, com' strano tutto questo, dopo quel giorno in Knightsbridge, dopo quel giorno nei boschi a Tyford!
 stato Aubrey Sabine a farne effettuare l'idea, disse lui, piano.
Sabine! Ancora quel nome che li avrebbe seguiti dappertutto. Ma il piccolo Clive se n'era ormai liberato.
Si ud il rumore secco di una scossettina di pioggia fra le foglie degli ulivi; alcune gocciole fredde batterono anche sul viso di Viviana e di Clive.
Egli infil il braccio di lei sotto il suo e attraverso il fumo mosso dal vento s'incamminarono all'albergo; mentre giungevano sotto la tettoia a cristalli che congiungeva l'arcata con la terrazza, Viviana disse:
Siamo venuti tanto lontano: lasciamo lontano anche quel nome, quel nome, Clive, che avete pronunziato or ora. Vi sono delle cose che vorrei dimenticare.
Disse quelle parole, sentiva di doverle dire, ma ella sapeva che era addirittura inutile cercar di dimenticare.
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CAPITOLO 2.
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Clive e Viviana erano venuti nel nord dell'Affrica senza alcun piano prestabilito che fosse noto ad ambedue. Poco prima della discussione della causa per calunnia, Clive s'era sciolto dalla societ che portava la firma di Maynard, Harringay, Baratrie e C.i. Appena Clive rimanesse libero era sottinteso fra lui e sua moglie che sarebbero andati via per un certo tempo. Viviana vedeva nel viso di Clive l'assoluta necessit di un cambiamento, lo discerneva in tutto il suo contegno. Vinta la causa, egli era ormai giunto al termine della sua possibilit di resistenza, ed ella capiva che gli occorreva un lungo riposo; e anche per se stessa ella ne sentiva il bisogno; tanto lui che lei avevano avuto delle scosse e delle emozioni; sarebbe stato pericoloso non risollevarsi un po', pericoloso dicerto per lui se non per lei.
Non pochi segni in Clive le davano da pensare; quel profondo abbattimento ch'ella aveva temuto, quasi un accasciarsi misterioso dell'animo, le pareva che stesse per vincerlo; inevitabile reazione che non era possibile fermare, che non era possibile evitare. Bisognava ch'ella lo portasse via.
Ma non si poteva pensare a partir subito: Clive aveva ora da sistemare tante faccende, che per qualche tempo gli era necessario cambiar modo di vita. Sino a che dovettero trattenersi in Inghilterra i genitori di Viviana avevano ceduto loro la villetta a Mayling. Per quasi tre mesi Clive e Viviana avevano abitato l, presso il cimitero in cui era sepolto il loro bambino. In quel periodo di tempo tutto era stato accomodato: avevano affittato per un anno, ammobiliata, la loro casa in Chester Street, e ora antivedevano possibile il riposo e la libert non mai ancora gustati insieme.
Viviana aveva supposto che sarebbero partiti subito per l'"asilo della felicit", del quale Clive le aveva parlato con tanto entusiasmo, quando aveva cercato di farle condividere il suo ideale di vita per due che si amano; ma egli aveva spiegato che ancora la stagione non era abbastanza inoltrata per andare ad accamparsi nel nord dell'Affrica: non v'era da fare assegnamento sul bel tempo; e i bollettini meteorologici dell'Algeria per ora non davano davvero notizie lusinghiere. Il mese adatto per l'"asilo della felicit" era maggio; sino allora bisognerebbe andare altrove.
Viviana aveva pensato al deserto, al lontano mezzogiorno; ma aveva lasciato decidere a Clive senza neppure esprimere il suo pensiero; ormai era risoluta a cedere alla sua volont: aveva perduto la fede nella propria. Lei che era stata una ragazza di principii cos radicali, di cos pronta decisione, di una quasi spavalda intuizione del bene e del male, era divenuta una donna che spesso dubitava, e che ora aveva preso la segreta risoluzione di rimettere in altre mani le redini della propria vita invece di tenerle nelle sue.
E Clive aveva proposto di prendere un piroscafo che li conducesse a Robertville e di l andar prima nella localit tranquilla e appartata che adesso ella conosceva come Hammam Chedakra. Clive le aveva detto di esservi gi stato col suo amico Campbell, e di esser poi andato in automobile di l a Tunisi, passando, cammin facendo, per Sidi-Barka; ma sino allora non aveva aggiunto altro.
Ora Viviana comprendeva benissimo che cosa v'era stato nella mente di suo marito; lo aveva tratto l il ricordo della casa bianca sul mare, di quel nascondiglio fra le palme da lui una volta intravisto e non mai dimenticato; ed ella si rammentava con quale esultanza egli aveva ascoltato da lei la confessione ch'ella aveva pensato a quella casetta nel guardar le stelle dalla villetta del Surrey.
Sin da quel tempo la mente di lui doveva essersi volta alla bianca casa del suo sogno; ed era per questo ch'egli l'aveva condotta a Hammam Chedakra. Viviana sapeva quanto egli si trovasse a disagio negli alberghi, sempre temendo che qualcuno dovesse riconoscerlo. L'ultima tremenda pubblicit che aveva dovuto affrontare, aveva accresciuto in lui la bramosia dell'isolamento: egli aveva bisogno di trovarsi in un luogo dove non lo conoscesse nessuno, dove nessuno potesse nemmeno sospettare chi egli fosse.
Ora in Hammam Chedakra si sentiva piuttosto tranquillo; ma l'albergatore aveva accennato all'arrivo di molti forestieri nel marzo: e a Viviana non era sfuggita l'espressione dura del viso di Clive quando egli le aveva ripetuto la notizia. E ora la mente di Clive si riposava nel pensiero di quel nascondiglio presso il mare, addirittura fuor delle vie battute dai forestieri: Viviana era sicura che non sarebbero rimasti a lungo in Hammam Chedakra.
La mattina dopo ella ud Clive domandar dell'automobile e rammentar Sidi-Barka; l'albergatore rispose che un'automobile ce l'aveva, ma che adesso era in riparazione e non potrebbe esser pronta che fra otto o dieci giorni; appena fosse pronta la metterebbe a sua disposizione ma in ogni modo le strade erano adesso impraticabili per le piogge torrenziali ultimamente cadute: se per altro il signore aveva proprio fretta di andare a Sidi-Barka, che del resto non presentava davvero alcuna attrattiva, secondo l'albergatore, tutti i giorni v'era un treno che partiva a mezzogiorno e giungeva a Sidi-Barka alle tre e un quarto. Il signore potrebbe pernottare all'Htel d'Orient e ritornare il giorno dopo. V'era proprio ben poco da vedere, non trovandovisi nemmeno un quartiere arabo: soltanto qualche rovina romana, fuori della citt, e una chiesa moderna sulla collina in cui si crede sia contenuto in un reliquiario una parte del corpo di Sant'Agostino.
Clive ne convenne e preg il signor Larot di avvertirlo appena l'automobile fosse all'ordine.
Sino allora, a quanto pareva, non aveva intenzione di andare a Sidi-Barka, poich non ne disse altro a Viviana. Disfecero intanto i loro bagagli: misero i libri e gli oggetti di cancelleria nel salottino: Clive intendeva dicerto di non muoversi sinch l'automobile del signor Larot non fosse riparata. Fu spedito a Londra un telegramma perch indirizzassero le lettere a Hammam Chedakra: erano rimasti d'accordo che non verrebbe loro spedito alcun giornale inglese.
Lasciamo un po' stare i giornali: non  meglio? aveva detto Clive.
E Viviana aveva risposto che le sembrava che non avrebbe mai sentito il bisogno di aprire un giornale.
Erano due profughi che cercavano un asilo fuori delle vie battute dalla moderna civilt: avevano bisogno di pace, avevano bisogno di spazio; avevano bisogno di un lungo silenzio dopo il clamore; avevano bisogno di sottrarsi allo sguardo avidamente investigatore di forestieri che potevano saper molto di loro ma di cui essi non sapevano niente. Viviana era strettamente unita a Clive in quella bramosia di sfuggir la gente: dove in cuor suo ella differiva da suo marito, pur subordinando il suo desiderio a quello di lui, era riguardo al cambiamento di nome. Le era penosissimo farsi chiamare con un nome che non era il loro; pure ella non fece resistenza: capiva ora troppo bene qual rifugio potesse essere Claudio Ormeley per Clive Baratrie.
Perci essi cercarono d'immergersi nella nuova vita di pace fra gente che non li conosceva e che non sapeva nulla di loro.
V'era per una cosa strana.
Proprio sin da principio, Viviana se n'era subito accorta, Clive fu preso da un senso di straordinaria stanchezza che sembrava insieme mentale e fisica e ch'egli diceva di non aver mai provata per l'innanzi, nemmeno nei giorni che avevano immediatamente seguto la sua assoluzione, nemmeno quando si trovava in Scozia con Marriot.
A Tyford egli aveva detto a Viviana:
"Ci di cui ho bisogno  la pace con voi, non la pace da me solo."
Ora finalmente aveva la pace insieme a lei, e si sentiva tremendamente stanco.
" la pace che mi permette di sentirmi stanco," egli diceva. "Per l'innanzi non osavo esser stanco."
A un tratto parve a Viviana di vederlo non soltanto pi stanco che in Inghilterra, ma addirittura esausto.
Egli principi col non far che dormire: andavano a pranzo alle sette, e subito dopo passavano nel loro salottino e si mettevano a sedere presso il fuoco; e spesso, verso le nove o cos, Clive s'addormentava nella sua poltrona.
Molte volte Viviana rimaneva seduta dinanzi alla moderata fiamma considerando la persona alta e snella di Clive mandata all'indietro nella poltrona bassa ricoperta di rensa, contemplando le palpebre bianche calate sugli occhi; in quei momenti ella capiva il grande fenomeno del sonno, e l'incoscienza di Clive sembrava commuoverla sino alle pi profonde fibre del cuore. Vederlo l, non sofferente, vicino a lei, le faceva pensare in un modo stranamente profondo a tutto quello ch'egli aveva sofferto. Ma era poi proprio vero ch'egli non soffrisse l presso il fuoco? Anche nel sonno, v'era sul suo volto come un'inquietudine: la sua mente subcosciente era desta e attiva, sapeva tutto ci ch'egli aveva sofferto, non ne perderebbe mai la memoria. Ma, insomma, durante il sonno, Clive era parzialmente libero dall'oppressione della pena. Quando ella lo vedeva dormire a quel modo come bramava di farlo felice! Qualche cosa in lei anelava di dargli felicit, di vedere atteggiato alla calma quel volto ch'ella amava come nessun altro volto. Quando il fuoco stava per spengersi ella non osava allungare il braccio per rianimarlo con altra legna, temendo di disturbare l'addormentato. Come mai ella sentiva l'inesplicata tristezza della vita nel contemplar nel suo sonno quell'uomo ch'ella amava? Guardandolo ella sentiva non solo lo sgomento di lui, ma anche il proprio, e quello degli altri. E talvolta, spingendosi lontano con l'immaginazione, come fanno le donne che amano, ella guardava il viso del dormiente e se lo immaginava morto: cambiamento cos piccolo e di tale smisurata vastit! Clive aveva il sonno molto quieto; il suo volto era calmissimo nel sonno; ma egli era l; nella morte il suo volto avrebbe avuto molto dell'aspetto del suo volto addormentato: soltanto egli non sarebbe l. E quel fatto tremendo e terribile le si farebbe in qualche modo palese sul volto di lui. Oh, come dovremmo sforzarci di essere apportatori di felicit alle pochissime persone che amiamo, durante il breve tempo in cui ci viene concesso di star con loro! "Non han lunga durata ebbrezze e rose" poi, troppo presto, il breve sentiero della vita si chiude entro il sogno della morte, lasciando il superstite triste e solo dinanzi alla terrorizzante realt della separazione. Mentre guardava Clive addormentato presso il fuoco di legno d'olivo, Viviana si ripromise fermamente di dedicare se stessa a renderlo felice, di sforzarsi quanto pi poteva di compensarlo col proprio amore di tutti i tormenti ch'egli aveva dovuto sopportare. Egli era stato trascelto per soffrire; ella tenterebbe di dargli una felicit quale molti uomini non hanno mai conosciuta, ricercherebbe in se stessa una devozione affatto scevra di egoismo e si dedicherebbe tutta a lui. Perch ci le fosse possibile ella sapeva per altro che avrebbe dovuto sradicare da s la sua segreta gelosia per una donna morta. Ella comprendeva di aver fatto un sacrificio nello sposar Clive: la vita l'aveva gi informata di ci: non era davvero agevole il destino di lei: Viviana lo sentiva sempre di pi. Ella non sedeva l presso Clive addormentato per contar sordidamente i doni da lei fatti a suo marito: sapeva bene ch'ella aveva rinunziato a tutto ci che per lei aveva avuto valore nella vita prima d'incontrare e di sposar lui; e ora aveva rinunziato anche a ci che sino allora aveva riguardato come virt: ma di quelle rinunzie egli ne aveva bisogno: aveva bisogno di tutto quello ch'ella potrebbe dargli e di pi ancora: il suo volto cos sgomento nel sonno sembrava assicurarla tacitamente di ci.
Quando il suo orologio segnava le dieci, Viviana soleva delicatamente scuoter dal sonno Clive, rincrescendole di esser costretta a farlo. Allora si manifestava subito in lui un'irrequietezza: egli sussultava, apriva gli occhi, e sbarrandoli li volgeva verso il fuoco, per la stanza, su lei; poi nel suo sguardo traspariva come un'intima angoscia ch'egli cercava nascondere a lei sorridendole.
 tempo di andare a letto? Non  davvero una brutta cosa ch'io mi addormenti a questo modo? Ma non posso farne a meno: l'assoluto cambiamento della mia vita agisce qui in me come un narcotico. Avete letto qualche cosa, Viviana?
No; son rimasta qui a guardare il fuoco.
Non aggiungeva mai "e a guardar voi" perch non molti hanno piacere di essere contemplati quando dormono.
Questo posto  cos tranquillo, ella soleva qualche volta aggiungere, anche quando siamo chiusi, qui dentro, io posso sentire la lontananza in cui siamo, posso sentire la vuota vastit nel buio che ci circonda.
S; e a me pure sembra di sentire in un modo misterioso, mentre dormo, codesta e altre cose.
E poco dopo andavano a letto.
Quell'anno le piogge erano state insolitamente abbondanti in Algeria. A Hammam Chedakra spesso i venti accompagnano le piogge. Fra le burrasche non era raro che le nuvole si squarciassero e venisse fuori il sole: allora sembrava che facesse capolino l'estate occhieggiando fra l'oro e l'azzurro; e una volta ne usc proprio una splendida giornata affricana, quieta, calda, dalla mattina alla sera cos piena di luce da far quasi abbacinare; una giornata di cui Viviana non aveva ancor veduto l'uguale, una giornata che spingeva ad andar fuori e faceva addirittura passar di mente la casa.
Clive e lei presero un paniere di paglia con delle vivande e si misero presto in cammino. Non avevano uno scopo; i loro passi non s'indirizzavano verso un luogo designato: bastava loro di girovagare nello splendore di quella giornata. Allontanati che si furono un po' dall'albergo presero a sinistra rasentando la lunga e fittissima fila di cipressi che custodivano i boschetti di aranci del signor Anatolio Rivier, attraversarono un terreno incolto e giunsero a un viottolo incerto e un po' scabroso; probabilmente esso era stato tracciato soltanto dal piede degli arabi perch serpeggiava sino al Chedakra dov'essi sogliono andare a bagnarsi nelle calde acque scorrenti sotto il riparo dei rami degli alberi e d'innumerevoli cespugli. Ma quel giorno non v'era nessun uomo dalla bruna pelle a bagnarvisi: le continue piogge avevano reso troppo fredde le acque sotto il folto intrico dei mirti, dei terebinti, dei lecci, degli oleandri.
Due bracchi dell'albergo uno nero e bianco e uno bianco e color tabacco, erano usciti fuori con loro e correvano innanzi, come ansiosi d'insegnar loro la strada, di guidarli per quell'Arcadia. A sinistra si alzavano grandi pendici sparse di annosi olivi; a destra vi era la nascosta corrente di cui giungeva loro il perpetuo mormorio attraverso il folto dei cespugli. Pi oltre si alzavano altre pendici, alcune coperte di olivi, altre nude, col fertile terreno bruno gi arato e pronto alla cultura. Frotte di uccellini, messi in fuga dai cani, si alzavano a volo, formando delicati disegni per l'aria luminosa. In lontananza, placidissime colline limitavano l'orizzonte, facendo pensare a un sogno che dolcemente vigilasse la realt. Qua e l il terreno si alzava a un tratto in un poggetto che attraverso gli alberi appariva ora arancione, ora rosso o dorato. Giunti sulla piana sommit di uno di quei poggetti, essi videro un ragazzo arabo in piedi, circondato da capre; egli aveva indosso un logoro burnus, col cappuccio a punta tirato sul capo; fra le labbra uno zufolo di canna da cui zampillava una musica, quale Viviana non aveva udito sino allora, una melodia monotona, spesso ripetuta e pur agile che sembrava scattare e spengersi a un tratto nell'aria soleggiata, soltanto per ricominciare in tono pi basso e di nuovo risollevarsi e cessare: quasi un alto spumeggiamento di note, una pioggia di melodiose gocciole lanciate verso il cielo da una mano agile e spensierata. Lievi spire di fumo che subito si dissipava salivano da innumerevoli rivoletti che sprizzavano bollenti dalla terra andando a confondersi con le acque del Chedakra. Di tanto in tanto, sotto l'ombra di un intrico di foglie, appariva un laghetto ovale che faceva pensare a uno specchio annebbiato in cui non si rifletteva alcuna faccia.
E per quella via non v'era nessuno, nessuno; soltanto il piccolo capraio aveva mandato loro il suo saluto che era ormai da un pezzo vanito. Essi erano soli con la natura, come non erano mai stati soli per l'innanzi; e Clive sembrava pi calmo, pi contento di quel che Viviana non lo avesse mai veduto sino a quel momento. La pace traspariva dal volto di lui quando s'erano fermati tra gli oleandri selvatici ad ascoltare lo zufolo del capraio, e quella pace si approfond mentre si avanzavano lentamente, senz'altro scopo che d'inoltrarsi sempre pi nell'Arcadia.
Quando il sole fu caldo, forse un'ora dopo mezzogiorno, essi sederono presso la corrente e fecero colazione, parlando poco e placidamente. I cani s'erano accucciati accanto a loro facendo gli occhioni ai cibi, e dando di tanto in tanto qualche guardatina a Viviana e a Clive, sino a che non ebbero anch'essi avuto la loro parte. Poi Clive si stese sull'erba, col dorso appoggiato a un masso, e accese la pipa. S'era calato sugli occhi il cappello di feltro; se ne stava fermo, ma di tanto in tanto strappava pigramente qualche filo d'erba o qualcuno dei fiorellini, pi che altro anemoni, che ondeggiavano al venticello. E ambedue ascoltavano il silenzio; e Viviana ricordava un altro silenzio, nella radura del folto bosco di Tyford, quando Clive era stato con lei a quel modo ed ella aveva sentito in lui la gelosia. Ora egli se l'era portata con s, allontanandola da tutti; e forse era sempre stata sua intenzione di fare a quel modo un giorno o l'altro; forse egli se l'era gi proposto, volesse ella o no. Viviana avrebbe bramato di domandarglielo, ma tacque, temendo di guastare quei maravigliosi momenti che era loro concesso di passare insieme in quell'Arcadia. Ora ella apparteneva a lui e aveva fatto ci che desiderava lui, ci che per l'innanzi s'era rifiutata di fare.
Era stata debole? Pu darsi. Forse un amore assolutamente forte doveva contenere in s un po' di crudelt; ma dopo tutto quello che era accaduto ella non poteva esser crudele con Clive. Ella non poteva ormai esser coraggiosa per due senza rasentar la durezza: era dicerto meglio mostrarsi docile e sacrificare i propri principii, che esser dura con l'uomo ch'ella amava: ella non poteva pi a lungo tenerlo in tormento.
Ma.... e quando ritornerebbero indietro?
Clive alzando gli occhi incontr le pupille di lei leggendovi quella domanda. Viviana non pot nasconderla subito, e per un momento s'era sentita quasi colpevole; ma ella distolse prontamente lo sguardo da quello di lui: forse egli non aveva compreso, non aveva raccapezzato ci che vi fosse negli occhi di lei. Quel giorno di sole era il trionfo di Clive, un giorno d'oro ch'egli doveva aver decretato, come Viviana doveva aver decretato il bambino: ah, se fosse possibile decretar tutto!
Rimasero l a lungo presso la corrente, ora in placido colloquio, ora in prolungato silenzio, talvolta fantasticando; e forse quel fantasticare li avvicinava fra loro pi che per l'innanzi.
In ogni modo, in quella giornata trascorsa presso il Chedakra, parve che la donna morta fosse rimasta veramente in riposo nella sua tomba.
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CAPITOLO 3.
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Quando furono di ritorno a Hammam Chedakra, poco prima del crepuscolo, piacevolmente stanchi dopo la lunga passeggiata imbevuti di sole e con la mente piuttosto sonnacchiosa dopo il gran festino d'aria e di silenzio, trovarono ferma dinanzi alla terrazza una grande automobile Rolls-Royce di robusta carrozzeria; la cappotta era anteriormente alzata e uno chauffeur con la livrea di un turchino scuro si piegava e riguardava la macchina.
Qualche nuovo arrivo! disse Viviana.
Ella vide Clive rabbuiarsi mentre fissava l'automobile; in un attimo il suo viso era addirittura cambiato: l'insolita espressione di calma, quasi di placidit ne era sparita, e mentre egli svoltava per andar sotto il portico dov'era la scala che conduceva alle loro camere, la sua faccia s'era indurita, aveva ripreso la rigidit della maschera che Viviana conosceva tanto bene e che anelava di bandir per sempre da lui. Ella sapeva ci che passava ora per la mente di suo marito: Clive aveva paura d'incontrar qualche viaggiatore che venisse dall'Inghilterra, qualcuno che potesse riconoscerlo.
Appena furono nel loro salottino e Viviana ebbe sonato per il t, Clive si butt a sedere in una delle loro due poltrone. Il fuoco era gi acceso e le legna ardevano bene: egli le guard con gli occhi sbarrati mentre teneva il capo lievemente piegato come se stesse in ascolto. Viviana and in camera per togliersi il cappello e gli stivaletti. Si andava in camera dal salotto, e in fondo ad essa, diviso da una tenda a strisce, si trovava uno spogliatoio con una finestra che dava sul boschetto di olivi presso la Grande Cascata. Lasciando aperto l'uscio di camera ella entr nello spogliatoio; quando ritorn in camera, ud la voce di Clive che parlava in francese con Raoul, il cameriere, che insieme a sua moglie disimpegnava il servizio nell'albergo.
 giunta molta gente oggi, Raoul?
No, signore; soltanto cinque persone: tre stamattina col treno e due or ora in automobile: vengono da Tunisi e hanno viaggiato tutto il giorno.
Di che nazionalit sono?
Quelli di stamani erano francesi.
E quelli venuti in automobile?
Sono inglesi, credo, o americani: una signora e un signore.
Viviana ud un lieve tintinnio di tazze e cucchiaini; poi Clive disse:
 nello scrittoio il padrone dell'albergo?
Credo di s, signore.
Potr salire un momento qui? Vorrei parlargli a proposito dell'automobile in riparazione.
Vado subito a domandarglielo.
Viviana ud Raoul uscire: un momento dopo Clive la chiam
C' il t, Viviana.
Vengo subito, ella rispose.
E ritorn prontamente in salotto.
Vi rincresce se viene qui un momento l'albergatore? disse Clive appena la vide. Bisogna ch'io senta proprio a che punto  la riparazione dell'automobile; mi pare che si traccheggi parecchio: se ne parla sin da quando siamo arrivati. Voglio proprio andare a Sidi-Barka; se non c' l'automobile, prender il treno domattina.
Non avete piacere ch'io venga con voi? ella domand.
Clive la guard un momento, come perplesso, poi disse:
Se vado col treno, no, Vi: io dovr pernottare l.
Ebbene?
Sidi-Barka non  una citt attraente: potreste riportarne una cattiva impressione.
Negli occhi di lui v'era come un'ansia; poi egli soggiunse con disinvoltura:
Prendiamo il t adesso; ho una gran sete dopo la nostra passeggiata:  stata una giornata memorabile questa, Vi, la pi bella che abbiamo passato insieme, mi pare: forse mi  stata troppo cara.
Perch dite cos?
Egli si sollev nella poltrona.
Veramente non lo so nemmeno io. Ma, ecco: c' l'albergatore.
Un passo pesante rison nell'andito e il tozzo e corpulento signor Larot apparve dinanzi alla porta a vetri. Alzando uno dei suoi manoni egli buss.
Avanti, signor Larot, disse Clive.
Buona sera al signore e alla signora. Che cosa mi comandano?
Volevo soltanto sapere qualche cosa della vostra automobile: quando potr esser pronta per condurmi a Sidi-Barka
Crederei di poterla riaver sabato proprio rimessa a nuovo.
Sabato? Ma vi sono ancora tre giorni
S, signore; ma sono stato costretto a ordinare un carburatore nuovo, sicch....
Va bene, va bene: grazie tante.
Il signor Larot gir da Clive a Viviana gli onesti occhioni grigi.
Allora, sta bene per sabato l'automobile, signori?
Veramente.... ho paura che non potr aspettar tanto, disse Clive, Mi converr prendere il treno.
C' tanto poco per da vedere a Sidi-Barka, signore: proprio non merita.
Oh, lo so, lo so! Vi sono gi stato.
Allora!
Clive aggrott le folte sopracciglia, poi disse:
Non ho da domandarvi altro; grazie di nuovo: mi rincresce di avervi disturbato.
Tutt'altro, signore. Sono sempre a vostra disposizione.
Il suo passo pesante rison nel corridoio; quando non si ud pi, Clive disse:
Sidi-Barka non ha nulla di particolare; ma nei suoi pressi la costa  proprio bella: me ne ricordo benissimo. Eppoi, si sa, gli albergatori di un posto cercano screditare tutti gli altri paesi che possono far loro concorrenza. Si capisce! Egli si studia di trattenere i forestieri dove sono. Vi dispiacerebbe, Viviana, s'io andassi per una notte a Sidi-Barka?
No davvero.
Vorrei proprio dare una guardata alla casa di cui vi parlai.
Io dissi che sarei venuta a vederla con voi: ve ne rammentate?
Il viso di Clive si color lievemente.
Supponiamo, egli disse, supponiamo che per una fortunata combinazione io trovi che quella casetta  da affittare: non sar tanto facile, ma insomma.... se ci accadesse, vi rincrescerebbe se la prendessi per un po' di tempo? Sarebbe un maraviglioso luogo di riposo.
In un baleno si riaffacci alla mente di Viviana l'aspetto di Clive addormentato, ed ella si ricord dei propri pensieri sulla morte e sul dispensar la felicit a coloro che amiamo.
Mio diletto, ella disse, non lo sapete? Tutto quello che io bramo  di aiutarvi a esser felice, e di esser felice con voi nella vostra felicit. Oh, come lo bramo! Noi.... noi siamo quaggi per un cos breve tempo....
Ella s'interruppe; non le riusciva di continuare: quando pot andare avanti, disse soltanto:
In qualunque luogo con voi! Io verr in qualunque luogo: fate proprio ci che credete possa giovare al vostro riposo, possa rendervi contento.
Vorrei potervi contraccambiare, Vi, egli rispose con voce un po' commossa, ma non vi riesco mai: cerco di confortarmi col pensiero che una creatura come voi non fa mai nulla per compenso.
Ma voi potete compensarmi.
Non saprei veder come: nemmeno l'amore  sufficiente.
Vi sono tante cose che dovrebbero sempre andare insieme all'amore, far parte dell'amore, ma che di solito, o molto spesso, non lo accompagnano.
Clive chin il capo e non disse niente.
Ricompensatemi con quelle se vi  possibile, Clive, ella riprese. Sono sicura che ambedue sappiamo ci che sono.
Ella non si spieg n insist, e Clive non replic una parola. Quando ebbero preso il t egli si alz risolutamente e disse che voleva preparare una piccola sacca da viaggio.
Per andare a Sidi-Barka?
S, mi par meglio farvi una scappata domattina: non mi tratterr che una notte.
Andate pure, ella disse gentilmente.
Mentre si avvicinava l'ora del pranzo, l'irrequietezza di Clive sembrava crescere: la sacca da viaggio era gi stata preparata da lui stesso, ma egli non poteva mettersi tranquillamente a sedere. Quando manc un quarto alle sette, egli disse:
Vorrei che in questo albergo vi fosse un po' pi di servit.
Perch? domand Viviana.
Perch di tanto in tanto si potrebbe desinar con la nostra quiete qui, dinanzi al fuoco: per esempio stasera sarebbe molto comodo, stanchi come siamo per la passeggiata.
S, ma il povero Raoul e sua moglie hanno gi troppo da fare.
Lo so, lo so, disse lui concitatamente, quasi con irritazione.
Alle sette si ud in distanza il suono della campana che chiamava a pranzo.
Il desinare  pronto, ella disse.
Clive parve un momento perplesso, poi disse con un cambiamento di modi.
Facciamone a meno per una volta: non mi par vero di accomodarmi qui dinanzi al fuoco.
E apr la finestra.
Viviana cap il motivo della sua inquietudine e ne fu turbata, poich ci le indicava un aumento di timore nella solitudine, quasi una reazione devastatrice: e ci le diede la bruttissima sensazione che lei e suo marito tentassero di nascondersi, quasi fossero due rei ricercati per qualche delitto; e il suo animo insorse immediatamente e vi si ribell.
Ma noi non siamo due fuggiaschi, Clive, ella disse.
Che cosa? fece lui con voce sussultante.
Noi non siamo fuggiaschi.
E chi ha mai detto che lo fossimo?
Nessuno; ma non bisogna essere.... voglio dire....
Non pot continuare; in quel momento aveva paura di se stessa: sentiva in s una grande confusione morale che le riempiva l'anima di una specie di tremenda vertigine ma con un grande sforzo riusc a dominarsi.
Andiamo, andiamo! ella disse.
E usc lesta lesta nell'andito: sentiva i battiti affrettati del proprio cuore; lo sdegno le accendeva il sangue.
"Ma dove arriveremo?" ella pensava. "Come ander a finire?"
Un lieve venticello che spirava fra gli aranci e le palme sfior il suo viso scomponendole i folti capelli corti: ella ud in lontananza il mormorio della Grande Cascata, e si sent subito pi calma.
Perdonatemi, Clive, ella disse voltandosi.
Di che cosa, mia cara?
Ho parlato.... ho fatto male a parlare a quel modo.
Egli afferr il braccio di lei e lo strinse dicendo:
Nulla, nulla, vi pare!
Tante volte io sono cos impulsiva!
Salirono gli scalini, attraversarono la terrazza ed entrarono nella sala da pranzo. Clive diede una rapida occhiata intorno a s; ma non scrse che le solite persone, le persone che conosceva di vista. Viviana e lui andarono alla loro tavola e si misero a sedere.
Verso le sette e mezzo, dopo tre portate, mentre Clive cominciava un po' a rasserenarsi, Viviana, che sedendo in faccia a lui voltava le spalle alla porta, ud dietro a s i passi di due persone e il suono di una voce forte e profonda. Ella gir intorno lo sguardo, e vide una graziosa signora tutta dipinta, elegantemente vestita, avanzarsi dalla sua parte nella lunga sala, accanto a un signore alto, perfettamente raso, di mezza et, dal viso intelligente, ma sostenuto, e con due occhi acutissimi di un grigio acciaio.
A Viviana quel viso non riusc nuovo, ma sulle prime ella non si pot raccapezzare dove lo avesse veduto; pure doveva essere, lo sentiva, collegato con qualche eccezionale episodio della sua vita: dicerto ella doveva averlo visto in un momento di dolore, o di acuto tormento morale.
Quel signore e la sua compagna ebbero dal cameriere l'indicazione che la loro tavola si trovava al lato opposto della sala, parallela a quella in cui sedevano Viviana e Clive. Mentre si mettevano a sedere il signore volse lo sguardo intorno con una specie di freddo esame indifferente; e nel loro giro i suoi occhi grigi giunsero a Clive e a Viviana. Appena ella si vide guardare si ricord subito che quel signore era il noto avvocato Marshall Phipps che aveva difeso sir Aubrey Sabine nella querela datagli da Clive per calunnia. Viviana vide ch'egli aveva riconosciuto Clive, bench ne desse appena segno: doveva essere tanto avvezzo a dominarsi che il suo volto non lasci trasparire alcuna sorpresa. Quasi subito egli si sporse un tantino e disse qualche parola alla signora dipinta seduta difaccia a lui, la quale volse rapidamente la testa e guard con viva curiosit Clive; poi, appena staccati da lui gli occhi avidi, sbirci Viviana.
Il nudo sguardo, lo sguardo che cercava di denudare, era l all'opera in Hammam Chedakra.
Clive cominci a parlare concitatamente: non smise di parlare sino a che il cameriere non pos sulla tavola le maravigliose arance di Hammam Chedakra e i datteri; parlava di continuo, senza una pausa, e senza volger mai lo sguardo a sinistra, alla tavola che era all'altro lato della stanza. Ma appena furono portate le frutta, le une di un rosso dorato, le altre di un bruno serico, egli disse:
Dobbiamo andare?
S, rispose Viviana.
Si alzarono e s'incamminarono all'uscita, seguiti dallo sguardo ammaliante della signora dipinta.
Sicch sono venuti a nascondersi quaggi! ella disse.
Gi! Che bizzarra combinazione imbatterci per l'appunto in loro! disse il celebre avvocato. Pare che non ci abbiano avuto troppo gusto. Ma sapete, Chick, che di tutte le cause che mi son capitate, quella l....
Egli parlava sonoramente, mentre ella ascoltava attenta, divorandolo con artificiosi occhi di sirena, e atteggiando le labbra rosse come una ferita a un sorriso sensuale.
Nel loro salottino Clive e Viviana tacevano. Egli non aveva fatto allusione all'arrivo nella loro solitudine dell'uomo che aveva difeso il suo nemico; e appena furono chiusi dietro le persiane verdi, egli caric e accese la pipa e prese un libro, mentre Viviana, per lasciarlo fare, si metteva a sedere al suo tavolino e scriveva una lettera. Era una lettera piuttosto lunga a sua madre e a bello studio ella faceva scorrere molto lentamente la penna. Dietro a s, ella udiva ora svoltare di tanto in tanto una pagina. Ma leggeva davvero, Clive? S'era steso fra loro uno di quegl'intervalli di silenzio che tanto la rattristavano, separandoli, ed ella non sapeva come sforzarsi a fare un passo per superarlo, per riavvicinarsi a lui: ne provava ripugnanza. Finalmente la lettera ebbe termine, fu posta nella busta, vi fu fatto l'indirizzo. Viviana rimase ferma per qualche altro momento, poi si alz e girell per la stanzetta. Volgendosi a Clive, ella gli vide su una gota, non su quella che rimaneva dalla parte del fuoco, una chiazza rossa, disunita: e subito le si ripresent alla mente Clive com'ella lo aveva veduto dinanzi a s la sera del verdetto, appena egli aveva rimesso piede in casa di sua madre.
Clive! disse Viviana. Egli si volse, alz il capo.
Perch non parlate? Perch codesto tremendo silenzio?
Ma....
Io lo so chi  quel signore.
Egli fece un cupo gesto con la sinistra, poi esclam:
L'avvocato Marshall Phipps quaggi!
 sua moglie quella che  con lui?
Credo, ma non lo so; io non so nulla dei suoi affari privati: lui sa tutto dei miei. Maledizione!
V'era una specie di aspro sgomento, una specie di affannosa rabbia nella sua voce.
Ma, mi dite un po', dove deve andare un disgraziato che vuole un po' di pace? egli soggiunse.
Forse se ne anderanno domani, disse Viviana.
Ne verranno altri.
Ma se vanno via....
Clive si alz.
No, no; io non posso seguitare cos, disse. Io non posso pi stare a freno, non posso sopportar pi!
Cominci a camminare per il salottino.
Sta tutto bene parlar di coraggio, d'innocenza, tenere alta la fronte, sfidar virilmente il mondo e via discorrendo, egli prosegu. Metterei al mio posto chi d quei consigli per sentire se seguiterebbero a predicare a quel modo.
Si ferm dietro la tavola su cui stavano i loro libri e un vaso di mimosa.
Non vi ho mai detto che quando giungemmo qui, Larot mi diede da riempire uno di quegli stupidi moduli in cui si deve dichiarare qual  il nostro nome e cognome, l'et, la professione, il luogo di nascita e non so quante altre cose. Ebbene, io dichiarai di chiamarmi Claudio Ormeley e che la signora che mi accompagnava era Viviana Ormeley, mia moglie. Ma a che giova tutto questo? A che giova qualsiasi cosa? Ecco che ci piomba addosso il difensore di Sabine: e domani tutti possono rivangare ogni cosa.
Vedete dunque, Clive, quanto  inutile fingere.
Egli non diede segno di averla udita e prosegu, rimanendo sempre dietro la tavola, premendo con le mani i libri:
Avevamo passato una splendida giornata; ma io lo sentivo che era troppo buona; quel bel sole e quella pace mi facevano temere; ve ne ricorderete che ho detto che m'era stata troppo cara; lo sapevo proprio che qualche cosa doveva accadere. Appena ho visto fuori quell'automobile mi  entrato addosso una grande inquietudine.
Ma come pu....
 tutto dentro di me,  tutto qui. E si batt il petto come stizzosamente. Io soffro sotto quegli odiosi occhi sgranati della gente che mi conosce; ne ho veduti troppi degli occhi a quel modo, e sono arrivato a un punto che non li posso pi tollerare. Se potessi far qualche cosa, sfogarmi quando mi vedo fissare a quel modo, se mi fosse lecito menar le mani, dare una lezione come converrebbe in tal caso, sarebbe un'altra cosa. Invece non posso far altro che starmene fermo fermo mentre quelle bestiacce cercano di forarmi i panni con l'acutezza dei loro occhi.
Lo so, lo so.
Le chiamo bestiacce, ma fo male, perch gli esseri umani sono pi crudeli delle bestie.
Che cosa vorreste fare, Clive? ella disse.
Domattina ander un po' a vedere a Sidi-Barka: potrebbe darsi....
Difatti la mattina dopo part col primo treno lasciando sola Viviana.
Marshall Phipps e la signora dipinta erano ancora in Hammam Chedakra quando Viviana scese nel giardino verso il tocco prima di andare a far colazione. Ella vide la coppia venir dalla parte della Grande Cascata, e quando fu in sala da pranzo vi entrarono anche l'avvocato e la signora. Mentre mangiava, Viviana sentiva fissi su di s gli occhi curiosi, scrutatori di quella donna, ed ella cap quasi il disperato odio di Clive per occhi simili. Appena finito di mangiare ella usc e and a fare una lunga passeggiata solitaria, oltrepassando l'ufficio postale, verso le lontane balze purpuree, verdi e grigio lavagna della montagna che limitava a ponente l'orizzonte. Era assillata dal brutto presentimento che la donna giunta la sera innanzi con l'avvocato, fosse o no la signora Phipps, cercasse un'occasione per attaccar discorso, per far conoscenza con lei: e questo ella era risoluta di evitarlo se fosse possibile.
Mentre camminava, Viviana ripensava alla passeggiata fatta con Clive il giorno innanzi oltre il Chedakra. Il tempo era ancora splendidamente bello; la luce maravigliosa dell'Affrica settentrionale dava un incanto alle pendici, ai boschetti di olivi, a una solitaria masseria bianca che pareva vigilare una vasta distesa verdeggiante, alle brune capanne di frasche degli arabi, raggruppate qua e l nelle sinuosit delle colline, su una strada color di zolfo serpeggiante come un nastro fra verdi solitudini per andare a finire forse tra i querceti della Tunisia o all'estremit del mare senza flutti. Ma quella sensazione d'isolamento era svanita in Viviana, messa in fuga da una coppia che viaggiava in un'automobile Rolls-Royce; ed ella cap che l'Arcadia non poteva essere Arcadia se non quando lei e Clive erano in essa non necessariamente soli, ma sconosciuti: appena riconosciuti per ci che veramente erano, lui per Clive Baratrie, l'uomo amato dalla signora Sabine e due volte accusato di averla uccisa, lei per la moglie di Clive Baratrie, gi Viviana Denys, rinomata giocatrice di tennis, l'Arcadia si dileguava per loro, non esisteva pi affatto.
Ora ella era sola in Affrica su quella strada giallognola, sola tra gli olivi argentei, tra le acque che scorrevano e le colline, sotto il fulgido cielo azzurro, nitidamente azzurro dopo le lunghe piogge. Guardandosi intorno, poteva veder soltanto, in lontananza, un uomo sopra un cavallo bianco che s'indirizzava lentamente verso ponente, due arabi che si piegavano su qualche cosa di nascosto nel piano, al di l di una siepe di biancospino, e due gracili bambini, con un aspetto di gnomi, i quali si baloccavano dinanzi a un riparo di frasche su un rialto erboso un po' a destra di lei; soltanto cinque esseri viventi, e arabi, in quel vasto paesaggio.
Eppure la civilt coi suoi occhi sbarrati era laggi con lei in Affrica, v'era laggi con lei Londra, coi suoi tribunali, v'era laggi con lei la signora Sabine. Ed ella sapeva quel che volesse dire la disperazione di Clive, sapeva anche dell'inutilit di fuggir qualche cosa in questo piccolo mondo che sempre pi va ristringendosi via via che aumentano i modi di viaggiare con facilit. E com'era inutile e assurdo quel voler mutar nome! Viviana sentiva salirsi le vampe alla faccia mentre pensava al cambiamento sempre da lei detestato e alla sua inutilit.
Finalmente le parve di essersi allontanata parecchio e ritorn indietro; ma subito cominci a sentirsi inquieta, quasi agitata: s'incamminava verso quei tali occhi: le sembrava di venir condotta verso di loro per esser tormentata; l'incanto di Hammam Chedakra era per Viviana distrutto da due estranei.
Ella continu ad avanzarsi lentamente; e le sembrava che la signora Sabine, invisibile ma acutamente sentita, fosse con lei per quella strada, la riportasse dinanzi a quei tali occhi.
Quando le apparve in distanza il piccolo ufficio postale a sinistra della strada, il terreno spaccato, le leggendarie rocce, il fumo che si alzava dalle sorgenti, e gli alberi che nascondevano dietro ad esso l'albergo, Viviana vide due persone venir lentamente verso di lei; mentre si avvicinavano ella si accrse che non erano arabi, e bench non potesse ancora distinguerli cap subito chi fossero.
Senza volere ella si ferm: forse quei due andavano all'ufficio postale, svolterebbero l; ma invece l'oltrepassarono e andarono verso di lei. A destra di Viviana v'era una specie di pascolo verde sparso di piccoli massi conici; bastava ch'ella facesse due o tre passi per poter internarsi nella solitudine verso il burrone di Bu-Hamdam ed evitare quelle due figure che si avvicinavano. Ella anelava di farlo; e sentiva che il suo corpo vi si sforzava ma che qualche cosa pi forte di lui vi si opponeva: lei stessa resisteva al suo richiamo, e vinse, e prosegu, fremente di una specie di esasperazione che sembrava accoppiarsi con una specie di sfida.
Viviana incontr dunque Marshall Phipps e la sua compagna sulla strada maestra, e mentre passava loro accanto li guard con ferma indifferenza. Ella vide che abbassavano gli occhi sotto lo sguardo di lei, e fu contenta del suo piccolo atto di coraggio: tutto ella faceva per Clive. Ella non credeva di aver mostrato col suo sguardo di sfida ci che avrebbe potuto esprimere a quelle due persone l'acutezza del proprio sentimento: sperava di no, ma proprio sicura non era. Quando fu in camera sua, che le sembrava stranamente deserta ora che non v'era pi con lei Clive, ella bram di chiudervisi dentro sino a che l'automobile Rolls-Royce non fosse strisciata via per sempre col suo possessore e con la sua compagna. Ella non temeva che il signor Phipps intendesse di far conoscenza con lei; essendo un uomo, era sicurissima che non cercherebbe di avvicinarla, date le circostanze: era invece sicura che la sua compagna s'era messa in testa di soddisfare la sua avida curiosit e che nessuna raffinatezza di sentimento vi sarebbe in lei per farla desistere dal suo proposito. E Viviana non sbagliava.
Quando scese per andare a pranzo ella s'imbatt nella temuta signora, sotto il portico, proprio all'entratura della scala, e immediatamente una voce sdolcinata disse:
Mi permettete una parola?
Poi si ferm.
Io sono una giocatrice di tennis, bench non molto esperta, e vi ho veduto giocare a Wimbledon e a Hythe.
S? fece Viviana guardandola negli avidi occhi, scintillanti.
Ho provato una tale sorpresa nel trovarvi in questo luogo bizzarro! Mi figuro che non vi rincrescer se vi ho rivolto la parola: io sono una delle vostre pi calde ammiratrici.
Grazie.
Ma questo posto non  veramente carino? continu la donna con petulanza. Mio marito, che ha tanto da fare come legale tutto l'anno, lo giudica proprio ideale; il luogo veramente indicato per una cura di riposo.
S,  molto quieto: vi ci tratterrete molto?
Disgraziatamente no; dobbiamo essere domani a Costantina e a Batna: siamo diretti a Biskra.
Spero che farete buon viaggio, disse Viviana accingendosi a salire sulla terrazza.
Chi lo sa? Perdonatemi, vi prego, di avervi parlato, ma voi siete proprio una delle mie eroine, sia per il tennis, sia.... per altre ragioni.
Grazie tante.
E Viviana si allontan dall'avido sguardo di quegli occhi cos artificiosamente brillanti. A pranzo ella si affrett pi che mai ad alzarsi da tavola, poi and a chiudersi nel salottino: mentre serrava le vetrate e le imposte provava un senso di disgusto e quasi di raccapriccio che, nonostante tutte le prove da cui era passata in Inghilterra sin dalla prima accusa contro Clive, le era nuovo. In Inghilterra aveva provato ci che si aspettava di provare, ma laggi, in Hammam Chedakra era sbigottita per l'inaspettato.
Quella notte Viviana comprese il pericolo della fuga dal campo di battaglia.
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CAPITOLO 4.
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La mattina seguente di buon'ora Viviana ud il rumore di un'automobile di cui avviavano il motore. Ella rimase in letto, ascoltando. Poi a quel rumore subentr un rombo minaccioso, che dopo una pausa fu seguto da uno squillo: tre note musicali che si allontanarono, si fecero pi fioche e a poco a poco svanirono.
L'avvocato Marshall Phipps e la sua dipinta signora avevano ripreso il loro viaggio per Biskra.
Nel senso di sollievo provato da Viviana v'era tuttavia qualche cosa di penoso: era troppo acuto, la spaventava, perch sembrava darle la misura della propria debolezza. Dov'era il suo coraggio? Ella non si raccapezzava: la nuova vita in quelle solitarie contrade avrebbe dunque distrutto la virt ch'ella ammirava pi delle altre, la virt senza la quale uomini e donne, a parer suo, erano indegni di godere il dono della vita, erano privi del diritto al rispetto dei loro simili?
Sebbene si fosse sentita riavere, provava come un'inquietudine. Guard l'orologio: non erano che le sette, ma si alz, si mise addosso qualche cosa, e and allo stabilimento dei bagni, dove si trovava gi, a disposizione di chi voleva farsi fare il massaggio, la signora Guy, fatta venire appositamente da Vichy per la stagione. Secondo il solito ella aveva accanto il suo conigliolino, Tit, e il suo cagnolino giallo, Fritz, che, a quanto ella diceva, aveva marciato nella Grande Guerra con l'esercito tedesco ed era stato fatto prigioniero dai Francesi nei combattimenti dinanzi a Verdun; ora Fritz passava la maggior parte del tempo a far capolino dalla canestrina in cui lo teneva la sua padrona, sbirciando con l'unico occhio i pochi clienti che capitavano.
La signora vuol fare un bagno caldo?
Viviana scosse la testa.
No, no: una doccia fredda, molto fredda.
La signora Guy le diede un'occhiata piuttosto penetrante, poi disse:
Va bene, signora: vi dar io stessa la doccia, e ben fredda, state tranquilla.
E difatti fu cos: l'acqua che per qualche minuto scese sul capo di Viviana e si rivers su tutta la sua persona sembrava essere stata appositamente ghiacciata in attesa di lei. Ella sussult, rabbrivid, ma sopport; e mentre rimaneva eretta sotto la fustigazione di quello scroscio, qualche cosa in lei diceva: "Questo mi fa bene, questo  proprio quel che ci vuole. Non  davvero per me l'acqua calda che manda fuori il fumo nella Grande Cascata". Poi un ruvido asciugamano, quanto pi ruvido tanto meglio, e la splendida reazione: un lucido corpo e una mente che pareva a un tratto purificata e atta ad affrontare qualunque cosa.
La signora Guy sembrava sorpresa del cambiamento di Viviana, come poco prima era rimasta sorpresa di quell'ansiosa richiesta di acqua fredda.
La signora  una vera inglese! ella disse, ma a me pure piace l'acqua fredda.
Non c' che quella! afferm Viviana, mettendo una mancia nella mano espressiva, mano di masseuse di prim'ordine, sensibile e abilissima.
Poi Viviana si pieg, strisci la destra sulla parte della testa fine di Fritz che usciva fuori dalla canestrina, lisci il nasino sempre irrequieto di Tit e usc nella mattina affricana.
Il tempo s'era ormai messo addirittura "al bello". Il terreno del campo di tennis era asciutto e indurito, e Viviana fece la prima colazione fuori, sotto un arancio mentre i due bracchi le tenevano compagnia. Quel senso di sollievo da lei provato allorch svegliandosi aveva udito i preparativi della partenza dell'automobile persisteva ancora, ma era ormai scevro d'inquietudine: forse lo splendore di quel cielo azzurro contribuiva a bandire la sua sofferenza morale: forse ella era entrata nella felice sudditanza del sole. In quell'ora, coi due cani che socchiudevano gli occhi sotto l'arancio, circondata dalla dolce freschezza del giorno incipiente, ella dicerto sentiva l'Affrica come non l'aveva ancora mai sentita. Sembrava adesso che l'Affrica la tenesse avvinta: era conscia del suo potere; per la prima volta ella ci pens nettamente come a una terra di oblio. Clive aveva anelato di venirci: forse ne sapeva pi di lei, sapeva che soltanto cos lontano dalla vita a cui erano ambedue avvezzi essi potevano trovare un calmante per le tragiche memorie che li assillavano.
Ma bisognava che fossero sicuri dalla "gente", se volevano che l'Affrica giovasse loro, li conducesse verso la felicit. E di nuovo, sotto l'arancio, parve a Viviana di riudire il grato suono dell'automobile che si allontanava. L'avvocato dall'occhio penetrante e la signora dipinta le avevano impartito una lezione che nemmeno l'angoscia di Clive le aveva mai insegnato: ora soltanto ella sapeva che Clive aveva avuto addirittura ragione nel ricercare la solitudine; e le pareva che quei due fossero stati mandati a Hammam Chedakra per costringerla a comprendere assolutamente ci che abbisognava a lei e a Clive.
Ella aspettava suo marito di ritorno da Sidi-Barka verso le cinque; ma un poco prima di colazione le giunse da lui questo telegramma:
"Non ritorno oggi trattenuto affari trovomi Htel Orient. Nulla nuovo? Affettuosit."
Viviana tenne accanto a s il telegramma mentre faceva colazione, e appena il suo orologio segn le due usc e s'incammin all'ufficio postale.
Allo sportello ella trov una ragazzetta sui sedici anni, abbronzata dal sole, coi capelli e i sopraccigli neri come il carbone e due acutissimi occhi neri, la quale parlava con alta voce armoniosa con Sidi-Barka. Viviana era andata l per telegrafare, ora invece le venne in mente che poteva parlar con Clive e preg l'impiegata di metterla in comunicazione con I'Htel d'Orient di Sidi-Barka. Cos fu fatto, ed ella domand se il signor Claudio Ormeley era nell'albergo e se poteva parlar con lui: dopo un momento ella ud debolmente la voce di Clive che la salutava.
Sono partiti, ella disse, quando ritornate?
O domani o domani l'altro, egli replic. Sto cercando di aver la casa.
Sicch  disponibile?
S, ma soltanto sino a luglio: la posso prendere se ci accomodiamo?
Ma non avete detto che cercate di averla?
S, ma vorrei anche il vostro parere.
Prendetela pure, ella disse, io ho piacere di andarvi.
Nella sempre fioca voce che rispondeva, Viviana rilev un'inflessione di sollievo.
Ne sono contento: mi premeva di sapere. E.... sono proprio andati?
S, a Biskra.
Cercher di esser cost domani.
Ma passarono altri tre giorni prima ch'egli ritornasse col treno della sera ed ella lo incontrasse fra gli eucalipti.
Quando Viviana lo vide scender dal treno, sent quanto le era sembrato lungo il tempo senza di lui; ma sent anche quanto era stata calma in quei giorni vuoti. Ella aveva pensato che quella calma le fosse data dalla solitudine affricana, dalla dorata bellezza della stagione, e forse anche dalla partenza di quella gente che aveva cagionato loro quella scossa di brutta sorpresa. Ma quando Viviana vide Clive, quando egli si un a lei, quando furono insieme sulla strada maestra presso la pietra in cui era incisa l'iscrizione "Rokina 15 km. Jemmapes 49 km.", ella cap che quella calma era dovuta all'assenza di lui. Bench lo amasse tanto, v'era in lui qualche cosa che non le permetteva di sentirsi calma quando erano insieme: quella certezza si radic in lei mentre s'incamminavano nel pomeriggio dorato verso la masseria e la Grande Cascata. V'era intorno a loro la pace dell'incontaminata natura; con loro v'era l'amore profondo e immenso; ma qualche cosa in Clive intorbidava per Viviana le acque della vita, perfino adesso, quando egli aveva portato buone notizie e stava per conseguire ci che gli sembrava rappresentare la felicit.
La sua narrazione fu presto fatta.
Appena giunto a Sidi-Barka s'era informato della casa bianca in cima al balzo strapiombante sul mare, distante dalla citt una ventina di minuti di carrozza; e aveva saputo che quella casa apparteneva a un ricco ingegnere francese, il quale l'aveva abitata durante i lavori del porto di Sidi-Barka a lui affidati una diecina d'anni fa, ed era poi ritornato in Francia senza tuttavia cederla ad altri. V'era sempre la mobilia fattavi portar da lui e per mezzo di un agente in Sidi-Barka egli l'affittava quando si presentava qualcuno disposto a pagare ci che ne chiedeva. In quel momento la casa era sfittata, ma un possidente algerino di Costantina l'aveva gi fissata per la stagione dei bagni che cominciava in luglio: sicch non era libera che per quattro mesi.
Dopo essersi accertato di questo, Clive s'era recato in carrozza sul posto; ma non gli era stato possibile di veder la casa che tenevano chiusa e di cui aveva la custodia un giardiniere abitante con la moglie e la famiglia in una specie di portineria costruita su un'alta terrazza del giardino: a quell'uomo era stato vietato di far veder la casa senza un permesso speciale scritto, firmato dall'agente del proprietario.
Clive aveva dovuto prolungare il suo soggiorno a Sidi-Barka per aspettarvi il ritorno dell'agente che per l'appunto s'era recato per qualche giorno a Tunisi. Al suo ritorno aveva firmato il permesso perch Clive potesse veder la casa; poi erano entrati in trattative ma non s'erano accomodati con tanta facilit sul prezzo, poich l'agente era un israelita algerino niente affatto malleabile; ma, insomma, sino agli ultimi giorni di giugno l'affittuario della casa sarebbe Clive.
Dunque ora potete andarci quando volete? disse Viviana finito ch'egli ebbe il racconto.
La casa  ora nostra! egli esclam. Nostra! Non  una cosa maravigliosa? Ci si pu andare anche domani, se volete.
Avevano camminato assai lentamente lungo la strada maestra, intenti soltanto a discorrer fra loro, e ora erano giunti presso le alte rocce chiamate dagli arabi di Hammam Chedakra "Il matrimonio arabo". La leggenda che si collega con quelle rocce  questa: molto tempo fa un giovane condottiero arabo assai facoltoso s'innamor della propria sorella che era la pi vezzosa ragazza dell'Algeria e insist per sposarla. Nel giorno delle nozze vi fu una grande "fantasia" presso le sorgenti calde, e al suo termine, quando lo sposo stava per condurre la sposa alla sua tenda, l'ira di Allah piomb sulla coppia colpevole che fu trasformata in massi di pietra. E da quel giorno quei massi sono rimasti eretti sull'erba presso la Grande Cascata in cui risuonano le voci dei demoni sotterranei, simboli della vigilanza di Allah sopra le cose da lui create.
Viviana rimase ferma sulla strada presso quei massi. Imbruniva: la bianca masseria, lass in distanza sulla lunga pendice della collina, aveva gi un magico aspetto, l'aspetto di magione celeste, come la chiamava Viviana, che prendono i lontani edifizi bianchi nella luce vespertina dell'Affrica settentrionale. A destra gli olivi si raggruppavano in una massa ombrosa col fumo bianco che volteggiava loro attorno. Rifulgeva l'oro nel cielo, e oro sembrava riversarsi sui monti, sui boschi, sulle acque, sulla strada in cui stava Viviana con Clive, sugl'incestuosi innamorati di pietra, Il grido delle acque risonava insolitamente grave nel silenzio della sera dorata. Gli occhi di Viviana erano fissi sulla lontana casa bianca che luccicava misteriosamente appi della lunga pendice verde che le stava di fronte e si addossava alla nuda montagna grigia che precludeva la vista verso il mare.
Che cosa state guardando, Vi? domand Clive passando il braccio sotto quello di lei, ponendo la mano nella sua mano.
Quella solitaria casa bianca lass lontano; la luce la fa cos maravigliosa: sembra una casa in cui non possa entrare che la felicit, non vi sembra?
Gli occhi di Clive seguirono quelli di lei.
S, egli disse.
E la nostra casa  bianca?
S.
Dobbiamo farvi entrare la felicit, Clive: io ho bisogno di rendervi felice nella nostra casa bianca.
Egli prem il braccio e la mano di lei, ma non disse nulla.
Clive, ella continu poich il cuore la spingeva a parlare sebbene appena sapesse perch, ad alcune cose noi dovremo sempre impedire l'accesso quando andremo nella nostra casa bianca sul mare.
A quali cose? egli domand.
Alle reticenze che sono indegne di due sposi che si vogliono bene, almeno mi sembra; e alle gelosie.
Alle gelosie? egli disse; e Viviana cap dal tono della sua voce che il suo cuore aveva sussultato.
S, alla vostra gelosia e alla mia.
Ma.... ma.... siete stata qualche volta gelosa per via di me, Viviana?
S, tremendamente gelosa;  vergogna, lo so, e non mi chiedete di spiegarvi perch. Lasciamo fuori ci che pu esservi di cattivo in noi prima di entrare nella casa bianca: guardiamo ci che splende, Clive.
Ella protese la mano.
Non  come una magione celeste quella masseria solitaria, nella luce della sera?
S; le case bianche hanno spesso un magico aspetto, in Affrica, egli disse. Lo notai gi l'altra volta quando fui qua.
 l'oro che vi scende sopra; la luce  tutto da queste parti; togliendole la luce, l'Affrica non sarebbe pi nulla. Non lasciamo fuori di noi la nostra luce allorch entreremo nella casa sul mare: questo volevo proprio dirlo, sentivo che dovevo dirlo.
Poi si rimise a camminare tenendolo a braccetto.
Soltanto dopo, un gran pezzo dopo, ella si ricord che s'era sentita costretta a fermarsi e a dire quelle parole presso i freddi massi grigi del "Matrimonio arabo" fra il suono delle voci dei demoni incatenati sottoterra in quel luogo. Fanciullesche immaginazioni dei superstiziosi uomini bruni! Eppure ella lo ricordava, come le donne ricordano ogni inezia e le attribuiscono un fatale significato allorch sono in giuoco l'amore e la disperazione.
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CAPITOLO 5.
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Due giorni dopo Clive e Viviana dicevano addio a Hammam Chedakra. A Clive non pareva vero di andarsene; ma Viviana provava una certa tristezza a lasciare quel piccolo luogo appartato; ella si accrse che gi le era divenuto caro come ben pochi altri. L'onesto e tozzo albergatore provenzale e la sua met, Raoul e sua moglie, madama Guy, Rab ben Mohamed, i bracchi, la somarella Mim, nonch Tit e Fritz, le sembravano ormai come vecchi amici, familiari e intimi. E la pace di tutto quell'insieme, sentita in modo cos rapido e profondo, la fece fantasticare se nella casa bianca sul mare lei e Clive avrebbero trovato una tranquillit maggiore.
Mentre si allontanavano nell'omnibus, Viviana si spenzol per guardare ancora una volta il fumo che alzandosi dalla Grande Cascata si dileguava fra gli olivi. Poi, dove la strada faceva gomito, ella si volse per dare una guardata alle grige montagne che sbarravano la via al mare; disse pure addio alla solitaria masseria bianca, che nell'ora del tramonto le era apparsa come una celeste magione; ricordava ci che aveva detto a Clive nella sera dorata: dovevano portar con s la loro luce dentro la casa bianca sul mare.
Il land s'inoltrava pesantemente nella strada maestra piena di buche lungo il molo di Sidi-Barka verso il paese montuoso oltre i sobborghi della citt. Italiani, maltesi, arabi, negri, erano all'opra presso i magazzini di deposito. Centinaia di barili stavano ammassati di fianco alle acque oleose e scialbe del porto, dove alcuni miseri bastimenti che pareva avessero sfidato chi sa quali tempeste nei pi remoti mari d'ogni parte del mondo, avevano gettato stancamente l'ncora. Quel porto non conteneva allegri yacht, nessuno svelto e maestoso piroscafo, non barchette da gite di piacere dipinti a vivaci colori; sotto il cielo grigio aveva l'aspetto di un luogo dedicato al commercio, alle necessit dell'uomo piuttosto che ai suoi svaghi. Di tanto in tanto risonavano martellate, si udivano tremendi colpi battuti sul ferro, come se uscissero da luoghi nascosti. La polvere, il disordine, la sciatteria erano dappertutto. Qua e l correvano o si raggruppavano dei bambini di cui sembrava che nessuno si curasse, la maggior parte dei quali parevano di una razza bastarda, nati chi sa da quali incrociature, e per lo pi sciatti e scalzi, con due occhioni inquisitori sgranati sulla carrozza che passava. A sinistra della strada, nella parte pi lontana dal mare, v'era una fila di misere baracche di legno con mescite e rivendite di commestibili per gli operai dei depositi, alle quali attendevano certe donne indescrivibili, abbronzate dal sole, grasse, coi capelli neri, arruffati in alcune, in altre troppo bene accomodati, occhi sfacciati e mani sudice con le dita piene di anelli falsi. Dinanzi a quelle baracche becchettavano una quantit di polli; nella veranda di una di esse, sotto una seggiola sfondata, se ne stava tranquilla un'oca. Cani, di cui sarebbe stato difficile dir la razza, fiutavano se nei rigagnoli vi fosse qualche rifiuto; qua e l saltellavano capre con le orecchie ciondolanti; chiusi in gabbia covate di uccelli mutavan le penne o trillavano tisicamente fra stente pianticelle in vaso. Il vento freddo della mattina faceva sventolare le tende sbrindellate e stinte. Lontano nel mare un piroscafo emetteva un rauco suono che sembrava uscire da una gigantesca gola minacciata di laringite.
A Viviana, che aveva viaggiato poco, poich era stata soltanto a Parigi, sulla Riviera e nella Svizzera prima d'imprendere quel viaggio affricano con Clive, sembrava che su Sidi-Barka incombesse un'atmosfera di squallore. Bench fosse una citt affaccendata di circa venticinquemila abitanti, le sembrava quasi incredibilmente fuori del mondo, una specie di luogo sperduto, abitato da una meschinissima popolazione raccogliticcia. Ella guardava le donne in camicetta nelle osterie, senza potersi raccapezzare da che paese derivassero, quale tradizione avessero. Quel labbro superiore ombreggiato da baffi incipienti veniva dalla Spagna, da Malta, dalla Sicilia, dalle meno conosciute isole del Mediterraneo? Ella pensava vagamente alla Corsica e alla Sardegna. Ma come s'erano lasciate andare quelle donne! Quale rapida degradazione accusavano in loro gli occhi animaleschi, l'opulenza delle scure carni cascanti, la salace allegria, il fare triviale e provocante! Era possibile che vi fossero uomini che amavano donne a quel modo? E i loro stessi figli potevano amarle? Forse v'era in esse una mescolanza di sangue europeo e affricano, forse molte fra loro erano meticce. E Viviana sent una forte repulsione dinanzi a quell'empia mescolanza di sangue, come ella la giudicava, bench non avesse provato repugnanza per Rab ben Mohamed e per i pochi arabi da lei veduti in Hammam Chedakra.
Il vetturino maltese faceva schioccar violentemente la frusta; con un rimbalzo la carrozza pass dalla via lastricata lungo i magazzini di deposito, a un pantano di melletta bruna e gialla mista di fango rossiccio. Le baracche delle vettovaglie si alzavano a sinistra della strada per un altro breve tratto, ma ora la carrozza aveva oltrepassato l'ultimo dei magazzini e correva in vicinanza di meschine, basse caserme dove lungo mare erano acquartierate truppe indigene. Uomini bruni seminavano la terra umida gi arata di un campo non recinto. Si ud il suono di un corno.
Ora il mare si presentava scoperto alla vista, e il vento, come si sentisse di non esser pi rattenuto dalle abitazioni degli uomini, si sfren in una raffica e irruppe verso la catena delle basse colline.
Qui sembra d'esser molto pi lontani dall'Inghilterra di quel che non si fosse in Hammam Chedakra, disse Viviana, sebbene si sia in una citt.
Perch  fuori del cammino battuto di solito dai forestieri, replic Clive.
E la guard ansiosamente.
Lo sapevo che non avreste potuto soffrir questa citt, e non posso darvi torto.  un posto che non ha nessuna caratteristica, popolato di un'accozzaglia di gente. E poi anche il tempo ci  stato contrario: ma vedrete quando saremo invece lass sul poggetto.
Accenn a un'elevazione di terreno a una certa distanza da loro.
Basterebbe che avessimo un raggio di sole per veder subito la differenza.
Luce, s: l'Affrica ne ha immenso bisogno.
Oh, ne avremo, ne avremo a saziet, non dubitate!
E anche la nostra luce, la luce che portiamo con noi, ella disse.
Le ruote della carrozza affondarono a sinistra in una pozzanghera; i cavalli, incitati dal cocchiere maltese, diedero una violenta stratta al collare, la carrozza torn a muoversi arrotando alcune pietre. La mota schizzava dappertutto; il cocchiere si rigir borbottando sotto i baffi enormi e osserv in una lingua che voleva esser francese:
Per le strade carrozzabili non ci pu viaggiare che il diavolo, dopo la guerra.
Dopo la guerra! esclam Viviana. Tutto quello che ora  guasto, dalla morale degli uomini e delle donne alle strade mal tenute,  attribuito alla guerra.
Eppure non se ne dicono nemmeno per met tutti i guai e nemmeno si accennano, irruppe Clive. Se il mondo sapesse quanto male nascosto, male che  gi passato o che in questo stesso momento pu venir fuori,  dovuto a quella grande orgia di abominazione, dovuto soltanto a essa, forse potrebbe esservi la probabilit di una lunga pace: se per altro il genere umano potr ormai pi sentirsi scosso da qualche cosa, riluttante a qualche cosa. Oh, Dio! Come odio la guerra!
Viviana rimase stupefatta dell'improvvisa e intensa violenza della sua voce, una violenza stranamente personale che sembrava erompere da profondit incandescenti. Era ben raro che Clive parlasse della guerra; non rammentava nemmeno mai nulla che lo riguardasse come soldato: Viviana fu dunque proprio sorpresa di quella sfuriata; ma prima che potesse dire una parola, egli soggiunse prontamente:
Ma non ci confondiamo, non guastiamo adesso la nostra pace come per lo pi sogliono fare uomini e donne: bisogna sempre che turbino la loro felicit. Guardate lass, Viviana: il cielo luccica sopra il mare. La pioggia quest'anno non vuol finire. Andiamo un po' pi lesti! soggiunse in francese alzando la voce perch il vetturino udisse. I cavalli non hanno ancora molta strada da fare; e noi ne avremo poi poca da fare a piedi: oh, quanta differenza troverete fra la citt e il luogo dove sorge la casa bianca! A momenti la vedrete; e gi m'immagino l'impressione che vi far. Ma aspettate ancora cinque minuti, se il sole si decidesse a venir fuori davvero, invece di fingere cos e di canzonarci.
Nella sua voce v'era come un'esasperazione.
Il sole verr, disse Viviana, ponendo la sua mano in quella di Clive, se non oggi, domani. Voi avete paura di vedermi delusa, no?
 un sacrificio cos tremendo per voi.
No davvero; siamo insieme e vedrete che qui troveremo la felicit.
Lasci la sua mano in quella di Clive e ambedue tacquero mentre i cavalli ascendevano la collina.
Via via che saliva, la strada serpeggiando andava a ricercare la linea del mare. Non si vedevano pi nemmeno le ultime baracche, non si scorgeva una casa. A sinistra della strada alcuni pini s'inerpicavano sino al crine di una collina. Pass un pescatore, scalzo, con le sopracciglia aggrottate sopra due occhi di gufo, con un panierone di paglia infilato nel bruno braccio velloso: scendeva in citt. Sul mare una flottiglia di sedici barche da pesca spiegava le vele; nel cielo al disopra di esse il vento aveva squarciato le nuvole e ora appariva una striscia di cielo turchino. In quella giornata il tempo era variabile, incerto, perplesso, ora scuro e minaccioso, ora soltanto pallido come se da un momento all'altro dovesse venir fuori il sole per conforto del mondo, se gli fosse concesso.
La collina si faceva pi ripida; la strada era sempre cattiva, i due svelti cavallini che tiravano il pesante land duravano una gran fatica ad avanzare in quella fanghiglia. A destra il ciglione scendeva a precipizio sino alla palafitta che costeggiava il mare, il quale vi si frangeva con grave e contenuto rumore sollevando una nebbiolina di bianca spuma. Fra il rumore del vento si distingueva appena lo strido dei gabbiani.
Clive stava ritto nella vettura, tenendosi con una mano al ferro al quale si appoggiava il cocchiere che sedeva a cassetta.
A momenti saremo in cima; poi la strada volta a secco e vedremo subito gli alberi del nostro giardino.
"Del nostro giardino!" Quelle parole risonarono stranamente all'orecchio di Viviana. Le riusciva appena possibile di credere che la carrozza dovesse condurli a una casa ch'ella dovesse imparare a considerare come sua. Si alz anche lei e rimase accanto a Clive guardando al disopra delle teste dei cavalli: avevano proprio da fare una bella pettata; poi la carrozza si trov in un punto della strada sotto la quale alcuni massi si protendevano sul mare; l essa svoltava ad angolo acuto e offriva allo sguardo un'ampia veduta, una veduta d'insenature, di spiagge, di case lontane sparse lungo il lido, di pinete, di colline, nonch un esteso promontorio in lontananza che si spingeva come a proteggere col suo faro nel punto pi avanzato quella parte della costa affricana. A sinistra un gran bastione di pietra giallo si alzava forse per una ventina di piedi, con un basso muro sovrastante e con un selvatico di alberi e cespugli che si arrampicavano: grandi pini dalla larga chioma, lecci, palme, aranci, limoni, mimose, acacie, alberi del pepe, bamb, allori silvestri, oleandri. Sul muro del bastione di pietra ricadevano i gerani in un folto intreccio verdeggiante sparso per ora di pochi fiori rosei e rossi. E il rumore del vento marino fra quelle masse di alberi, che si alzava molto al disopra della strada e si avventava sino al crine del colle, era profondo e sonoro, una romantica musica terrestre che faceva pensare all'eternit e a cose remote. Viviana rilevava in quel suono persino poesia mentre la carrozza si avanzava sotto gli ampi ombrelli dei pini. Ella doveva imparare a conoscer bene quel suono che darebbe ormai come l'intonazione alla sua vita; ma per il momento ella lo dimentic, perch una casa bianca faceva ora capolino fra il verde; era in alto, candida, con piccole cupole rotonde, con terrazze, con balconcini a colonne, con finestre arcuate, e si affacciava tra il folto delle fronde.
Eccola! disse Clive.
Egli aveva il volto acceso mentre si voltava verso Viviana, e gli occhi lustri e trepidanti.
La casa bianca sul mare! ella disse, Come mi pare strano che abbiamo potuto finalmente venirvi.
Lasci andare il ferro a cui si teneva e si butt a sedere sul guanciale. Il cocchiere raffren prudentemente i cavalli sull'orlo del balzo; e Viviana vide un alto cancello di ferro fra due stipiti di pietra il quale precludeva agli estranei l'accesso e la vista.
Ora scendo e vado ad aprirlo.
Un momento dopo Clive balzava di carrozza e apriva il cancello: poi rimase fermo, tenendolo spalancato, mentre il vetturino voltava; la frusta schiocc con acuto sibilo; i cavalli si spinsero innanzi. Viviana grid in francese:
Aspettate il signore.
Ma l'uomo a cassetta non la ud: i cavalli presero un trotterello slegato ed ella fu portata sola, lungo un vialetto piuttosto ripido, fiancheggiato di alberi, alla bianca casa sul mare.
Viviana cominciava a provar la strana sensazione di esser fuori del mondo. Ella si ricordava che qualcuno, non avrebbe per altro potuto dir chi, le aveva detto una volta: "Ora noi viviamo proprio fuori del mondo". Tante volte aveva anche veduto stampato quella frase, ma non s'era mai fermata su di essa. Ora la capiva bene, le pareva fatta a posta per chi abitava nella casa sul mare. E la singolarit, il pieno significato di un'esistenza addirittura scevra dei tanti fastidi, degl'innumerevoli eventi quotidiani che sino allora avevano per Viviana costituito nel loro insieme "la vita" s'insinu a poco a poco in lei; le sembrava che sino allora non avesse mai avuto tempo per addentrarsi nei propri pensieri, per osservar con acutezza le cose, per riflettere, valutare, meditare, fantasticare.
Era quella una vita relativamente silenziosa, priva di molte voci, di molti volti, dell'attivit, del frastuono, del chiasso e degl'incalzanti desiderii degli uomini, dove la sua attenzione non aveva bisogno di esser continuamente sveglia; una vita che non richiedeva, come l'altra, tanto del suo tempo e della sua energia, senza riuscir per altro stenta e meschina; era, all'opposto, una vita misteriosamente ricolma, ma Viviana la sentiva purificata e, per questo, piena di una quasi paurosa chiarezza: v'era in essa qualche cosa di rude, come se ci che ammantava la vita fosse sparito e soltanto il suo nudo corpo cominciasse a mostrarsi a lei.
Gi la casa in cui ella vivrebbe con Clive, il giardino che la circondava, la veduta dal giardino, le sembravano familiari come null'altro le era parso prima. La sistemazione della sua esistenza presente era divenuta una cosa sola con la sua stessa vita, vi s'era incorporata e fusa: tuttavia nella familiarit, nella fusione v'era qualche cosa di estraneo. Clive le aveva detto una volta che passando rapidamente presso la casa bianca che dal suo poco immaginoso proprietario era stata chiamata "Villa del Sole" egli aveva sentito questa familiarit. Forse, per effetto della suggestione di lui, anche lei sentiva la casa e il giardino in cui entrava: sembrava che essi fossero stati in attesa di lei, che avessero saputo ch'essa doveva venir l e appartenere a loro.
La casa era fantastica; non gi una vecchia casa araba, ma moderna: pure aveva in s un fascino orientale, poich l'architetto aveva saputo prendere qualche cosa dell'occulto accorgimento di quei costruttori orientali che sapevano come foggiare bei nascondigli per chi cercava segregarsi dal mondo. V'era qualche cosa di ambiguo nella piuttosto complicata costruzione che si affacciava o si nascondeva fra gli alberi. Cupolette rotonde, di una bianchezza smagliante, erano separate fra loro da piccoli ballatoi. Si entrava per una stretta porta arcuata dal giardino, si saliva un cordonato di marmo, si entrava in una piccola sala con le finestre praticate piuttosto in basso delle mura massicce, ed ecco che fioriva un altro giardino quasi all'altezza delle finestre. Poich la casa era fabbricata su differenti piani, cosicch alcune stanze che erano all'ultimo piano si ritrovavano pure al pianterreno mentre altre stanze a cui si scendeva davano su balconi a colonne, o su terrazzini di marmi rossi sollevati dal suolo, e a cui giungevano, attraverso il folto delle piante, sprazzi di sole. Dappertutto delicatissime e complicate decorazioni di stucco rompevano la monotonia delle mura interne, nivee e color crema; e gli spiccati colori delle mattonelle moresche, azzurre, verdi smeraldo, arancione, gialle, porporine e rosee ravvivavano gli ombrosi recessi che parevano costruiti per sognare. Le stanze sotto le cupole erano a volta, e nelle volte erano praticate finestrine strettissime e allungate, quasi feritoie, i cui vetri sotto i raggi del sole scintillavano come gioielli. Anche le altre stanze erano sfogate, concessione questa alla moderna igiene, e bench la maggior parte delle porte e le brevi scale fossero strette, e le finestre per lo pi anguste, la casa era deliziosamente fresca, quasi sempre piena d'aria e del soffio del mare.
V'era anche una scala esterna; e quella conduceva immediatamente da un ombroso spiazzato del giardino, a sinistra del ripido vialetto carrozzabile, ma molto al disotto di esso, a una specie di padiglione in cui v'erano altre due stanze da letto, una delle quali ampia, che dava sul mare e quasi sporgeva su di esso, l'altra pi piccola con finestre nella pi recondita parte del giardino. Un piccolo ingresso o minuscolo vestibolo le separava, ed esse erano staccate da tutto il resto della casa, non potendo accedervisi che dalla scala e da una piccola terrazza quadrata col parapetto basso, bianco, la quale si alzava al disopra del vialetto carrozzabile dominandolo; dalla terrazza si poteva scorgere anche la campagna oltre e sotto la villa, verso il promontorio su cui si alzava il faro. Una finestra della pi ampia delle due camere dava su quella terrazza, mentre altre due finestre in fondo alla stanza stessa si aprivano sul mare. Viviana e Clive avevano preso possesso di quel quartierino per dormirvi: ambedue amavano quel ritiro e il suo silenzio, mentre nel resto della casa talvolta si udivano le voci e i passi della servit. Ed essi godevano di salirvi dalla scala esterna esposta al vento marino. La stagione delle piogge era finita, il caldo della primavera affricana si sentiva ogni giorno pi nell'aria: ormai avevano poco da temere degli elementi, salvo, forse, qualche improvviso acquazzone, o una passeggera burraschetta. Se poi, come non era probabile, avessero avuto a lungo cattivo tempo, potevano benissimo trasferirsi nella parte interna della casa, e, come diceva Clive, arrampicarsi sotto le cupole e annidarvisi sinch non fosse ritornato il tempo buono.
L'arredo della casa non aveva niente di particolare: l'ingegnere che aveva costruito il porto di Sidi-Barka non doveva avere grandi esigenze n molto gusto; ma aveva cercato di renderla comoda. I letti, per esempio, erano ottimi; non vi mancavano poi soffici divani pieni di cuscini, ricoperti di stoffe del paese. Sui pavimenti dalle variopinte mattonelle erano pedane orientali, non costose ma di bell'effetto, e di quei tappeti che gli Arabi stendono per la preghiera. Qua e l si vedeva qualche oggetto di porcellana a vivaci colori. Nulla v'era naturalmente del lusso inglese nella bianca villetta, ma nemmeno niente di frivolo e trito. Nell'insieme la casa era piuttosto nuda, ma senza note stridenti di cattivo gusto, e il servizio poteva esservi facilmente disimpegnato da tre domestici, una cuoca franco-algerina di Costantina, una cameriera italiana che aveva gi servito a Tunisi, ma la cui famiglia viveva ora in Sidi-Barka, e un cameriere cabilo che disse di chiamarsi Bakir ben Yahia.
Per Viviana quella casa era una perpetua delizia, una specie di libro magico pieno di sorprese. Bench vi fosse come un'ombra di mistero, non v'era affatto malinconia. La sua lucente bianchezza rallegrava la vista; quel modo artificioso con cui era costruita su vari piani riusciva attraente, perfino divertente. I suoi vaghi particolari, la leggiadria di ogni sua minuzia la rendevano addirittura dissimile a ogni altra dimora a cui era stata avvezza Viviana; e, in ogni modo, per lei, a cui l'Affrica era nuova, quella bianca villetta aveva qualche cosa di poetico. Quando ella se ne stava su uno dei ballatoi che separavano le cupolette, di cui vedeva a destra e a sinistra la rotonda bianchezza che faceva pensare a un opulento seno femminile, o presentavano al suo lato una rotondeggiante barriera, spesso ella sentiva un fremito di emozione come se ci che era tanto lontano le si fosse avvicinato, cercasse di avvolgerla nella sua singolarit, plasmar lei stessa in una donna ben diversa dalla vivace ragazza inglese che ella era stata. Quando da un angolo lontano del giardino ella vedeva affacciarsi fra gli alberi la bianchezza della casa, uno dei balconcini a colonnette far capolino di tra le fronde slargate di una buganvillea, o scorgeva un muretto, sormontato da una terrazzina, nel quale si apriva una finestruola quadrata, oppure le si presentava allo sguardo una parte della facciata coi suoi scuretti di un celeste pallido, spalancati, ella si sentiva eccitata da una commozione al tempo stesso vaga e vitale, che nessun altro edifizio le aveva mai fatto provare. Ella era giunta a pensare alla casa come a una complicata persona: circospetta, allegra, pura, dotata insieme di spirito e di mistero, che si nascondesse e ridesse nell'ombra e nel sole. E il rumore del mare era una voce nella casa, sembrava talvolta a Viviana come la voce stessa della casa, ora mormorante, ora ronzante, ora lieta, ora sonnacchiosa, ora profonda di sogno o di desiderio, ora mistica con una contenuta intensit, ampia e delicata, ma pur piena di suoni di eternit, che invocavano, che richiamavano, che accennavano alla vanit della vita umana nel mondo.
Nel pensiero di Viviana la casa era affricana, il giardino mediterraneo.
Quando era stata sulla Riviera per giocare a tennis nei giorni andati che parevano ormai tanto lontani, ella aveva visto molti giardini sul mare: il giardino della "Villa del Sole" li rammentava appunto a lei con un incanto ancor maggiore che gli veniva dall'altra parte del mare. E quella combinazione del sud e del nord, del mezzogiorno della Francia e del settentrione dell'Affrica accoppiati armoniosamente formavano il giardino mediterraneo. I molti pini che vi erano, alcuni dei quali giganteschi con possenti chiome, ricordavano la Riviera; e v'erano gli olivi, gli aranci, i limoni e le palme che tutti potevano trovarsi sulle rive della Francia: i cipressi, i lecci erano forse italo-mediterranei; le mimose, gli oleandri, i lauri selvatici, le acacie non erano dicerto esclusivamente affricani; ma bench Viviana avesse, com'era naturale, veduto nei giardini della Riviera molte palme, le palme nel dominio della "Villa del Sole" le sembravano pi belle, pi definite e assai pi al loro posto, pi a casa loro che quelle nel giardino di lord Dartree a Cannes, o nei possessi degli altri suoi conoscenti a Cannes, Nizza, Mentone e Montecarlo.
"Le palme appartengono a questa terra," ella spesso pensava girellando per quel giardino affricano. "Sulla Riviera sembrano alberi di lusso che non debbano appartenere che alla gente ricca: qui sono a noi naturali compagne."
E con esse Viviana poneva quella specie di acacie l dette lebbek, gli alberi del pepe, e gli enormi bamb: ma le palme rimanevano le sue favorite: le piaceva di guardare attraverso le palme le cupolette; le piaceva di sedere sotto le loro folte corone e ascoltare il fruscio dei loro ventagli; le piaceva di udire lo scricchiolio delle tre o quattro palme da noci di cocco, alte, nude col tronco color lavagna, mentre contrastavano alla violenza del vento marino, piegandosi ora da una parte ora dall'altra con una maravigliosa flessuosit che sapeva come concedere e come resistere. Vicinissimo alla casa v'era un lungo viale di palme che partiva da uno spiazzato circolare con poltrone da giardino, dove Viviana e Clive andavano spesso a bere il caff, o nel pomeriggio, all'ora consacrata in Inghilterra al t, a prenderlo nella freschezza primaverile, attorniati da fresche paniere di giacinti, asfodeli, tulipani e masse di grosse mammole purpuree. Le palme che fiancheggiavano quel viale sparso di sabbia lucente, color miele, avevano il tronco grossissimo e cos squamoso che a Viviana ricordava le pine; esse stendevano per tutta la lunghezza del viale una volta di magnifici ventagli attraverso i quali dardeggiava il sole, lasciando per altro varie chiazze d'ombra. Viviana chiamava quel viale: "La Piccola Affrica" o talvolta "La Passeggiata Affricana" mentre aveva messo nome "Piccola Inghilterra" al giardinetto dietro a esso, perch i suoi fiori le ricordavano i giardini del Surrey e i giorni d'aprile passati a casa. Spesso ella andava a fare una giratina o a sedere nella "Piccola Affrica"; e con gli occhi socchiusi, o talvolta chiusi, ascoltava la voce speciale che il vento dava alle foglie delle palme. V'erano nel giardino molte voci e a poco a poco ella giunse a conoscerle tutte: la voce dei pini, pi misteriosa e pi bella di tutte, la voce delle canne dei bamb piumati, la voce frusciante delle palme dal tronco squamoso che tenevano eretta la testa piccola e altera, sorpassando in altezza la maggior parte degli altri alberi; le voci talvolta sussurranti, quasi ammortite, dei lecci e delle acacie, il lieve sussurro della mimosa.
Il giardino, piuttosto ampio, era stato vagamente disegnato, con terrazze di diversa lunghezza, larghezza e forma. Soltanto una di esse era pienamente esposta al sole: la lunghissima e stretta terrazza che moveva dal muro basso in fondo al giardino al disopra del grande bastione di pietra che Viviana aveva subito notato dalla strada. Alla fine di quella terrazza, dalla parte pi lontana della casa, v'era una stanza solitaria fabbricata contro un muro di roccia. Addirittura nascosta dalla casa e parecchio distante da essa, quella stanza non aveva accesso che dalla terrazza. Come mai fosse stata costruita l, a che cosa di speciale potesse veramente servire, Clive e Viviana non avevano mai indovinato. Era abbastanza vasta per poter servire da studio, ma non riceveva luce che dalla finestra sul mare, troppo piccola. Le sue pareti erano semplicemente imbiancate, il soffitto basso; v'era un uscio assai grande dal quale poteva entrar molta luce, se fosse spalancato. In quella stanza v'era una larga scrivania, uno sgabello girevole, un armadino con molte cassette e un soffice divano. Poteva darsi che l'ingegnere fosse solito di ritirarsi in quella stanza solitaria per studiare o disegnar le sue piante durante la costruzione del porto. In terra erano stese varie pedane: dal soffitto pendeva sulla scrivania una lampada elettrica.
Clive e Viviana chiamavano quella terrazza pi bassa "la terrazza sul mare" e spesso vi passeggiavano nell'ora del tramonto. Guardando al disopra del muro avevano una veduta maravigliosa. L'insieme del paesaggio verso il promontorio al di l dalla casa era loro celato dal gomito che faceva la strada presso il cancello dal quale si accedeva in carrozza alla villa; ma essi potevano vedere, attraverso il braccio del mare che finiva nel porto di Sidi-Barka, una lunga linea di colline e di monti alle cui falde si stendevano sabbie gialle bagnate dalle onde del mare. Balza su balza quei monti lontani, non di un'altezza minacciosa, non arcigni, parevano quasi galleggiare nella lontananza del mare; spesso avevano l'aspetto di un maraviglioso paesaggio dipinto su cui fosse stato passato delicatamente, fra l'azzurro del mare e del cielo, un pennello, prima tuffato in cupi colori. Pure le sabbie gialle che al loro pi ne seguivano le sinuosit per miglia e miglia potevano chiaramente discernersi dal giardino della "Villa del Sole". Verso il tramonto quei monti si profilavano nel cielo come se fossero spolverizzati di un maraviglioso color prugna. All'alba, per il solito, apparivano pi pallidi, pi azzurrognoli, ma erano sempre di una squisita bellezza. Dal netto frastagliamento delle loro linee risultava un'impressione di calma soave, ineffabile. Quando Viviana stava guardandoli attraverso il mare, spesso, senza volere, ella tratteneva il respiro; e anch'essi, come la casa bianca in gran parte ascosa, come il giardino con le sue terrazze sul fianco della collina, sembravano allora mescolarsi con la sua vita, divenir quasi un'unica cosa con lei.
Ella si teneva lontana da Sidi-Barka; vi pensava anzi di rado e quasi non si accorgeva di averla tanto vicino con la sua popolazione raccogliticcia, le sue caserme, i suoi magazzini di deposito, le sue baracche scolorite e il brusio del suo miserando commercio. Dal giardino ella vedeva i piroscafi che si avanzavano, i bastimenti a vela che rientravano in porto dopo i viaggi nel Mediterraneo; quasi ogni giorno ella scorgeva le flottiglie di barche da pesca staccarsene o riapprodarvi dopo il lavoro giornaliero, prima che scendesse la notte. Ella vedeva ammiccare sul molo l'occhio del faro che vigilava l'entrata del porto; ma nondimeno vi era una curiosa atmosfera d'isolamento: niente di selvaggio, ma proprio d'isolamento, intorno al piccolo dominio della "Villa del Sole" di cui Viviana si sentiva penetrata e che le permetteva di dimenticare o d'ignorare le cose a lei avverse.
Le sembrava quello un bianco romitorio del mare, lontano da ogni traccia battuta, celato agli occhi degli uomini e chiuso alle loro voci e a ogni notizia di ci che di crudele potesse avere l'umanit, pieno di odori marini e di rumori marini, intimo eppure incessantemente romantico, solitario, mediterraneo. Lungo la strada che serpeggiava sul lido passavano pochi veicoli: di quando in quando un carro che andava lentamente, con un abbronzato maltese, siciliano o arabo mezzo addormentato dietro i muli; di quando in quando una carrozza che portava a spasso qualche famiglia borghese di Sidi-Barka; molto raramente si alzava il rombo di un'automobile che affrontava l'erta: di solito intorno alla casa bianca non si udivano che le voci degli uccelli (il giardino n'era pieno), le voci del mare e le voci degli alberi fra cui scherzavano i venti.
Se la pace esteriore pu far nascere la pace interna, se le bellezze naturali possono portar la gioia nei cuori umani, se l'immensa lontananza dei luoghi, collegati nella memoria umana col dolore, pu condurre al riposo, o fare addirittura perire il dolore che la memoria, allorch  in attivit, tien vivo, allora, bench Clive e Viviana non fossero andati sino alla fratta presso il torrente, sotto i burroni rossastri che sovrastano la pianura delle gazzelle, dicerto erano finalmente giunti nell'"asilo della felicit".
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CAPITOLO 6.
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Circa una quindicina di giorni dopo che Viviana e Clive s'erano stabiliti nella "Villa del Sole", in un pomeriggio, un uomo di bassa statura e mingherlino, coi capelli e gli occhi scuri, il viso grinzoso e la pelle gialla, saliva per la strada presso il mare venendo dalla parte delle case sparse che si trovavano lungo le sabbie fra la villa e il promontorio. Egli apr l'alto cancello e cammin sino alla porta d'ingresso della casa bianca che aveva il campanello elettrico. Son: Bakir ben Yahia rispose alla chiamata e si sent domandare vivacemente in lingua francese, parlata con forte accento inglese, se fosse possibile vedere il signor Claudio Ormeley. Nel tempo stesso egli dava al domestico un biglietto di visita, nel quale era stampato "Federico Beake, Console di Sua Maest Britannica" e il suo indirizzo in Sidi-Barka. Bakir prese il biglietto col suo solito fare sonnolento e gentile, ed entr in casa, lasciando il rappresentante di re Giorgio in piedi sulla soglia di marmo grigio.
Per l'appunto Clive era uscito a passeggiare, ma Viviana si trovava in giardino a leggere, e fu presto scovata da Bakir che le present solennemente il biglietto dicendole in francese con voce lenta e impastoiata:
Il signor console inglese per la signora.
Appena Viviana ud quelle parole e diede un'occhiata al biglietto, sussult e si sent a disagio come chi sappia a un tratto scoperta una menzogna per la quale si nasconde. Ella guardava con occhi sbarrati il biglietto, incerta su quel che doveva fare. Sino a quel momento non aveva saputo che in Sidi-Barka vi fosse un rappresentante ufficiale dell'Inghilterra; nel venirne a conoscenza ella era rimasta spiacevolmente sorpresa e subito nella sua mente cominciarono a mulinare mille pensieri sul falso nome preso da Clive e da lei: che la visita di quel signore avesse qualche cosa che fare con quello? Poteva darsi ch'egli avesse scoperto chi erano veramente?
Avete detto a quel signore ch'io ero in casa?
S, signora; gli ho detto che eravate in giardino.
Viviana si alz da sedere e and verso la villa.
Fate passare quel signore in sala, Bakir, ella disse.
Entr in casa dalla terrazza pi bassa e aspett un momento nella stanza che faceva da salottino. L Clive e lei avevano disposto alcuni dei loro libri e sulla scrivania stava la grande fotografia di Clive che gi Viviana soleva tenere sulla sua scrivania in Pont Street, la fotografia dell'uomo conturbatore.
Il signor console inglese! annunzi solennemente Bakir; e Viviana si vide dinanzi l'ometto con la pelle gialla.
Egli la guard, almeno cos le parve, attentamente coi suoi occhi scuri, mentre ella gli porgeva la mano.
Spero di non disturbarvi, disse il visitatore. Io sono il console inglese in questa citt, e avendo saputo che la villa era stata affittata a inglesi, mi sono sentito in dovere, che  anche un piacere per me, di farvi visita, nonostante che qua non costumi cos....
Grazie tante: accomodatevi, vi prego.
Grazie.  ben raro che qualche inglese venga a stabilirsi qui:  un posto piuttosto fuor di mano. E, per dirvi la verit, sebbene io sia qui da oltre sette anni, io....
La frase rest in tronco e soltanto quando Viviana gli ebbe domandato due volte: "E voi?..." egli prosegu ma in modo piuttosto incerto e imbarazzato:
Io non ho mai veduto inglesi venire a star qua che per affari, che per negoziare, per esempio, in vino o in tabacco. E voi vi tratterrete un pezzo? La guardava di straforo ma come se la scrutasse, cos almeno parve a lei.
Abbiamo preso questa casa sino alla fine di giugno. Noi.... mio marito.... ha dovuto affaticarsi ultimamente parecchio e ha bisogno di completo riposo: speriamo di trovarlo qui.
Oh, senza dubbio! Qua non vien mai nessuno:  un vero esilio, ve lo dico io. Da quando mi mor la moglie tre anni fa, ho chiesto di esser traslocato, ma sinora non vi sono riuscito.
Abitate in citt?
S; in un quartiere ammobiliato; ma oggi sono andato a fare un tuffo a Ain-Tuta: io vado matto per i bagni; tante volte mi reco l anche d'inverno. Ma....
Guard di nuovo di straforo ma con occhio scrutatore Viviana, e non prosegu:
Ma? ella fece, questa volta con insistenza.
Andava sempre accrescendosi in lei il presentimento che il console fosse venuto alla villa con qualche scopo e voleva accertarsi subito di che si trattasse, bench si aspettasse qualche cosa di spiacevole.
Ma? Che cosa volevate dire? ella domand, poich l'ometto taceva ancora.
Ebbene, scusatemi.... Giocate voi a tennis?
A tennis? Che cosa v'induce a crederlo, sebbene oggid sia cosa tanto comune?
Dovete sapere che io mi trovavo in Inghilterra in permesso per l'appunto quando ebbe luogo il torneo di Wimbledon, non l'anno scorso, ma quello innanzi. Io sono appassionatissimo per il tennis, sebbene mediocre giocatore: non ho mai avuto la pretesa di giungere a essere un campione. E.... e io, perdonatemi.... Ma non ve l'ha detto mai nessuno che somigliate in modo prodigioso a miss Viviana Denys che vinse l'ultimo campionato dei Doppi misti con Gordon, lo scorso ottobre, al King's Club, e che spos....
Sono io.... o piuttosto ero io Viviana Denys, disse Viviana.
Il signor Beake sobbalz e parve stupefatto: la carnagione gialla gli si color lentamente, quasi con difficolt, di rosso; poi egli port una delle esili mani gialle ai baffetti ispidi e disse:
Ma.... ma.... ero stato informato che vi chiamate signora Ormeley, moglie del signor Claudio Ormeley. So che questa casa fu presa in nome di un Ormeley. Come console inglese, io....
A un tratto i suoi occhi, che giravano con inquietudine per il salottino, si fermarono sulla grande fotografia di Clive, che era poco distante dal posto in cui egli era seduto. Egli si protese, e rimase come allibito.
Quello  mio marito, disse Viviana.
Ho visto altre fotografie di lui nei giornali; ma....
E si chiama Clive Baratrie.
Lo sapevo che voi, cio miss Denys, aveva sposato Clive Baratrie.
Credo che non vi sia ormai inglese vivente che non lo sappia, disse con calma Viviana. Il nostro nome  notorio per un insieme di circostanze; ed ecco perch abbiamo pensato di prendere, per un po' di tempo, un altro nome, il nome di Ormeley, ecco perch vivremo qua per qualche mese. Mio marito  passato per una prova tremenda, signor Beake: se non fosse stato di animo forte poteva accadere una catastrofe, perch vi  un limite alla sopportazione umana. Che cosa ci serber il futuro non lo so: ma spero che lascerete in pace il presente: non  vero, signor Beake?
Il signor Beake pareva molto eccitato, molto combattuto. Ora si tormentava con tutt'e due le mani i baffi e si dimenava sulla seggiola come un ragazzo impaziente.
Credete pure, signora Baratrie, che io non ho la pi lieve intenzione.... Sono in regola i vostri passaporti?
Naturalmente i passaporti furono fatti col nostro vero nome, col nome di Baratrie, disse Viviana, cercando di render meno rigida la propria voce, per parlar con semplicit e naturalezza.
Va bene! Va bene!
Ora egli ricominciava a guardarla nel modo tra furtivo e tenace ch'ella aveva gi notato.
 una cosa veramente straordinaria, egli cominci.
Poi s'interruppe.
Che cosa c' di straordinario, scusate?
 una cosa proprio straordinaria, ma io sono un lontanissimo parente della signora Sabine, buon'anima.
Viviana si sent impietrire sulla seggiola.
Davvero? ella disse.
S; la signora Sabine era cugina di mia madre; una delle sue tre cugine da parte di padre. Ma io non l'avevo mai veduta.
Si ferm: Viviana non disse nulla.
Che cosa strana, eh? soggiunse, che in un luogo cos segregato....
Non credo che vi sia nulla di strano, interruppe Viviana, che era divenuta insolitamente pallida, e i cui fermi occhi erano adesso pieni di austerit. A me sembra che l'inaspettato capiti piuttosto spesso.
Gir rapidamente lo sguardo per il salottino, ascolt un istante l'intima voce del mare che vi penetrava. Era una cosa assurda, lo sapeva, ma le pareva che la signora Sabine li avesse seguiti in Affrica, che quell'ometto giallo, coi baffi ispidi e quegli occhi scuri pieni di eccitazione, fosse un anello di congiunzione tra coloro che avevano cercato di fuggire e quell'individualit misteriosa nascosta, ma potente, che li seguiva. E pareva a Viviana di vedere una sottile ma salda cordicella gettata fra la defunta, che viveva orribilmente nella vita di lei, e lei stessa, per legarle indissolubilmente l'una all'altra.
Signor Beake, ella disse, voi sapete il dettato su chi si abbandona alla merc di qualcuno; io non voglio far questo: mio marito e io non abbiamo nulla di cui vergognarci, come saprete se avete tenuto dietro a ci che  stato reso pubblico nei giornali.  stata....  stata tutta una persecuzione di un innocente. Ma ora ho piacere che sappiate come stanno le cose: non gioverebbe a nulla parlarvi come a un estraneo, e io non mi sento di farlo: voglio invece esser con voi schiettissima, per il bene di mio marito.
Le costava molto spingersi fuor della viva siepe del proprio riserbo: sentiva che le spine la sgraffiavano, che una fitta rete di ostacoli le faceva quasi un'impenetrabile barriera, cercava di opporsi con pertinacia al suo franco procedere; pure non si diede per vinta, si apr con tenacia una strada, aiutata dal fermo proponimento, che era divenuto la passione della sua vita, di spianar la via a Clive. Ed ella raccont all'ometto qualche cosa di ci che riguardava suo marito: gli disse che Clive aveva bisogno di riposo, di tranquillit, di libert, dopo tante ansie, dopo l'assillante, intollerabile curiosit della gente che non gli dava mai requie. Ed ella lo preg di unirsi a lei nel tener segreto a Clive ch'egli sapeva ormai chi fosse, e di tacergli anche il fatto della sua lontana parentela con la signora Sabine. E il console ud, comprese, o cos parve almeno, e le promise di fare ci che ella desiderava; poi se ne and, vibrante di eccitazione, e quasi innamorato di quella giovane signora, veramente prodigiosa, che s'era confidata con lui e con la quale egli era ormai impegnato in una trama, in una trama di silenzio e di segretezza. La solitaria e arida vita del console si sollev sino a sentirsi alata in quel giorno: portato a un tratto in faccia all'amaro romanzo della vita, ammesso a un tratto a prendervi per un momento parte da quella giovane eroina dei campi di tennis, una delle figure pi in vista in un grande scandalo, Federico Beake, console di Sua Maest Britannica, in Sidi-Barka, s'incammin verso il suo poco attraente quartierino in un tale stato di tensione mentale che fin con l'esserne stanco. Sidi-Barka sembrava a un tratto una brillantissima capitale, invece di una citt insignificante della costa affricana. Che cosa straordinaria! Ma davvero non si pu mai sapere che cosa ci aspetta nella vita, in quale corrente di strani avvenimenti un uomo pu esser sospinto. Se Caterina, la sua povera moglie, fosse stata viva, come si sarebbe sentita lei pure eccitata! Ma allora si ricord dell'impegno preso con la signora Baratrie; poich aveva preso proprio l'impegno del silenzio, e a Caterina non avrebbe potuto dir nulla; per cui era forse bene che.... Si butt all'indietro sulla poltrona e accese un sigaro algerino.
Da quel giorno Viviana ebbe un segreto per Clive; ci le dava per molta inquietudine: le sembrava quasi che le circostanze cospirassero tutte a spingerla in qualche sentiero dov'ella non avrebbe voluto porre il piede. Quando Clive fu di ritorno dalla passeggiata, ella gli disse che aveva avuto una visita, e chi era stato il visitatore e che sorta di ometto fosse; non altro: ma anche quelle poche notizie ch'ella gli diede sembr che irritassero e sconvolgessero addirittura Clive.
Un inglese qui! egli esclam. E un inglese che pretende di aver diritto di venire a farci visita! Ma dove si potr mai andare per sfuggire a questa perpetua intrusione nella nostra vita? E m'immagino che avr anche lasciato un biglietto per me.
S.
Dov'?
Eccolo, ella disse, porgendogli il biglietto.
Egli lo guard con occhi irritati.
Non si aspetter che io lo contraccambi; e perch dovrei farlo? A che servirebbe?
Un giorno o l'altro non si potrebbe fare insieme una scarrozzata e lasciare un biglietto al suo quartierino? Non ve lo troveremo certo, poich sar al Consolato.
Ma allora ritorner poi qui lui.
Viviana non disse nulla; poteva esser benissimo che ci accadesse: Clive teneva ancora in mano il biglietto e lo fissava come affascinato.
Questo stupido cartoncino mi fa parere tutt'altra cosa il nostro soggiorno qua: tutt'altra cosa!
Pos il cartoncino sulla scrivania accanto al proprio ritratto, poi alz gli occhi sulla fotografia e aggrott le ciglia.
Questo lo ha veduto? domand.
Dicerto, disse Viviana che si trovava quanto mai a disagio, a cui pareva di esser quasi colpevole. Ha girato gli occhi per tutta la stanza.
Vorrei sapere se.... Ma s'interruppe, cambi argomento, e quasi subito usc in giardino, solo.
Dopo quel caso imprevisto Clive cominci a far qualche visita alla stanza solitaria che v'era in fondo alla pi bassa delle terrazze del giardino; poi vi fece scender con s Bakir ben Yahia perch la spazzasse e spolverasse; volle cambiati di posto i mobili in modo che quando la porta era chiusa ci si vedesse alla scrivania; su cui dispose una cartella con carta sugante, una scatola con fogli da lettere e buste, oltre il calamaio e le penne; attacc al muro una piccola rastrelliera di pipe e fece assicurare al disopra del divano un palchetto pieno di libri.
Sarebbe un peccato non utilizzar quella stanza, aveva detto a Viviana come spiegazione. E poi mi piace tanto esser cos vicino al mare.
Mentre egli diceva quelle parole, Viviana gli aveva letto negli occhi una certa inquietudine, e s'era accorta di un lieve imbarazzo nelle sue maniere; ella capiva che era stata la visita del console a richiamar l'attenzione di Clive su quella stanza: egli vi aveva pensato, vi pensava ancora come a un nascondiglio. Evidentemente nella loro solitudine la morbosa passione per il completo isolamento andava accrescendosi in lui. Gi ella poteva appena credere ch'egli avesse avuto la forza, il coraggio di sopportare ci che aveva sopportato cos a lungo in Inghilterra; poich egli era proprio, a quanto pareva, un uomo sensibile al pi alto grado, anche pi sensibile di quel ch'ella non avesse supposto. Oppure poteva anche darsi che si operasse appunto allora in lui una grande reazione, pi grande di quel ch'ella non avesse preveduto: dopo avere affrontato spavaldamente per due anni il mondo avido e curioso, che teneva gli occhi di continuo sbarrati su lui, dopo di averne sentito i bisbigli, le critiche, dopo essere stato vittima di un'intensa e universale inquisizione nei tribunali, nei salotti, alla Borsa, nei teatri, per le vie, nei campi di tennis, in qualunque luogo insomma si radunasse o passasse la gente, poteva darsi benissimo che ora egli sentisse addirittura il bisogno di nascondersi come un animale che si raggomitola nella sua tana; ed ella pensava, non poteva a meno di pensare alla stanza sulla terrazza che dava sul mare, se non come a una tana.
Quella piega presa da Clive le era penosissima; talvolta ella non poteva quasi sopportare di vederlo a quel modo. Ora ella biasimava in cuor suo se stessa per essersi allontanata con lui dall'Inghilterra, si chiamava codarda nella sua tenerezza, rinnegata per avergli ceduto; ora fantasticava se con la vita che adesso conducevano ella non contribuisse a rovinar l'uomo da lei amato. Non andava egli sempre pi infiacchendosi, perdendo la sua virilit; non doveva ella combattere quella sua determinazione, che adesso sembrava accresciuta, di viversene nascosto? Ma poi si ricordava che erano venuti in Affrica sotto un falso nome, semplicemente perch egli potesse avere un po' di riposo dalla notoriet, un periodo di pace dopo la tortura cos a lungo sopportata. E riconosceva in se stessa, per ora, l'impossibilit di protestare contro un modo di vita che forse condurrebbe a un disastro, alla sommersione completa del potere di resistenza di Clive se, come sembrava inevitabile, egli dovesse ricaricarsi del suo fardello.
Poich Viviana sapeva che non avrebbero potuto viver per sempre nascosti; anche lei riguardava quel tempo passato in Affrica come una parentesi di riposo fra due periodi di energica e anche tragica lotta. Ella era forse troppo giovane, e certamente troppo coraggiosa per natura e troppo leale per considerar possibile la perpetua segregazione per lei e per Clive; nascondersi per sempre sarebbe fatale al carattere di ambedue; ed ella sapeva che v'era in lei qualche cosa d'invincibile, ch'ella non poteva seguitare ad andare avanti a quel modo, sia pur per amore. Oltre l'amore, nelle pi intime profondit di se stessa, vi era poi qualche cosa di morale che era suo, proprio suo, qualche cosa d'indomito che prima o poi avrebbe voluto andar per la sua via sfidando perfino l'amore; e quel qualche cosa non consentirebbe mai a una perpetua esclusione dovuta a qualche cosa non dissimile dalla paura.
Nella casa sul mare Viviana giunse bene a capirlo: era quella una delle molte cose che le si facevano proprio chiare in quel nuovo modo di vivere.
Ella non disse nulla per dissuader Clive dal far della stanza che dava sul mare il suo studio; anzi con qualche tocco ella la rese pi comoda e la emp di fiori del giardino, di rami fioriti e di mimosa, non volendo raffrenar la propria tenerezza. Se quello era veramente soltanto un periodo di calma e di relativa felicit fra due periodi di lotta e di difficolt, come ella credeva, anzi com'era sicura, Viviana anelava di renderlo quanto pi perfetto poteva; per cui ella nascose a Clive di essere a cognizione della sua paura, e finse di credere che il mare fosse la sola attrattiva che lo aveva spinto a quella stanza solitaria.
Circa una settimana dopo la visita del console, fecero venire una carrozza e si recarono in essa a Sidi-Barka, nelle ore in cui sogliono essere aperti gli uffici; e Clive sal lesto lesto le scale di un fabbricato nuovo a piccoli quartieri nella periferia della citt, presso un vasto spiazzato detto "Lo Stadio inglese di Sidi-Barka"; e son a una porta del terzo piano sulla quale vide il nome del signor Beake. Una donna di servizio ebrea, in pantofole e con un cappuccio nero a punta da cui si affacciava un fazzoletto scarlatto con la frangia, and ad aprire, e disse che il signor console era al suo ufficio. Clive lasci il biglietto.
Questa  fatta, grazie a Dio, disse, mentre risaliva in carrozza, E ora andiamocene: non posso soffrire questa citt. E nemmeno voi, no, Viviana?
Io non dico di non poterla soffrire, ma certo non ha proprio nessuna attrattiva fuorch la posizione. Amo le montagne l oltre il porto, e la campagna con le sue colline e le sue pinete  piuttosto bella: ma la citt.... no.
 un posto un po' fuor di mano; ed  questo il suo solo merito. Non vedo l'ora di esser ritornati al nostro giardino; spero che quell'omiciattolo giallo non si metter in testa di farci un'altra visita: secondo me si secca a morte in questo luogo e noi potremmo esser per lui uno svago se lo lasciassimo fare, ma io non potrei sopportarlo; avvertir Bakir: non siamo venuti qua per....
Rimase a mezzo: avevano oltrepassato i magazzini e una folata che veniva dal mare, che quel giorno era verde e spumeggiante, giungeva a loro col suo soffio salutare. Viviana vide Clive chiudere gli occhi; poi egli si tolse il cappello di feltro e il vento scompose i suoi capelli. Il suo viso era abbronzato dal sole, ma la parte superiore della fronte era bianca. Viviana guardava quella striscia bianca e le pareva di scorgervi un grande sgomento. Ora ch'egli aveva chiuso gli occhi, le si faceva pi palese con quale ardore egli anelasse alla calma; proprio allora egli cercava di abbandonarsi alla refrigerante e bella rudezza del vento marino, di attrarre nell'anima sua la natura; quegli occhi chiusi di lui la commovevano: Viviana provava ora per lui ci che aveva provato in Hammam Chedakra quando aveva contemplato Clive addormentato dinanzi al fuoco.
Egli apr gli occhi e incontr quelli di sua moglie; abbozz un sorriso e pose la destra in quella di lei.
Voi siete degna di tutto ci, disse concitatamente. Se non fosse stato per voi....
E a un tratto cominci a parlare con insolita loquacia della notte in cui ella s'era trovata per un certo tempo in pericolo di vita, e le disse in tutti i suoi particolari come egli avesse sofferto mentre aspettava, insieme alla madre di lei, di sapere se ella vivrebbe o morrebbe. Ne aveva parlato con Viviana altre volte, ma mai con tale schiettezza e veemenza quasi come un ragazzo innamorato spinto dall'impeto del suo amore.
Quella notte mi diede l'esatta misura di quel che eravate per me, Vi, egli disse terminando. Credevo di saperlo da un pezzo, credevo di averlo saputo quella famosa sera in cui vi dissi a Knightsbridge, che non potevo amarvi come per lo pi gli uomini sogliono amare, quando vi avvertii (s, fu un avvertimento, perch vi regolaste) che n il mio dare n il vostro ricevere avrebbero potuto aver l'andamento comune di questa sorta di cose. Vi dissi che v'era pericolo: ve ne avvertii: e ora voi lo avete provato.... almeno in parte. Voi avete sofferto immensamente per me, per causa mia.
Cess un momento di parlare; Viviana non ribatt ci che egli aveva detto.
E ciascuno di noi ha sofferto a cagione dell'altro, egli soggiunse.
Questa volta Viviana non pot tacere:
Riguardo al piccolo Clive? ella domand.
Che cosa? Ah, s! Riguardo al piccolo Clive, egli rispose.
Ne sentite mai la mancanza?
S, qualche volta. Povero mimmino! Mi par di vedere i suoi occhietti infossati che avevano per altro uno sguardo cos profondo. Ma, certo, io non ne sento la mancanza allo stesso grado di voi.
No.
Se fosse vissuto di pi, sento che il mio rimpianto sarebbe pi grande; ma ci fu tolto. Se fosse vissuto lui e foste morta voi! Ma no, non voglio dare albergo nella mia mente a un cos orribile pensiero: un pensiero pu essere una tremenda maledizione; bisogna imparare a governare anche i nostri pensieri, e credo che sia possibile: mi  stato detto che  possibile.
Da quel giorno Viviana sent di comprendere ancor pi chiaramente di prima quanto assegnamento facesse Clive su lei.
Nondimeno egli se ne allontanava spesso; quando fu pronta la stanza della terrazza che dava sul mare, talvolta egli andava a rintanarvisi e vi stava a lungo. Sulle prime Viviana si domand che cosa potesse far l dentro; ma un giorno giunse da Londra un grosso pacco di libri ordinato da lui, ella lo seppe dopo, sin da quando erano a Hammam Chedakra. Bakir trasport il pacco nella stanza solitaria, e un giorno Viviana trov lui e Clive che disponevano i volumi nello scaffaletto al disopra del divano.
Libri? ella disse.
S: ecco uno dei vantaggi del vivere fuori del mondo: un uomo ha tempo di fare qualche seria lettura.
Viviana si pose dinanzi allo scaffaletto e guard i volumi che v'erano schierati: ella non sapeva bene che libri vi avrebbe trovato, se di storia, biografie, viaggi, filosofia o poesia. Vide i Pensieri sulla religione di Pascal, Il Viaggio del Pellegrino di Bunyan, l'Etica di Spinoza, L'Infinita Misericordia di Masefield, L'Uomo Delinquente di Lombroso, in francese, Delitto e Castigo di Dostojevski. Tutti questi libri si allineavano nello stesso palchetto; di sotto v'erano parecchie opere moderne sul dominio della mente, sull'autoipnotismo, sulla psicoanalisi, e sui nuovi orizzonti del pensiero.
Un pacco piuttosto misto, no? disse Clive mentre ella guardava tacitamente i libri.
S.
Spinoza dice che la vera libert dipende dalla misura con cui l'uomo scuote da s il giogo delle sue passioni e s'identifica con Dio merc la contemplazione. Vorrei sapere se davvero si trover mai la vera libert.
Chi lo sa, disse Viviana.
La voce del mare entrava ora distintamente nella stanza. Viviana poteva udire a una a una le onde frangersi sugli scogli dove cominciava l'erto viottolo. Guardando dal vano della porta ella vedeva soltanto stendersi la lunga terrazza, il muro che la limitava, l'estremit della terrazza stessa di fronte alla camera di Clive: un ciuffo di pini, molti dei quali si protendevano verso il mare, occultava interamente alla sua vista la casa: poteva anche non esservi casa, ma soltanto quella stanza solitaria, il mare.
Ella torn a guardare i libri e i suoi occhi si posarono sul celebre trattato di Cesare Lombroso L'Uomo Delinquente. Era un grosso volume con la copertina bigia, molto pi massiccio di tutti gli altri: Viviana non ne aveva mai udito parlare, bench conoscesse il nome del Lombroso, sapesse che era uno scienziato italiano, dottore o professore, che adesso era morto, e che per molto tempo s'era dedicato allo studio e all'analisi dei delitti e dei delinquenti. Ora, mossa da un subitaneo impulso, ella stese la mano al grosso volume bigio.
 interessante? domand.
Ella ud un'onda frangersi sugli scogli.
Credo di s: non l'ho ancora studiato.
Viviana guard Clive, e quasi subito usc dalla stanza.
Religione, delitti, dominio di s. Dai suoi libri pu conoscersi un uomo? Ella sent di esser penetrata per un istante in una parte non ancora esplorata della mente di Clive.
Sino allora, da quando s'erano sposati, egli non aveva trovato molto tempo per leggere: la vita aveva divorato il suo tempo come le tignuole rodono un vestito; quel continuo combattere gli aveva teso i nervi sino a spezzarli: e come pu un uomo aver la quiete per studiare il pensiero degli scienziati, dei mistici, dei filosofi, quando tutto il suo essere  in tensione nello sforzo di raffrenarsi, di vincersi? Ma ora a Clive il tempo non mancava; ed egli aveva mandato a chiedere a Londra quei libri, scelti dopo un lavorio della sua mente, li aveva aspettati forse con ansia, e ora andava a rintanarsi in quella stanza lontana soltanto in loro compagnia.
"Quante mai cose di cui non abbiamo mai parlato! Quante mai cose che non ci diciamo scambievolmente!" pensava Viviana mentre s'inoltrava nelle ombre del giardino.
Aveva ancora negli orecchi la risonanza di quell'onda che era andata a frangersi negli scogli sotto la terrazza che dava sul mare, proprio nel momento in cui ella aveva allungato la mano per prendere L'Uomo Delinquente; ella sentiva di poter notare la differenza di quel suono dal lieve rumore fatto da ogni altra onda che andava a frangersi; Viviana non sapeva come ci fosse: aveva steso la mano, aveva guardato Clive, poi se n'era andata.
Ora, mentre camminava in salita fra gli alberi, ella giunse dinanzi a uno di essi che risaltava fra tutti i suoi compagni: era un pino enorme che si ergeva su una costa, e si piegava spiccatamente verso il mare, come se spinto da un persistente desiderio di darsi all'elemento dei venti dai quali lui e gli altri alberi traevano eterna musica. Intorno al suo tronco, forse alla met della sua altezza, era incastrato un largo cerchio di ferro; da quel cerchio partiva una tenace catena che lo univa a un secondo cerchio fissato intorno a un ramo dell'albero; e quel ramo sembrava protendersi dal tronco del pino come se con una stratta volesse staccarsene e non esser pi rattenuto dai due cerchi e dalla catena di ferro quanto mai tesa. Viviana chiamava quel ramo di pino "Lo Schiavo". Ora ella gli diede una guardata mentre saliva verso le pi alte terrazze del giardino; fermatasi poi nel viottolo lo contempl: e ci facendo ella pensava alla signora Sabine e a Clive, alla signora Sabine come il tronco di quella pianta, a Clive come il ramo; paragone bislacco, forse, ma che le era venuto di fare, e che persisteva nella sua mente.
"Ella non vorr mai lasciare andar Clive: egli non potr mai liberarsi da lei."
Braccialetti di ferro, una catena e l'imprigionamento: le sembrava di veder Clive accerchiato di ferro a capo di una catena che lo teneva prigioniero del suo passato; egli non era libero: qualche Potenza aveva decretato ch'egli non dovesse esser libero da quella vecchia autocrazia che aveva pressoch distrutto la sua vita; qualche Potenza aveva decretato i braccialetti di ferro e la catena.
Poi ella prosegu nella sua salita e si nascose in una parte alta del giardino, in un piccolo recesso fra oleandri e bamb presso un'aiuola di primole, il quale dominava il viale da lei chiamato "Piccola Affrica". Di l da esso, tra il folto degli alberi del giardino e molto distante da dove era seduta, ella vedeva il mare e in lontananza a destra l'intricato laberinto di placide colline e di monti con le sabbie gialle al loro piede: ma la strada carrozzabile, la terrazza sul mare e la stanza di cui Clive aveva fatto il suo studio erano nascoste al suo sguardo.
Quel giorno le si presentarono ancor pi alla mente le enormi distanze di mare e di terra frapposte tra lei e coloro ch'ella amava o che le erano cari amici in Inghilterra, il suo isolamento con Clive. Inoltre ella provava come un senso di solitudine: amava tanto Clive che l'isolamento con lui non le aveva mai fatto l'effetto di sentir la solitudine: talvolta ella aveva sentito la mancanza della sua famiglia, dei suoi amici, degli Herries, di Jim Gordon e di pochi altri; tal'altra aveva provato la bramosia di riprendere in mano una racchetta e muoversi in un campo di tennis con qualcuna delle sue allegre compagne: era adesso la prima volta che ella provava in Affrica la strana e quasi terribile sensazione di sentirsi sola.
Clive viveva in lei e per lei stranamente, forse anche anormalmente; ella lo sapeva senza provarne orgoglio: eppure andava via via scostandosi da lei. Ella non poteva avvincerlo a s per forza: s'era legato a lei di sua libera volont, ed ella sapeva ch'egli si aggrappava a lei come pochi uomini si aggrappano alla propria moglie. Ma quel giorno le sembrava a un tratto di capire ch'egli perseguiva qualche cosa ch'ella non poteva dargli, ch'egli sapeva di non potere avere da lei, che era persino ben lontana da lei, al di l di lei.
Ma che cos'era?
Viviana pens ai libri, a quei libri spediti da Londra, trasportati in quella stanza solitaria: v'erano fra essi, libri di religione, su tentativi religiosi; ma v'erano anche libri sulla delinquenza.... e sulla disciplina del pensiero.
Non poteva uscirle di mente l'espressione degli occhi di Clive quando ella gli aveva domandato del libro L'Uomo Delinquente stendendo la mano verso quel volume: era dicerto quello sguardo che l'aveva indotta a uscir subito dalla stanza solitaria. Come mai Clive...?
Ma ella volle distogliere in ogni modo il pensiero da quel ricordo; dopo non lieve sforzo la sua mente parve addirittura sgombra; ma a un tratto il suo pensiero vol in Knightsbridge alla strana madre di Clive.
Che cos'era veramente quella donna?
Ella scriveva di tanto in tanto lettere piuttosto brevi, vivaci, in cui brillava la sua intelligenza, ma impersonali, per lo pi stranamente prive d'intimit, pure, qua e l, con qualche espressione di una tenerezza quasi impetuosa per Viviana. In quelle lettere ella non accennava mai allo stato della propria salute, ma Viviana sospettava ch'ella fosse ancor pi deperita e che si trascinasse lentamente per una solitaria e rigida vecchiaia. Finito il suo breve periodo di spavalda esultanza ella s'era abbandonata di nuovo alla tremenda apatia, (apatia febbrile per quanto possa esservi in ci apparente contradizione) dalla quale era stata presa dopo il verdetto in cui era stata riconosciuta l'innocenza di Clive. Viviana vedeva dinanzi a s, in Affrica, le labbra di sua suocera atteggiate a un risolino, gli occhi molto discosti fra loro luccicanti di amaro sarcasmo dietro il quale stava di sicuro la sorgente delle lacrime. Quella donna amava moltissimo Clive: Viviana non poteva mai dimenticare in che stato ella fosse il giorno del verdetto, le pareva di vedere ancora le sue dita tremanti cercar d'infilar la chiave nella serratura della porta di casa a Knightsbridge, il suo dorso piegato nell'anticamera quando ella non osava salir le scale, di udire ancora salire a lei il rauco grido "Viviana!" grido quasi animalesco, imperioso nella sua pena.
Quanto aveva sofferto per suo figlio quella povera madre! Ma in quel suo soffrire v'era un mistero, un profondo mistero.
E Viviana vedeva tre donne collegate insieme nel soffrire per il loro amore per Clive: la signora Sabine, la signora Baratrie, e un'altra donna che era ancora quasi una fanciulla. Era destinato, a quanto pareva, che Clive dovesse far soffrire le donne che lo amavano.
Sottostanti a Viviana, i lucidi, innumerevoli ventagli della "Piccola Affrica" si agitavano perpetuamente al vento marino; dall'altura in cui si trovava ella abbass lo sguardo sulle palme; ma erano cos folte che non poteva vedere il viottolo sotto ad esse, non poteva vedere se per quel viottolo camminava qualcuno: ma naturalmente non v'era nessuno, nessun intruso nel loro romitorio.
Tuttavia nella solitudine in cui sentiva ora acutamente di trovarsi, Viviana cominci a provare come un'inquietudine; bench si sentisse, quel giorno specialmente, cos lontana da tutti coloro ch'erano in Inghilterra, v'era qualcuno da cui non si sentiva affatto separata.
La morte generalmente sembra metter fine alle cose della terra: e appunto l sta il suo terrore, nel suo tremendo potere di mettervi termine. Un sospiro, un chiudersi degli occhi, o uno sguardo atono sotto due palpebre ancora alzate, una contrazione del volto, ed ecco la fine di tante e tante cose; appassionate, dolci, crudeli, intime, care! Il mistero dell'oltretomba ha assillato angosciosamente innumerevoli persone che piangono i loro cari nonostante la loro armatura di fede, di speranza, di aspirazione, di preghiera, d'invocata rassegnazione ai divini voleri: ma la morte  veramente la fine di tutte quelle che sembrano, e sono chiamate, cose terrestri?
Insieme al gelo della sua solitudine, Viviana sentiva un altro gelo pi strano, pi repellente, il gelo di qualcuno vicino a lei.
Ella abbass lo sguardo sulla volta tremolante della "Piccola Affrica" e si alz di scatto. Scese sveltamente in basso prendendo per un viottolino serpeggiante e giunse all'imboccatura della lunga galleria di palme: l si ferm e vi spinse lo sguardo.
Ella non vide che la sabbia bruna e luccicante, qua percossa dal sole, l in ombra, il prospetto dei tronchi rugosi, l'insieme del giardino sottostante presso la casa: nessuno passeggiava, nessuno riposava in quel posto segregato: non v'erano orme di passi sulla sabbia, rastrellata di fresco dal giardiniere.
Viviana rimase per qualche momento ferma in quel punto, aguzzando la vista, tendendo l'orecchio; ma ella non ud che il vento fra le palme, gli uccelli che cinguettavano fra i bamb, gli aranci e i limoni; poi ritorn indietro. Bench avesse lasciato da poco Clive, si sentiva ora spinta verso di lui, e and verso la terrazza sul mare.
Mentre vi si avvicinava sotto un folto di buganvillee le parve di fare qualche cosa di subdolo; quella sensazione era addirittura estranea a lei cos schietta e sincera: ma per l'appunto in quel momento ella non era proprio ben conscia di quel che sentiva, non notava il suo fare furtivo, non si accorgeva di camminare con passo misurato, di avvicinarsi con tanta precauzione.
Ella giunse al principio della terrazza e scrse in fondo a essa, contro la roccia, la stanza solitaria. La porta era spalancata: Viviana voleva vedere; voleva vedere quel che faceva Clive: se leggeva, com'ella supponeva, voleva vedere che cosa stava leggendo.
Si avanz piano piano verso la stanza: dalla strada carrozzabile un piccolo pescatore vide il busto di lei che oltrepassava l'altezza del muro. Il ragazzo guardava l'"Inglesina" come la chiamavano i pescatori di quei pressi, napoletani. A un tratto egli vide che il busto non si avanzava pi, ma si fermava, col viso di profilo ancora volto verso la stanza; e al ragazzo parve che rimanesse a lungo immoto; poi il busto si rigir e sporse al disopra del muro: ora il ragazzo vedeva in pieno viso l'"Inglesina" che fissava il mare.
"Perch guarda cos?" egli mormor tra s.
Sembrava al ragazzo che in quella faccia rivolta verso il mare vi fosse una strana espressione.
Quando Viviana aveva spinto lo sguardo nella stanza, aveva veduto Clive seduto alla scrivania, col dorso piegato, la gota appoggiata sulla mano sinistra, tutto assorto nella lettura di un grosso volume con la copertina bigia. Era troppo lontana per poterne vedere il titolo: ma dal formato e dalla copertina ella cap che era L'Uomo Delinquente del Lombroso.
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CAPITOLO 7.
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Alla fine di marzo il freddo dovuto alla lunga stagione piovosa spar e nell'aria aleggi il tepore della primavera affricana; con l'aprile venne un caldo come di primavera inglese, e una mattina Clive parl di bagnarsi nel mare, e disse a Viviana che v'era sulla spiaggia una capanna per i bagnanti addetta alla "Villa del Sole"; ne aveva la chiave il giardiniere e la poneva a loro disposizione.
Vi piacerebbe di fare un tuffo? egli soggiunse.
Viviana era un'abile nuotatrice e stava volentieri nell'acqua; ma quando Clive parl di bagnarsi, le balen subito in mente l'ometto giallo; egli aveva detto ch'era appassionatissimo per il nuoto, che si bagnava di tutte le stagioni; anche il giorno che era andato a farle visita era stato a bagnarsi a Ain-Tuta: se scendevano al casotto, se si mettevano i costumi da bagno, poteva darsi benissimo che lo incontrassero, e se lo incontravano ella non avrebbe potuto a meno di presentargli Clive. Viviana temeva un incontro fra quei due uomini poich le pareva di esser quasi certa che, se s'incontravano, il signor Beake finirebbe col far trapelare che sapeva chi era Clive; e se magari il console stesse attento di non tradirsi, Clive lo indovinerebbe dicerto. La lunga consuetudine con la sventura aveva fatto sospettoso Clive, lo aveva reso quanto mai accorto e perspicace. Spesso Viviana pensava che la mente di lui s'era molto affinata. Non poteva egli, una volta o l'altra, scoprire ch'ella aveva una segreta intesa col console? Per un momento si pent di non avergli detto tutta la verit, e quasi quasi fu sul punto di dirgliela allora; ma ella sapeva che ci lo renderebbe inquieto o lo rattristerebbe grandemente, accrescerebbe dicerto l'irritabilit del suo spirito che la calma e l'isolamento della loro vita presente non erano ancor giunti a quietare del tutto; e perci risolvette di non fargli mai parola sull'argomento da lei discusso col signor Beake.
Tutto questo le era mulinato nella testa dopo la domanda di Clive; dopo di che ella alz gli occhi e rispose:
S, mi piacerebbe di nuotare un poco.
Allora vado a prender la chiave, disse lui.
Ma non and immediatamente: invece, rimasto fermo, si mise a guardar Viviana, poi soggiunse:
Ma proprio vi piacerebbe?
S: lo sapete come io nuoti volentieri.
Va bene: allora vado a prender la chiave.
E s'incammin all'abitazione del giardiniere; ma Viviana si accrse che il calore col quale egli le aveva offerto di fare il bagno non era pi in lui: sembrava che si fosse comunicata anche a Clive un po' dell'inquietudine di lei, bench egli dovesse dicerto ignorarne la cagione.
Il signor Beake non era mai ritornato alla villa, non aveva fatto alcun tentativo per conoscer Clive, bench dovesse esser pieno di curiosit su quel nuovo venuto nel suo distretto. Viviana apprezzava la delicatezza e il tatto del console; ma era sicura che se il caso lo avvicinasse a Clive gli riuscirebbe difficile di nascondere il desiderio di un po' di compagnia e la bramosia di conoscere un uomo di cui aveva parlato il mondo intero. Ella non aveva dimenticato come gli erano brillati stranamente gli occhi, quasi vi fosse passato un lampo di orgoglio, quando le aveva rivelato la sua lontana parentela con la signora Sabine: in quel momento egli doveva essersi sentito acceso da una specie di orgoglio per non essere estraneo a quel gran processo; e l'annunzio datole di esser cugino in quarto grado della defunta era stata una vera vantazione.
Ma dicerto i suoi doveri lo trattenevano al Consolato tutte le mattine fuorch la domenica. Viviana si propose di non andar mai a bagnarsi nel pomeriggio e altres di evitar di bagnarsi la domenica; e cos era probabile che non s'imbatterebbero nell'ometto giallo che tanto stranamente le turbava la vita. Clive non aveva certo pensato alla spiaggia tra la villa e il promontorio come Viviana sapeva ch'egli pensava a Sidi-Barka; non gli era venuto in mente che quello fosse un luogo da evitarsi: ora ella ripensava se per caso ella avesse mai detto qualche cosa che potesse suggerirgli quel pensiero.
Com'erano brutti, com'erano umilianti quei sotterfugi che avvelenavano quella che doveva essere una perfetta comunione! Per un momento ella prov una bramosia quasi brutale di essere addirittura franca, di parlare "a carte scoperte". Ma se lo avesse fatto, avrebbe dovuto dir troppo, parlar di cose che non avevano che fare col signor Beake; poich sebbene, nella casa sul mare, il nudo corpo della vita sembrasse avvicinarsi al suo sguardo, per esserle risolutamente, bench lentamente svelato, all'opposto un velo sempre pi fitto sembrava a poco a poco stendersi fra la mente sua e quella di Clive e renderli estranei.
E Viviana cominci a tormentarsi, bench nemmeno lei sapesse con precisione il perch, sebbene non potesse spiegarsi con esattezza qual era il motivo del mortale sgomento ch'ella ora spesso sentiva e nascondeva gelosamente a Clive; le era venuto con la cosa da lui tanto anelata, col completo isolamento: cessate ormai tutte le consuete attivit e distrazioni di lei, sparito il suo bambino, allontanata dai genitori, dal fratello, dagli amici, dai luoghi e dalle occupazioni che le erano familiari, quello sgomento era piombato su lei come un nemico che aveva aspettato il momento opportuno.
Pareva ch'esso sapesse che ormai Viviana aveva tempo di subir le torture, mentre prima il tempo le sarebbe mancato. La neghittosit presente della sua vita le era fatale: talvolta alla sua mente pareva di ergersi, sola sola, in uno spazio vastissimo e vuoto; Viviana capiva quanto sia deprimente per lo spirito l'effetto della vita troppo piana, e come di continuo soffochi la mente; ed ella ricordava il detto di Spinoza che Clive le aveva citato, cio che la vera libert dipende dalla misura in cui un uomo scuote il giogo delle sue passioni e s'identifica con Dio mediante la contemplazione. Certo ella non era mai stata una contemplatrice in Inghilterra, non aveva nemmen mai pensato di esserlo, n desiderava di divenirlo; per lei la vita era stata attivit e l'attivit per lei voleva dire quella del corpo pi di ogni altra: il corpo, ora ella lo sapeva, aveva rappresentato una delle parti principali nella sua vita, bench sempre, grazie a Dio, una parte sana. Ma ora nella casa sul mare il destino le offriva agio per la contemplazione, quasi la costringeva ad accettarla come un dono, che non  possibile rifiutare: ma ella era certa di non potersi mai identificar con Dio mediante la contemplazione.
Clive ritorn con la chiave ed essi presero i loro costumi da bagno e andarono verso le sabbie.
La capanna per uso dei bagnanti appartenente alla "Villa del Sole" era distante da essa un dieci minuti di strada a piedi; si trovava sulla riva sotto un poggetto e aveva a tergo un boschetto di pini in cui s'insinuava, andando a ritrovar la campagna, un viottolo sabbioso. Quella capanna si alzava circa sei piedi, su colonne di cemento, una delle quali ne sosteneva la parte centrale, le altre i quattro canti. Sulla facciata v'era scritto a grandi lettere nere "Villa del Sole". Si accedeva alle sue stanze per mezzo d'una scaletta di legno esterna; prospiciente il mare e vicinissima a esso, c'era una larga veranda, dietro la quale si trovava la porta d'ingresso; la capanna conteneva due stanze per lato; in quelle stanze v'erano vari attaccapanni, alcune paia di mutandine da bagno, due tavole e diverse seggiole di vimini con cuscini rossi e gialli.
Viviana e Clive entrarono nella capanna per spogliarsi e mettersi i loro costumi da bagno; scesi in mare nuotarono a lungo, tenendosi a fianco, nel mare placido. Erano i soli bagnanti, poich la stagione non cominciava sino ai primi di luglio. Quando, tornati nella capanna, si furono rivestiti, si misero a sedere sulla veranda, scaldandosi al sole e ascoltando il mormorio dell'acqua increspata che lambiva la sabbia sinuosa. Su quel lido regnava una profonda pace; bench potessero scorgere altre casette nonch varie capanne per i bagnanti, tutto era chiuso e non aveva ancora padrone: nessuno girellava o sedeva sulla sabbia in quei pressi; non si udiva nella strada carrozzabile il rumore di alcun veicolo: soltanto in lontananza si vedevano dei bambini che si baloccavano, quasi inondati dalla luce tremolante del sole, smorte e pur gaie creaturine i cui cenci svolazzavano qua e l fantasticamente sull'oro delle sabbie.
Questa  una bella trovata! disse dopo un momento Clive. Io mi sento molto pi lontano ora di quel che non mi sia mai sentito da quando siamo in Affrica: qui non vien mai nessuno.
Fuor che la domenica, forse, disse Viviana, mi figuro che la domenica parecchia gente di Sidi-Barka debba venire a far merenda su questa rena.
Non credo, almeno sino a che la stagione non sia pi inoltrata: non ho mai udito passar nemmeno una carrozza la domenica mattina.
Ma vi raccapezzate, Clive, quando  domenica o quando  un altro giorno della settimana? Tenete esatto conto dei giorni?
Oh, s! Io lo so sempre.... Come amo il mare! Quanto distoglie da ogni altra cosa! Verremo qui spesso, Vi, dinanzi a questo mare affricano. Io esulto nel sapere che l'Europa  cos lontana, sull'altra riva.
Le prese impulsivamente la mano e la tenne stretta; ella prov come una grande piet per quel senso di sicurezza che ora infervorava Clive mentre ella sapeva ci che sapeva: provava una grande bramosia di proteggerlo, di lasciarlo cos ignaro.
Per l'appunto quel giorno era sabato, e la mattina dopo nel vedere la giornata chiara e splendente, Clive, che insolitamente pareva di buon umore, propose di fare un altro bagno.
Viviana rimase perplessa, poi disse che si sentiva un po' stanca e che preferiva di rimanere in giardino. Egli parve provare una delusione, esit, poi disse:
Vi rincrescerebbe se scendessi gi io a fare un tuffo? Non mi tratterrei molto; ma mi sento cos stimolato a nuotare, dopo la prova d'ieri, che mi dispiacerebbe rinunziarvi.
Immediatamente ella si sent spinta ad accompagnarlo: era dicerto una cosa assurda, ma un animo le diceva che ella non doveva lasciarlo andar solo: aveva il presentimento che l'ometto giallo dovesse trovarsi quel giorno per l, e non voleva addirittura che Clive lo incontrasse mentre era solo: eppure, se s'incontravano, che cosa potrebbe ella fare? Che cosa potrebbe impedire o mitigare? Vi sarebbe il caso che, invece di essere utile, la sua presenza fosse dannosa, assillata com'ella era dal penoso senso di condivider con qualcuno ci che era un segreto per Clive. Nondimeno non poteva lasciarlo andar solo al mare nell'ipotesi di quel possibile incontro.
Allora disse:
Ma forse  meglio che venga anch'io: il nuotare  un tonico potente, e qui facciamo cos poco moto.
Sentite molto la mancanza del tennis, Viviana? egli domand col viso alterato da un penoso sguardo di ansia.
No; non ci penso nemmeno spesso.
Ed era vero: in certo modo la sua mente sembrava in Affrica troppo piena per dar adito a molti rimpianti per il tennis. Ella corse su per la scala esterna a prendere nel quartierino dove lei e Clive dormivano il suo costume da bagno e gli asciugamani: voleva affrettarsi ad andare al sole. Clive rimase gi ad aspettarla: egli aveva lasciato la sua roba nella capanna del bagno.
Quando Viviana fu in camera sua, si sent stranamente nervosa. Il costume da bagno era steso sul davanzale di una delle finestre con un peso che lo fermava; ella mosse il peso e lo prese; poi rimase un momento ferma tenendolo in mano. Ah, se quel giorno avesse potuto impedire a Clive di andar sulla riva! Era convinta che vi sarebbe l il signor Beake, che se vi andavano ve lo incontrerebbero dicerto, che il resultato di quell'incontro sarebbe spiacevole se non disastroso. Che fare?
La sua stanza era piena del suono del mare, della delicata freschezza della brezza marina. Il sole splendeva fulgidamente: era una vera giornata affricana. Le fronde degli alberi stormivano; frotte di uccellini vi svolazzavano cinguettando, volavano come frecce da una terrazza all'altra, da un folto all'altro, pieni di vita e di alacrit. Loro due, lei e Clive, erano lontani dal mondo che li aveva conturbati, torturati perfino. E a che giovava tutto ci? Anche l v'era motivo d'apprensione; anche l v'era ragione d'ansia. Il fardello non era ancora deposto: dove potevano andare per sbarazzarsene? Si faceva sempre pi strada in lei il convincimento che  inutile tentar di sfuggire a un dolore o a qualche grande difficolt della vita, ch'ella aveva avuto ragione quando aveva consigliato Clive a rimaner dov'erano e continuare a condurre la solita vita; che il cercare un "asilo della felicit" somigliava alla pazzia di chi volesse edificar la propria casa in qualche incantevole miraggio. Adesso erano proprio in un luogo che, se si fosse potuto descrivere, sembrerebbe ad altri un angolo di Paradiso, eppure il loro peso li gravava sempre; e in quel momento le pareva proprio di esserne oppressa.
Vi! Non venite, Vi?
Giungeva a lei dal basso la voce di Clive: ella non rispose, ma scese e s'incamminarono insieme verso la spiaggia.
Avete veduto? disse Clive quando furono giunti al boschetto di pini e da un lieve rialto abbassarono gli occhi sulla riva. Bench sia domenica non v' quasi nessuno: guardate.
Ella spinse lo sguardo lungo la riva; difatti v'era poca gente: qualche bambino poco distante che si divertiva a far delle buche nella rena, a inalzare edifizi di sabbia, o a correre e urlare sull'orlo della spiaggia; alcune donne sedute l presso all'ombra delle capanne per i bagnanti; due o tre uomini di rozzo aspetto stesi al sole a fumare e a godersi un po' di riposo probabilmente dopo una settimana di lavoro: nessuno si bagnava.
Che cosa importa questa poca gente? soggiunse Clive. Non conosciamo nessuno, e nessuno conosce noi.
Gi.
Ella diede un'occhiata al viottolo sabbioso che dal poggetto portava ai pini.
Perch fate a codesto modo? domand Clive, in tono che parve a Viviana un po' sospettoso.
Che cosa?
Perch guardate verso quel viottolo?
E che ragione speciale dovrei avere per farlo?
Nessuna, mi parrebbe: ma dove va a finir quel viottolo?
S'insinuer nella campagna, credo. Com' turchino oggi il mare.
S, non mi par vero di entrarvi.
Egli prese il braccio di lei e scesero sulla riva.
L'acqua turchina sembra detergere tante cose, egli disse con calore. Ringraziamo Iddio che siamo presso il mare.
Non preferireste di essere fra gli oleandri nell'"asilo della felicit"?
E voi?
Come posso saperlo? Io non l'ho mai veduto.
Ma non ve lo siete figurato?
Chi lo sa! Quando ero nel bosco di Tyford credo di s: che tempo lontano mi sembra quello!
Erano adesso a pi della scaletta di legno che saliva alla veranda; mentre salivano Viviana rilev il rumore che facevano i loro piedi sul legno: un secco rumore: quando si fermarono sulla veranda ella disse:
Vorrei sapere se in questo mondo vi sia veramente, se possa esservi un "asilo della felicit".
Ma perch no? Un luogo dove uno  stato addirittura felice!
Io non credo che sia il luogo che fa la felicit, ella disse. Credo piuttosto che la felicit che uno porta in s possa fargli sembrar quel luogo l'"asilo della felicit": siamo noi stessi che possiamo empire un luogo di felicit; non il luogo che pu empir di felicit noi.
Codesta  una specie di applicazione della vostra teoria sul portar con noi la luce: ve ne ricordate? Voi diceste: "Portiamo con noi la nostra luce alla casa bianca sul mare". Ma certo il luogo pu molto influire: guardate che mare!
Il mare turchino riluceva d'oro in lontananza; era calmissimo: dove finivano le sabbie s'increspava, presentava un luccichio d'argento e si frangeva con un sussurro, come voce che volesse dire: "Silenzio!"
 bello! esclam Viviana.
E and a spogliarsi.
Avevano finito di nuotare e se ne stavano un po' seduti, un po' sdraiati nelle poltrone di vimini sulla veranda, quando nel viottolo sabbioso tra i pini comparve un uomo di bassa statura che si dirigeva sveltamente verso il mare: era il signor Beake, console di Sua Maest Britannica. Di sotto i suoi baffi irsuti spuntava una corta pipa; sul braccio sinistro egli portava un costume da bagno turchino scuro e un ruvido asciugamano: nella destra teneva una robusta mazza con un grosso pomo: la rena di cui era sparso il viottolo ammortiva il rumore dei suoi passi. Bench egli pregustasse il piacere di nuotare, si sentiva uggioso mentre s'inoltrava. Dopo la morte di sua moglie la vita in Sidi-Barka era stata per lui un esilio: fantasticava se gli sarebbe possibile tirare avanti pi a lungo. Ma v'era la questione economica:  vero che non c'erano figli a cui pensare, ma con nulla un uomo non pu vivere; e i suoi risparmi erano scarsi perch Caterina, povera cara, andava matta per i bei cappellini di moda e si consolava della mancanza di "societ" col vestire elegantemente; ma quel modo di consolarsi era costato parecchio. Il signor Beake era costretto a rimaner legato a Sidi-Barka sinch non lo trasferivano in qualche altro luogo; ma nulla faceva sperare che questo per ora fosse possibile. Se almeno quella simpaticissima signora della "Villa del Sole" e il suo ben noto marito avessero compassione di lui! Era proprio deplorevole che le cos scarse persone inglesi a modo che capitavano in quel paese fuor di mano non si raccogliessero insieme. Ma, senza invito, non gli era piaciuto di ripeter la sua visita alla "Villa del Sole". Certo il signor Baratrie aveva lasciato in persona il biglietto; lo sapeva dalla donna di servizio ebrea, ma nemmen ci lo faceva risolvere: v'era stato qualche cosa nei modi della signora Baratrie, nonch in quanto ella gli aveva detto, da fargli credere che non fosse desiderato nella casa bianca con le cupolette. Come gli rincresceva per! Sarebbe stato un tal sollievo potervi dare una capatina, di tanto in tanto, la domenica: s, specialmente la domenica. Inoltre provava un'immensa bramosia di conoscere Clive Baratrie, il protagonista di uno dei pi grandi scandali del secolo ventesimo. Ne aveva udite tante sul conto di lui! Egli aveva seguto con grande attenzione tutto il processo: e poi v'era stata la straordinaria querela per calunnia contro Aubrey Sabine, suo lontano parente. Gli sembrava duro non poter vedere in viso Clive Baratrie e scambiar qualche parola con lui.
Ma intanto l v'era il mare ed egli poteva fare il suo bagno.
Il signor Beake aveva una modestissima capanna, non pi di duecento metri lontana dalla capanna appartenente alla "Villa del Sole"; e ora egli ne tirava fuori la chiave, vi entrava, si spogliava, si metteva il costume da bagno di un solo pezzo e andava a tuffarsi nel mare in cui non era visibile alcun bagnante. Era bene avvezzo ad avere il mare tutto per s, ma mentre si bagnava oppure nuotava gli dispiaceva di non aver compagnia: le cose che fanno piacere sono pi grate se condivise; ma in ogni modo nuotare per lui era un vero gusto e cos avrebbe speso meglio che poteva la sua giornata di vacanza.
Clive e Viviana, piuttosto sonnolenti sulla veranda al sole, non videro il bruno capo rotondo del rappresentante della Gran Brettagna emergere dalle onde, n si accorsero affatto di lui, quando egli ritorn tutto grondante alla riva. Dopo il bagno la nervosit aveva lasciato Viviana: il mare l'aveva avvolta in un benessere fisico, e intanto la sua mente s'era un po' assopita. Clive fumava la pipa tenendo gli occhi socchiusi; il suo viso bruno era calmo. Era in maniche di camicia, ma s'era rimboccato le maniche, esponendo al sole le braccia brune. Mentre ascoltava il lieve mormorio delle onde che si frangevano in un luccichio d'argento, sulla rena sottostante, fantasticava d'Isole tranquille, lontane lontane, d'Isole d'oblio. Quel luogo gli sembrava ora deliziosamente remoto; ma essi, Viviana e lui, potevano andare ancor molto pi lontano, potevano spingersi sino ai Tropici. E la sua immaginazione errava sonnecchiando fra palme reali al di l di mari solcati da ben rare navi: il mare gli aveva dato col toccarlo un senso di squisito benessere fisico, e appunto per questo la sua mente si cullava come sotto l'azione dell'oppio.
In quel momento egli era quasi felice.
Il signor Beake si stropicci forte col suo ruvido asciugamano, si rimise lentamente i suoi panni, poi si frug in tasca e ne trasse un sacchetto di carta con alcuni biscotti che sgranocchi con gusto. Indi si mise ad accender la pipa; quando vide che tirava bene stese in terra il costume da bagno perch si asciugasse, e si mise a camminar sulla rena: era solito far due passi al sole dopo il bagno; talvolta andava verso il promontorio, tal'altra verso la "Villa del Sole". Oggi, forse perch la sua mente era infatuata della sua giovane abitatrice e del suo ben noto marito, si diresse dalla parte della villa, tenendosi tuttavia alla spiaggia: ma a un certo punto si ferm di botto, e rimase per qualche momento immobile: gli avevano dato nell'occhio due oggetti scuri sulla ringhiera della veranda di una capanna da bagno l presso: erano i costumi posti ad asciugare sulla veranda della capanna appartenente alla "Villa del Sole".
Sicch....
Il signor Beake si sentiva eccitato: dal punto dov'era egli non poteva vedere nella veranda; i costumi da bagno pendevano da una parte della ringhiera ed egli ne era ancora piuttosto distante; ma con tutta probabilit le persone ch'egli bramava tanto d'incontrare dovevano essere sedute poco lontano da quegl'indumenti. Dovrebbe egli coglier l'occasione che gli si presentava? Doveva salire quella scaletta di legno e andare a fare un salutino ai suoi vicini di bagno? Egli esitava: un animo gli diceva che la sua presenza su quella veranda non sarebbe stata gradita; ma disdegn quell'avvertimento intimo: poi alla fine egli era un console inglese, lontano parente della signora Sabine, e conduceva laggi una vita orribilmente triste e solitaria.... Inoltre i signori Baratrie e lui erano il primo nucleo di bagnanti....
E dando ascolto a tutte quelle voci, il signor Beake s'incammin risolutamente verso i panni messi ad asciugare.
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CAPITOLO 8.
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Che cosa c'? esclam Clive sobbalzando sulla poltrona di vimini.
Dormicchiava con la testa all'indietro, mentre il sole dardeggiava sotto il tetto spiovente della veranda; i suoi occhi non erano ben chiusi ed egli intravedeva ancora, come in un sogno, l'azzurro e il luccichio del mare. Per un pezzo n lui n Viviana avevano parlato; il fascino del mare e del sole, il fascino di quel luogo remoto e del silenzio reso musicale dal ritmico e lieve frangersi delle tenui onde sulla sabbia, aveva agito potentemente su loro, dando ad ambedue un'ora di benessere, quale, si pu dire, avevano appena conosciuto da quando s'erano uniti in matrimonio: il mondo materiale e i suoi dolori s'erano dileguati dalla loro vista, perfino dal loro ricordo; erano stati toccati da un incanto. Ma ora il secco rumore di piedi calzati di grosse scarpe che calcavano il legno rompeva a un tratto l'incantesimo e in un baleno il sogno s'era squarciato e dileguato.
Clive era addirittura stupefatto, e sulle prime non raccapezz che cosa fosse quell'ingrato rumore; ma Viviana cap subito di non essersi ingannata nel suo presentimento; lo strepito che li richiamava alla terra era cagionato dalle scarpe del console inglese che saliva per venire a cercarsi un po' di compagnia.
Dopo la sua repentina domanda, Clive scatt in piedi, e quando l'ometto giallo, senza cappello e un po' imbrattato di rena, ma tutto arzillo dopo il bagno e con gli occhi pieni di una viva curiosit, apparve all'angolo della veranda, fu squadrato da colui ch'egli era cos ansioso di vedere.
Scusatemi, egli disse, fermandosi un po' imbarazzato, perch Clive non gli faceva davvero buon viso.
Ma quando scrse Viviana, baciata dal sole, delicatamente bruna, coi bruni capelli scomposti, dietro a quell'uomo alto, snello, i cui occhi conturbatori pareva gli rivolgessero una domanda indignata, il console riprese animo.
Oh, signor Beake, ella disse balzando in piedi. Claudio, questo  il signor Beake, il console inglese che tanto gentilmente venne l'altro giorno a farci visita. Mio marito, signor Beake.
I due uomini si strinsero la mano, e il console si avvide di un grande sforzo, per mostrarsi socievole, nel sorprendente volto abbassato su lui. S, era un volto sorprendente: v'era in esso qualche cosa fuor dell'usuale: bello, senza dubbio, ma un viso che doveva dar parecchia inquietudine a chi se lo vedeva sempre vicino, un viso irrequieto, con uno sguardo penetrante, con un'espressione di sfida: il signor Beake ne rimase turbato, ma si ricord della propria posizione e con un po' di sostenutezza disse:
Vi prego scusarmi; sono stato a bagnarmi, e facendo poi una giratina sulla spiaggia ho veduto i vostri costumi da bagno messi ad asciugare, e non ho potuto resistere alla tentazione di venire a passare qualche momento coi miei compagni di bagnature.
Si volse a Clive con una specie di risolutezza, come chi si sia proposto di allontanar da s ogni diffidenza ed esser dignitoso e padrone di s, poi disse:
Mi rincrebbe molto, signor Ormeley, di non essermi trovato in casa quando, come seppi dalla mia donna di servizio, foste cos gentile da venire a trovarmi. In questa citt non v' affatto compagnia per me: potete figurarvi se sono lieto nel trovarmi cos inaspettatamente vicino a voi.
Accomodatevi, vi prego, disse Clive.
E si pieg e spinse una poltrona verso il signor Beake, dando nello stesso tempo un'occhiata a Viviana. Il console si mise a sedere, ma per quanto avesse piacere di trovarsi l, non vi si sentiva proprio a modo suo. Tuttavia trasse qualche buffata di fumo dalla pipa e cominci a discorrere: parl dell'Affrica settentrionale, nella quale aveva ormai passato la maggior parte della sua vita ufficiale, delle relazioni esistenti fra gli Arabi e i loro conquistatori, dello stato del commercio del tabacco e del vino, di sport, del clima, di ci che aveva passato in Algeria durante la guerra; insomma, fece del suo meglio, e fu abilmente secondato dalla maravigliosa ragazza da lui veduta giocare a tennis con tanta bravura e che aveva contratto quel matrimonio cos strano. Parecchie volte in mezzo a un discorso stava attento di pronunziare il nome di Ormeley: lo faceva per rassicurar la giovane signora, per mostrarle con accortezza e pur naturalmente ch'egli non aveva dimenticato il loro patto e che era davvero un uomo d'onore. Di tanto in tanto non poteva a meno di darle un'occhiata, un'occhiata in cui v'era un guizzo d'intimit, uno sguardo d'intelligenza prudentemente velato, si capisce, perch l'uomo cos noto non si accorgesse di nulla. Ma durante tutta la conversazione la sua mente almanaccava su Clive Baratrie e sulla propria lontana parente: era una cosa davvero straordinaria trovarsi l, seduto in una capanna da bagno, con l'uomo ch'era stato (e su ci non restavano dubbi poich era risultato dal processo, il console lo sapeva bene), ch'era stato l'amante di sua cugina. Ed egli si ricordava di vari particolari raccolti nei giornali: come Clive Baratrie avesse combattuto nella guerra e fosse stato gravemente ferito, e dopo esser rimasto per un certo tempo negli ospedali della Francia fosse stato trasportato in Inghilterra e curato nell'elegante ospedale di lusso destinato agli ufficiali, a cui soprintendeva la signora Sabine in Mayfair. E in quell'ospedale s'erano incontrati appunto per la prima volta: il loro incontro era stato uno degli innumerevoli romanzi della guerra in cui amore e morte erano perpetuamente avvinti: la lontana parente del signor Beake s'era innamorata del bell'ufficialetto, pazzamente, a tal punto che il suo amore era divenuto un'ossessione, una di quelle strane e terribili ossessioni di cui le donne di una certa et sono vittime.
Quante volte il signor Beake aveva pensato a quel giovane ufficiale e aveva cercato di raffigurarselo! E ora quell'uomo in carne e ossa era seduto l, con la pipa in bocca, in una poltrona di vimini, e parlava con lui su una spiaggia dell'Affrica settentrionale: e quell'uomo non sapeva che il suo ospite era a cognizione della sua identit, credeva di esser beatamente riparato e nascosto dal nome che aveva assunto.
Il signor Beake non poteva a meno di pensare a quel che sapeva, e che riguardava un tantino anche lui, mentre egli passava da un argomento all'altro, cercando di fare sfoggio coi suoi ospiti della sua versatilit acciocch potessero capire ch'egli era un uomo ben degno, oltre che per il posto che occupava, di esser ricevuto nell'intimit della "Villa del Sole" e allietare un po' la sua vita monotona. Ma poneva molta attenzione a non tradire la sua viva bramosia, e si lusingava che ben pochi uomini potessero stare alla pari con lui per l'accortezza nel parlare e per la disinvoltura dei modi. La signora Baratrie, a cui spesso si rivolgeva come signora Ormeley, doveva sicuramente sentire di aver degnamente riposta la sua fiducia, e suo marito....
Ma di suo marito il signor Beake non era ben sicuro. "Claudio Ormeley" si mostrava con lui educato ma non veramente cordiale: parlava poco, non alimentava la conversazione: ma forse era sempre stato un uomo di poche parole, come tanti altri inglesi; e quanto al suo fare.... s, molti inglesi parevano piuttosto freddi e poco accessibili sulle prime; Caterina aveva sempre detto che il suo Charley era eccezionalmente vivace per un anglosassone: egli non doveva dunque aspettarsi una simile vivacit e loquacia dagli altri. Non possiamo tutti possedere gli stessi talenti, e in ogni modo il signor Ormeley era un buon ascoltatore e raramente distoglieva lo sguardo dal volto del suo ospite. Ma che strani occhi aveva e come conturbavano quasi nella loro luminosa fissit: di tanto in tanto il signor Beake, nonostante si fosse imposto la sicurezza di s, si sentiva inquieto sotto il loro sguardo; perch gli pareva quasi che quegli occhi lo tenessero a distanza, nello stesso tempo che penetravano in lui, e dicessero silenziosamente: "Voi non mi conoscete, ma io conosco ogni minima particolarit di voi"; e ci era veramente piuttosto ironico considerando quel che il signor Beake sapeva ormai di "Claudio Ormeley". Riusciva difficile a un uomo non rider sotto i baffi a un tale pensiero! Perch che cosa non sapeva il signor Beake intorno a quell'uomo seduto difaccia a lui nella poltrona di vimini? Egli sapeva che....
Mi rincresce tanto, signor Beake, di sembrare cos poco ospitale, ma bisogna proprio che mia moglie e io ce ne ritorniamo alla villa. Si fa colazione al tocco....
Quelle parole fermarono l'onda d'informazioni che il signor console dava sulla cultura del tabacco nella vasta pianura oltre Sidi-Barka, verso mezzogiorno. Il signor Beake si ferm come un cavallo raffrenato, si ricompose e si alz.
Mi rincresce che io....
Niente, niente! Siete stato anzi molto gentile a farci questa visitina.
Erano in piedi ambedue: Viviana stese la mano.
Arrivederci! ella disse.
Arrivederci, fece il signor Beake con un inchino.
Poi si eresse; i suoi occhi cercarono quelli di lei: gli sembrava che gli occhi di lei lo evitassero volontariamente, e di discernere qualche cosa di strano nel volto di lei, come se, sotto l'abbronzatura del sole un pallore si stendesse sulle sue guance. Come mai? Aveva egli errato in qualche cosa?
Esitava ad andarsene, sperando in qualche altra parola, in qualche cosa, non sapeva nemmen lui in che, forse in un invito, forse in un incoraggiamento perch egli ritornasse a far loro visita. Ma Viviana ripet soltanto: "Arrivederci" aggiungendo un convenzionale: "Grazie della visita"; e gli sorrise.
Arrivederci! Arrivederci! egli ripeteva sforzatamente.
A un tratto si sent confuso come se proprio fosse stato uno sbaglio l'essere salito lass sulla veranda; alz la mano come per togliersi il cappello, ma non v'era cappello da cavarsi, e la riabbass pi imbarazzato che mai.
Dunque, arrivederci, signor Ormeley e tante grazie per la mia.... per la nostra.... per la grata visita....prosegu impappinandosi.
Ora si avviava verso gli scalini di legno accompagnato dal suo ospite.
Qui v' cos poca gente che non  facile potere andare a far visite.... Arrivederci, arrivederci!
Si udirono di nuovo le scarpe pesanti calcare il legno, poi una specie di scoppio quando il console salt sulla rena; segu un lieve scalpiccio ammortito: poi Viviana non ud pi che lo sciacquio delle onde. Adesso ella non vedeva Clive che era uscito dalla veranda, per andare da un'altra parte da cui poteva scorgere il loro ospite e a seguirne i passi che si allontanavano sulla riva. A Viviana parve che Clive vi rimanesse un bel pezzetto; ma finalmente egli ricomparve sorridendo.
Povero omiciattolo! egli disse, fa proprio compassione. Come avrebbe desiderato che lo invitassimo a colazione con noi alla villa! I suoi occhi parevan quelli di un cane quando vede un osso che non gli  permesso di prendere. Andiamo, Vi! Lo sapete che  gi il tocco?
Stese una mano e l'aiut ad alzarsi dalla bassa poltrona, poi continu a parlare allegramente mentre attraversavano la spiaggia e salivano al poggetto; ma quando furono nella strada carrozzabile egli si ferm e si volt a guardare fra i pini il viottolo sabbioso che vi conduceva.
Scommetterei che questo viottolo porta in citt, disse. S, dev'essere una scorciatoia per la quale vi si pu andare: quando il signor Beake va a bagnarsi sono sicuro che viene di qui.
Nel dire quelle parole aveva il viso arcigno; ma subito dopo ricominci a parlare allegramente.
Dopo colazione egli and nella sua stanza in fondo alla terrazza sul mare e vi si trattenne sino all'ora del t. Il t lo prendevano nello spiazzato all'imbocco della "Piccola Affrica". Quando lo ebbero bevuto, dopo una lieve esitazione apparente, Clive si mise a camminare con passo incerto per quel viale e Viviana lo seguiva con lo sguardo mentre egli s'internava sulla sabbia sotto i lucidi ventagli delle palme. Andava a passo lento, come se fosse immerso in profondi pensieri, sinch non giunse in fondo a quella specie di galleria; ma sebbene fosse nascosto, Viviana era sicura che appena giunto dov'ella non poteva vederlo, aveva cominciato a camminar lesto.
Ella lo cap e fu presa da una grande inquietudine; sentiva che Clive recitava con lei una parte, faceva, come suol dirsi, una commedia per illuderla: in tutta la loro vita coniugale, in tutta la vita del loro amore prima del matrimonio ella non era mai stata assalita da un convincimento cos freddo e tremendo: spesso era stata conscia di qualche mistero nella vita di Clive, ma ora si trattava di altra cosa, di qualche altra cosa che li separava, che scavava un abisso tra loro, che li faceva estranei l'uno all'altro, quasi nemici.
Aveva egli forse indovinato qualche cosa riguardo al signor Beake? Sapeva.... aveva intuito che v'era un segreto tra lei e il console?
A un tratto le parve che si preparasse qualche cosa di tragico, ma che mai poteva determinarlo? Perch doveva esservi qualche cosa di tragico? Che cos'era veramente accaduto?
Si alz ed entr lei pure nella "Piccola Affrica". Viviana sapeva che cosa aveva fatto Clive: era andato a rintanarsi nella sua stanza in fondo al giardino; ella sentiva una stretta al cuore nel dover convenirne, appena ella non poteva pi vederlo, s'era affrettato ad allontanarsi come un uomo che fuggisse. Ma da chi fuggiva? Ella si sent tutta accesa da una vampa; il sangue le affluiva alle tempie: in quel giardino non v'era nessuno ch'egli potesse fuggire all'infuori di lei.
Cammin in su e in gi sulla sabbia dell'oscuro viale, ascoltando il vento frusciar tra i ventagli sul suo capo, sentendo in s una tremenda solitudine, una specie di terrore che sembrava spossarla: anche le membra ella le sentiva deboli e fiacche come chi  stato a lungo malato. Dopo qualche minuto di cammino, si ferm, colpita da un'improvvisa accusa di se stessa.
Se Clive dissimulava con lei ella aveva dissimulato con lui: sin dalla visita del signor Beake alla "Villa del Sole" ella dissimulava. La sua intenzione era stata buona; l'aveva spinta l'affetto: ma ella non era stata leale.
Si mise a fantasticare su Clive: Viviana non poteva sapere s'egli si fosse accorto sulla veranda che fra lei e il signor Beake v'era una segreta intesa. Quando egli aveva guardato il viottolo sabbioso che si allungava fra i pini doveva aver dicerto pensato che un nemico era piombato su lui da quella strada: in quel momento ella aveva sentito che Clive sapeva che il console aveva scoperto Clive Baratrie in Claudio Ormeley. Eppure subito dopo era sembrato allegro, disinvolto. Non era stata sicura; e nemmeno adesso ne era sicura.
Clive aveva indovinato qualche cosa della verit, ella sapeva adesso che doveva esserne atterrita.
Ma era orribile quella nuova idea della possibilit che nella sua vita entrasse la paura: le pareva un tale avvilimento aver paura!
Tutto il giardino le sembr a un tratto cambiato, pieno di strani rumori che la riempivano d'inquietudine, pieno di nascondigli in cui potevano celarsi cose orrende: ella ne usc e and in camera sua.
Erano poco pi delle cinque e mezzo e il sole era meno caldo: tutto pareva farsi pi vicino. Viviana port una seggiola sul terrazzino da cui si scorgevano le sabbie verso il promontorio, e sed all'aria aperta: era perplessa, non sapeva che cosa fare. Un impulso naturale la spingeva a cercar di sbarazzarsi della sua paura e del suo abbattimento merc l'attivit, scendere alla terrazza sul mare e spiegarsi con Clive: cos ella sarebbe perfettamente franca, gli direbbe del suo accordo con l'ometto giallo, gli spiegherebbe il motivo per cui lo aveva fatto e perch aveva mantenuto il segreto, chiedendo a Clive di perdonarla per il sotterfugio che poi alla fine era innocente. Se aveva agito in quel modo era stato per lui, per risparmiargli noie, per proteggerlo nel suo romitorio da un'altra fredda folata che veniva dal mondo da cui s'erano separati. Era un'inezia; ella lo ripeteva a se stessa che quel segreto tra lei e il console non poteva dirsi che un'inezia; non v'era affatto da vergognarsene; eppure aveva paura che Clive lo sapesse, aveva paura di scendere nella sua stanza e andare a dirglielo: perch in lui v'era qualche cosa che non si poteva prevedere; ora ella lo sentiva, e le pareva di averlo sentito da un pezzo; e le si faceva pi palese l, in quella casa solitaria nascosta tra gli alberi, segregata dal mondo.
Il nudo corpo della vita si rendeva visibile; ora ella stava per conoscer cose della cui esistenza non era stata conscia sino a che non era venuta nella solitudine dell'Affrica: sino allora le era parso di veder delle vesti ma ora cominciava a scorgere le forme che esse avevano occultato.
Doveva andar da Clive? Ma se sbagliasse, se egli non facesse la commedia, non avesse sospettato n indovinato l'intesa che v'era tra lei e il signor Beake? Col dirglielo ella non farebbe che turbar la sua pace, sgomentarlo, forse irritarlo immensamente, far perfino nascere in lui il desiderio di andarsene. Come s'era rifugiato nella stanza sul mare, cos poteva venirgli voglia di fuggire dalla "Villa del Sole"; ed ella ricordava la loro fuga da Hammam Chedakra: perch come poteva chiamarsi se non fuga quella partenza?
Era una cosa odiosa tutta quella segretezza, quella paura di esser riconosciuti, scoperti, quello starsene nascosti sotto un falso nome. Ella non potrebbe mai dimenticare il sussulto che era riuscita a contenere allorch il signor Beake le aveva domandato dei passaporti; e ora s'era messa nella via di sotterfugi e n'era punita. Le pareva di sentirsi impigliata tra le maglie di una rete; ma era ancora a tempo a sfuggirne. Ella cap di non poter seguitare per un pezzo in quella via di ambiguit e di finzione; tutto in lei si ribellava contro quel pellegrinaggio: bisognava dunque mettervi termine, e subito bisognava andare alla terrazza sul mare e avere una completa spiegazione con Clive.
Si alz con quell'intento, ma non si mosse di sul terrazzo; ag fiaccamente: rimand ad altro momento la spiegazione. Poteva darsi che Clive ora leggesse, che qualche libro lo tenesse profondamente assorto; poteva stizzirsi nel venir disturbato. Forse egli studiava ancora il Lombroso: ella si ricordava com'era intento a leggerlo quando s'era fermata sulla terrazza a guardarlo mentre egli sedeva dinanzi alla scrivania con la testa fra le mani: non s'era nemmeno accorto ch'ella fosse l. (Anche quello era un segreto.) Se ora ella lo avesse disturbato, fatto forse riscuotere, quella sarebbe una brutta preparazione per quanto ella voleva dirgli. Risolvette dunque di aspettare sinch non tornasse a casa: allora gli racconterebbe tutta la sua conversazione col console, e lo pregherebbe di perdonarle di avergliela tenuta nascosta.
Avrebbero cenato alle nove; ma dicerto egli sarebbe da lei assai prima di quell'ora. Viviana prese un libro e ritorn sul terrazzo. Ormai il pomeriggio vaniva, spirava, imbruniva: ma Clive non si vedeva.
Quando la luce del giorno manc, il tempo divenne addirittura placido. Per lo pi v'era un venticello che scherzava tra gli alberi del giardino: ma ora se n'era andato e gli alberi stavano immoti, senza voce, lungo le terrazze. I ventagli della "Piccola Affrica" non pi luccicanti, se ne stavano cupi e muti nel lungo e stretto viale cosparso di sabbia. La morte sembrava aver colpito i pini che non sussurravano pi cose eterne. Era una serata senza un alito di vento, una serata che andava abbuiandosi in una notte afosa: si udiva con difficolt perfino il sospiro del mare di l della vuota strada maestra.
Sera domenicale in Affrica!
Viviana, ancora sulla terrazza di camera sua, col libro chiuso in grembo, vedeva l'occhio giallo del faro sul promontorio ammiccar nel buio che si addensava. A grande distanza nel mare un altro occhio giallo vigilava sui bastimenti. Molto pi vicino un bagliore rosso misteriosamente si accese e si dilegu, di nuovo si accese e si dilegu. Non v'erano come in Inghilterra campane di chiese, eppure Viviana sentiva, non sapeva semplicemente, che era domenica sera. Forse sua madre era ritornata proprio allora dal servizio divino della sera, dopo avere inalzato preghiere per la figlia tanto lontana e per Clive: Viviana poteva immaginare la tristezza e la fede, stranamente miste, di quelle preghiere. Sua madre aveva sofferto per causa sua. E quell'altra strana madre in Knightsbridge che cosa faceva? Ella non era dicerto stata in chiesa: a quanto pareva ella non poteva trovar conforto nella religione. Probabilmente se ne stava sola sola, puntando i gomiti, leggendo qualche libro sotto la luce della lampada. E Arc? E Jim? E Bob Herries e sua moglie?
Tutti tutti erano cos lontani dalla moglie di Claudio Ormeley.
Ora era proprio buio: Viviana se ne stava immobile nella notte senza vento, e spiava lo sparire e il ritornare di quelle tre luci, come occhi, nella cupezza del mare. Non sapeva che ora fosse; non aveva guardato affatto l'orologio, ma era sicura che l'ora della cena era passata da un pezzo: e Clive non ritornava.
Finalmente ella sent un passo lieve sulla scala esterna e una voce impastoiata che chiamava piano piano:
Signora!
Ella rispose.
Bakir ben Yahia strisci attraverso la camera e si ferm dinanzi al vano della finestra.
Son quasi le dieci, signora.
Scendo. Dov' il padrone?
Io non l'ho veduto: devo andare nella stanza sulla terrazza e dirgli....
No, no, non andate: il padrone verr da s quando potr.
Si sentiva spinta a lasciar fare a Clive ci che voleva; forse s'era risvegliato in lei l'orgoglio: in ogni modo non poteva incaricare nessuno di pregarlo di venir da lei, preferiva di mangiar sola. Ed ella and nella stanzetta con gli archi angusti e con la cupolina in cui era apparecchiato e si mise a sedere per cenare. La luce elettrica scendeva blandamente sulla tavola da una lampada orientale a vetri multicolori da cui pendevano nappine. Bakir aveva chiuso le finestre e tirato le tende di seta corte e leggiere. Quella sera il suono del mare non penetrava in quella stanza e a Viviana pareva vi regnasse un silenzio di morte. Ella cominci a servirsi e si sforz a mangiare; si mesc un bicchiere di vino bianco: aveva detto a Bakir che poteva andare.
Ma come mai Clive non veniva? Che cosa poteva fare? Ella non aveva voluto che Bakir andasse a chiamarlo, ma se tardava ancora sarebbe costretta ad andare a veder da s: che forse egli aspettasse appunto lei?
Ella volt il capo verso l'uscio e attese.
Finalmente si alz da tavola e and in giardino sino allo spiazzato, all'imboccatura della "Piccola Affrica"; l si mise a sedere sotto gli alberi immobili e aspett.
Dopo un certo tempo, forse una mezz'ora, ella non sapeva bene, ud un lento passo in giardino, vide una cupa figura uscire dall'oscurit e muovere verso la casa.
Clive! ella disse.
Chi c'?
E la figura si ferm di botto.
Son io, Clive, ella replic.
Egli and verso lei, rimase fermo accanto a lei.
 tardi: io ho gi cenato.
E alz gli occhi su lui.
Davvero? S, lo so che  tardi; ma mi ero cos internato in quel che stavo leggendo da non accorgermi dell'ora di cena. Mi rincresce tanto. Ora ander in casa per mangiare un boccone e poi.... credo che debba esser l'ora di andare a letto, no?
Parlava con disinvoltura, quasi scherzevolmente, ma a Viviana sembrava che negli occhi abbassati su lei vi fosse uno strano bagliore: avrebbe voluto domandargli se desiderava ch'ella andasse a tavola con lui per tenergli compagnia mentre mangiava; ma qualche cosa la tratteneva dal farlo; perci disse soltanto:
Quando avrete finito mi ritroverete qui.
Va bene.
Clive si allontan e and in casa: Viviana rimase seduta dov'era e aspett: cercava ancora di prendere una risoluzione su ci che doveva fare allorch egli ritorn da lei: o ella gli diceva subito la verit o bisognava che si decidesse a non dirgli mai pi nulla e lasciar andare le cose facendo conto ch'egli non avesse sospettato di niente. Il signor Beake non sarebbe ritornato dicerto alla villa, ella se ne sentiva sicura; e si sentiva ugualmente sicura che dopo ci ch'era accaduto quel giorno Clive non le proporrebbe mai pi di bagnarsi di domenica. Ah, se ella potesse almeno sapere se Clive aveva o no qualche sospetto! Se ne aveva, era evidente che non intendeva parlarne; la sua voce nel buio le era parsa naturalissima, e anche il suo fare le era parso naturale: eppure negli occhi di lui le era sembrato di vedere qualche cosa di strano, quasi di ostile: ed egli non le aveva chiesto di andare in casa con lui, di mettersi a tavola con lui mentre mangiava.
V'era qualche cosa fra loro che li separava: qualche cosa d'impalpabile; e certo quel qualche cosa era stato posto da lui, volontariamente o no.
Come si fa presto a scostar l'una dall'altra due creature ancorch siano le pi strettamente unite! Come pu scendere rapida la solitudine sugli esseri umani! Ella fantasticava se dentro casa Clive si sentisse sgomento come si sentiva sgomenta lei, l fuori.
Mentre era ancora indecisa su quel che doveva fare, se parlare o tacere, vide il personale di Clive profilarsi scuro in una stanza illuminata della villa: egli era in piedi sulla soglia. Viviana vide una scintilla: Clive aveva acceso un fiammifero che bruciava senza che la sua fiammella ondeggiasse poich non v'era un alito di vento; poi la fiammella spar e Viviana vide un piccolo fuoco di un rosso giallognolo: Clive aveva acceso un sigaro.
Ella si sent subito rassicurata: quelle bazzecole familiari indicavano l'uomo tranquillo, l'uomo che ha goduto la sua cenetta e che ora si sentiva di accrescere, di sviluppare il suo benessere: cosa strana, quasi ridicola, eppure quel sigaro acceso da Clive non solo sollevava Viviana, ma in quel momento le dava una vera contentezza.
"Tutto va bene," ella pens. "Ho sbagliato: non v' nulla tra noi che ci separi."
E per un momento cred che il sospetto che Clive dissimulasse e lo sgomento, la paura, il senso di solitudine, che ne erano stati conseguenza, fossero stati cagionati da un'irritazione in Clive dovuta al turbamento del loro delizioso sogno sulla veranda. Clive era quanto mai sensibile, era una di quelle persone che portano con s un'atmosfera che agisce potentemente sugli altri; quella subitanea apparizione del signor Beake l'aveva sconvolto: a lei egli non aveva voluto dirlo, ma nondimeno ella lo sentiva e ancor pi perch egli non s'era aperto con lei.
Credendo che fosse cos, ella lo chiam quasi allegramente.
Sono ancora qua, Clive: volete il caff bench sia cos tardi?
Egli and verso di lei, mentre la punta del suo sigaro splendeva nel buio sotto i lecci e le acacie.
No, il caff non lo prendo, grazie: vorrei dormire stanotte.
Rimaneva in piedi.
Non vi mettete un momentino a sedere? ella domand.
Ma....
Sembrava esitante.
Ma.... non sarebbe meglio fare una giratina per il giardino?
Ella si alz.
Andiamo pure. Com' maravigliosamente placida la notte!
Davvero!
Viviana infil la mano sotto il braccio sinistro di Clive (la mano egli se l'era cacciata in tasca della giacca); ma sent che quel braccio rigido parve intirizzirsi ancor pi al contatto della sua mano. Ella rabbrivid; la sua serenit, il senso di sicurezza che le era riuscito di ritrovare scomparvero; pure ella seguit a tenere il braccio in quello di lui, pos la mano sul polso di lui.
Dobbiamo internarci nella "Piccola Affrica".
Benissimo.
S'incamminarono lentamente all'imboccatura del viale: vi era un gran buio sotto le palme, molto pi buio che nello spiazzato da cui venivano; e appena essi vi ebbero messo il piede si fermarono: Viviana non sapeva chi si fosse fermato il primo o se si fossero fermati simultaneamente, provando ambedue riluttanza a inoltrarsi sotto quegli alberi immobili, cupi.
Ella sent un brivido correrle per la persona, come se sulla sua pelle gocciolasse dell'acqua ghiacciata: le sembrava che qualche spirito maligno stesse in agguato sotto le palme.
Perch vi fermate? ella disse sottovoce a Clive.
Ma vi siete fermata voi.
Davvero? Allora che cosa facciamo?
Quello che volete voi.
A un tratto ella sent di non poter sopportare pi a lungo.
Ma, ditemi un po', Clive, che cosa c'? Che cosa  venuto a mettersi fra noi? Siete stizzito di qualche cosa? ella disse.
Mentre ella parlava le pareva che qualcuno stesse ad ascoltare nel buio sotto le palme.
Stizzito? Ma che! Di che cosa dovrei essere stizzito?
E allora che cosa c'? ella ripet sfilando il braccio dal suo e voltandosi per mettersi ad angolo retto accosto a lui. Perch siete stato lontano da me tutto il giorno? Perch vi siete nascosto?
Nascosto? E a che scopo avrei dovuto nascondermi?
Siamo venuti qui per esser felici insieme: avete invece piacere di star solo? ella domand come presa da improvvisa disperazione.
No.... no.... no! egli disse con veemenza.
Clive, voi dovete dirmi che cosa c': io non posso andare avanti cos; ci siamo allontanati da tutti, dal nostro paese, abbiamo spezzato ogni legame; se noi.... tutta la mia felicit dipende assolutamente da voi.... lo dovete sapere; e invece mi rendete tanto infelice.
Che cosa v' fra voi e quel tale.... il console?
Parve a un tratto a Viviana di ritrovarsi nel bosco di Tyford e di vedere la gelosia di Clive separata da tutto il resto di lui.
Non crederete mica.... ella cominci.
Ma si ferm subito: l'orgoglio e l'indignazione le impedivano di dire per il momento qualche cosa di pi; poi ella si vinse e riprese con calma:
Fatemi il piacere di spiegarmi ci che intendete di dire.
V' una segreta intesa, non so di qual genere, tra voi e il signor Beake.
S.
E non volete ch'io sappia di quel che si tratta?
Sono stata appunto perplessa su questo: io sentivo il bisogno di dirvelo, eppure....
Eppure non me lo avete detto: ecco il fatto. E bench affermiate che sentivate il bisogno di dirmelo, se io non vi avessi mostrato col mio contegno che sospettavo di qualche cosa, sareste stata zitta:  vero per che avevate gi cominciato a sospettare ch'io avevo indovinato che qualche cosa c'era tra voi e costui: siate franca: non l'avevate indovinato?
Non saprei; non potrei dirlo: certo almanaccavo se....
Vedete dunque? Eccola tutta la fiducia che avete in me!  questo l'amore?  questo lo stretto connubio di due esseri che si vogliono bene?  questo?...
Si ferm: nella sua voce c'era stata una selvaggia irruzione di sentimento.
Lo so.... capisco.... ella disse in tono mite. Voi....
Naturalmente costui, quel Beake, sa chi sono, egli irruppe interrompendola. L'ho capito appena l'ho visto; e voi lo sapevate ch'egli lo aveva scoperto: lo sapevate anche prima che io m'incontrassi con lui:  vero o non  vero?
 vero.
Ah! E per questo forse venne alla villa! Venne per dirvi che sapeva ch'io non ero Claudio Ormeley?
No: lo scopr soltanto mentre era qui.
E come fece a scoprirlo?
Mi riconobbe: mi aveva veduto giocare nel torneo di Wimbledon.
Per l'appunto! E allora voi e lui faceste il vostro accordellato, non  vero? Io non dovevo saper nulla, dovevo rimanere al buio di tutto, esser gabbato, insomma.
Io volevo che voi foste felice qui.
Come potevate riuscirvi con l'inganno?
Feci male, lo so; ma agii a fine di bene: voi non potete sapere come io abbia sempre anelato di scostar da voi nuovi turbamenti e dispiaceri.
Pensava alle sere in cui egli s'era addormentato, ed ella era stata a vegliarlo presso il fuoco d'olivo; e gli occhi le si empirono di lacrime.
Non han lunga durata pianto e riso,
N amor, n desiderio, n rancor....
Clive, ella disse, v' in me proprio un assillo, l'assillo di farvi felice: ecco tutta la mia colpa.... quella di aver voluto tener lontano da voi il turbamento, circondarvi di pace. E appunto per questo io non vi dissi nulla del signor Beake. Egli mi disse il giorno della sua visita che io somigliavo in modo sorprendente Viviana Denys.... Baratrie, la giocatrice di tennis: quando udii quelle parole sentii che non potevo nascondergli chi ero; se avessi taciuto mi sarebbe parso di mentire; fui costretta a dirglielo. E cos naturalmente seppe chi eravate voi.
And proprio cos? Capisco allora....
Ma c' qualche altra cosa.
Che cosa c'?
Viviana esitava; aveva ancora come un'inquieta sensazione che nel buio di quel folto viale vi fosse nascosto qualcuno ad ascoltare, a spiare, sperando che a lei accadesse qualche cosa di male.
Che cos' quest'altra cosa?
S'era piegato e la guardava fissamente.
Il signor Beake  un lontano parente....
Andate avanti: di chi  lontano parente il signor Beake?
Della signora Sabine.
Clive fece un salto indietro: s, il movimento con cui indietreggi poteva chiamarsi proprio cos; poi rimase immobile.
Clive.... eccovi ragguagliato; non v' proprio altro: questo  tutto il segreto, oltre all'aver io detto al signor Beake che avevate bisogno di riposo e di pace e di sfuggire alla perpetua curiosit della gente, e averlo pregato di non dirvi che sapeva chi siete. Feci male dicerto: ma ne comprendete la ragione?
Ella non si moveva e aspettava da lui una parola; finalmente egli parl:
 inutile! disse. Noi non possiamo sbarazzarci di lei.
Clive! Ma....
Vi dico che  inutile.... che nulla pu giovare:  una persecuzione; noi siamo perseguitati.
Ma questa  una cosa proprio naturale, una cosa che poteva accadere a tutti, ella disse.
Mentre parlava Viviana guardava nel fitto buio del viale.
Proprio naturale, ella ripeteva abbassando la voce.
Era sempre tenace lei! disse Clive. Lei non poteva lasciare andare, non poteva addirittura; la sua era una volont che a poco a poco era divenuta mania, e da ultimo ossessione: la sua volont era come una macchina che una volta messa in moto non potesse esser fermata.
La sua voce aveva un tono fatalista: era quasi la voce di un uomo che si dava per vinto, di un uomo sconfitto che non aveva in s pi ardore combattivo. Viviana ne fu impaurita, ma nel medesimo tempo si sent eccitata: ella non intendeva di lasciarsi abbattere da un'impalpabile malia che emanasse dal buio di quel giardino affricano di cui non stormiva una foglia in quella notte senza un alito di vento: ella ebbe l'impulso di affermare se stessa, e nel medesimo tempo di combatter se stessa, baldamente, e di vincere.
Venite nella "Piccola Affrica", Clive, ella disse.
E riprese di nuovo il braccio di lui.
Perch?
Voltato indietro egli guardava una luce che brillava in una parte della casa.
 assai tardi, disse sempre con la stessa voce di vinto.
Venite, ve ne prego.
Viviana sentiva l'esitazione di lui: forse quella strana quasi occulta paura le era stata comunicata da lui.
Se non venite vado da me! ella soggiunse con fermezza.
Ma che bisogno avete di andar l dentro? egli domand.
Viviana non gli rispose, ma sfil il braccio di sotto al suo, poi mise il piede nell'imboccatura del tenebroso viale.
Viviana! egli esclam.
Ella vi s'inoltr e allora egli la segu rapidamente, l'afferr, e con gesto brusco le cinse con un braccio la spalla come volesse proteggerla.
 una cosa buffa, lo so, egli disse, ma ho la spaventosa sensazione che per qui vi sia qualcuno.
Che sciocchezza! ella disse.
Ma voi non avete mai?...
Codesta non  altro che la reazione dopo tutto quello per cui siete passato; cominci in voi quando partimmo, soltanto allora; principi con la grande stanchezza che vi prese in Hammam Chedakra: spesso vi spiavo quando eravate addormentato.
Clive ritir di scatto la mano dalla spalla di lei.
Mi spiavate?
S: sembravate cos stanco, quasi affranto dopo tutto l'accaduto; siete stanchissimo ancora e non potete veder le cose nella loro vera luce, e vi sembrano diverse da quello che sono. La vostra immaginazione le svisa perch siete cos stanco, perch avete i nervi tesi: dipende pi di quel che non crediate dallo stato fisico. Guardate: eccoci nella "Piccola Inghilterra".
Difatti erano usciti dal tenebroso viale e si trovavano fra le aiuole piene di fiori primaverili: nel buio giungeva loro l'olezzo delle mammole. Ella trasse Clive su un sedile da giardino accanto a lei, tenne la sua mano stretta nelle sue, e disse:
Il fatto che questo console sia lontanamente imparentato con.... con la famiglia Sabine,  un puro caso, una coincidenza come se ne danno tante: non saprei davvero che significato possa avere per noi.
Eppure me lo nascondeste! E diceste a lui, a un estraneo, di tenermelo nascosto.
S, perch sapevo lo stato di reazione in cui eravate: sapevo che le vostre condizioni non erano normalissime.
Egli non disse nulla.
Mi avete perdonato per aver tenuto quel segreto, per aver chiesto al signor Beake di mantenerlo? ella domand.
Perdonarvi? Non mi dite a codesto modo! Il mio perdono? Ma sarebbe una cosa mostruosa.
Eppure, mio caro, eravate stizzito con me: mi avete un po' rimproverato.... A sentirvi pareva quasi che mi odiaste.
Perch vi amo troppo, perch non posso sopportare che.... Sono orribilmente geloso di voi, Vi:  una cosa detestabile, lo so, ma non ne ho colpa.
Ma non potevate esser geloso del signor Beake!
Quando ho indovinato che fra voi due c'era un'intesa, qualche cosa tenuta segreta a me, qualche cosa che voi sapevate insieme a lui e che io non dovevo conoscere, ho sentito di odiarlo: che volete farci?  cos.
Avete sentito di odiare anche me?
Ero in preda alla disperazione; e per questo me ne sono stato solo solo in tutto il pomeriggio e stasera. Voi non sapete.... certe cose voi non le sapete.
S: da quando siamo qui soli, in questo luogo remoto, io l'ho capito, come non lo avevo mai capito in Inghilterra.
La mano di lui si mosse sotto quella di Viviana, come s'egli volesse svincolarsi: ma Viviana la serr ancor pi nella sua.
Un giorno io venni sulla terrazza, ella disse, fu il giorno in cui vidi per la prima volta quei libri. Uscii, e dopo un poco ritornai piano piano.
Piano piano?
S, non volevo esser sentita.
La mano di lui si mosse di nuovo.
Fermo! Fermo! Voglio dirvi tutto: io giunsi quasi presso la porta spingendo lo sguardo nella stanza; voi leggevate quel libro del Lombroso; io rimasi un momento l ferma e voi non alzaste mai gli occhi; non sapevate ch'io ero l: allora sentii, mentre vi guardavo, quanto non sapevo. Non  forse vero, mio caro, che nel nostro amore voi tenete nascosto a me molto pi di quel che io non tenga a voi?
Non  colpa mia, non  colpa mia! egli disse quasi in un sussurro.
Sono stata gelosa anch'io, ella disse.
Ma non ve n'ho mai dato ragione, credo!
Una donna pu essere orribilmente gelosa del passato: pu sembrarvi una cosa umiliante, degradante, ma  cos. Io mi sono spesso sentita tremendamente gelosa di lei; e mi  spesso sembrato ch'ella avesse ancora un potere, quasi ch'ella vivesse in un modo terribile, che io non posso mai spiegare o descrivere, nella mia vita, attraverso voi.
Attraverso me?
S, perch voi foste cos avvinto a lei nel passato, perch l'amavate.
Ah, questo poi no! egli disse sottovoce ma con veemenza. Io non l'amavo!
Quel giorno ch'eravamo insieme alla Corte, ella disse, proseguendo come se fosse spinta a parlare da qualche imperioso, irresistibile impulso, e che tutti pensavano a voi e a lei, mi sembrava che tutto il pensiero concentrato in quella sala dovesse richiamarla sulla terra, mi pareva ch'ella dovesse ritornare; e mi sentii orribilmente gelosa.
Ella tacque un momento, poi disse con grande semplicit:
Ora vi ho detto tutto, e mi sento pi leggera.
Clive fu scosso da un brivido.
Dite un po', Vi, non vi par che sia piuttosto fresco? egli disse.
Ma se  una notte cos placida; non spira un alito di vento: pare che gli alberi e anche il mare siano senza vita da quanto sono immoti.
Non sono senza vita, ma soltanto tranquilli; la vita non lascia le cose con tanta facilit: v' qualche cosa di spaventosamente persistente nella vita, qualche facolt, qualit, non so come chiamarla, che noi non comprendiamo. Forse ci che ha vissuto una volta non pu morire: potr soltanto cambiar forma o essenza.... Andiamo, Vi!
La fece alzare e si avviarono verso casa.
Quando vi giunsero, tutte le lampade erano spente, fuori che una: quella accesa era in camera di Viviana.
Vado a dire a Bakir di mettere i chiavistelli a tutte le porte, disse Clive.
Va bene: io salgo.
Egli entr nella casa buia mentre Viviana saliva la scala esterna che conduceva alle loro stanze; ella attravers la propria camera e usc sulla terrazza: di l ella poteva sentire il fioco mormorio del mare. I tre occhi dei fari, due gialli, uno rosso, si aprivano e chiudevano incessantemente, nel buio del mare, ed ella rimase al parapetto a guardarli sinch non ud il rumore di un passo pesante per le scale.
Clive andava a letto.
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CAPITOLO 9.
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Ella lo ud traversare il vestibolo che divideva le loro camere ed entrare in quella di lei.
Son qua fuori, Clive, ella disse volgendo gli occhi dal mare cupo e dalle luci intermittenti alla camera dietro a s.
Clive stava immobile sulla soglia; ella rimase sbigottita al suo aspetto: le ricordava quello dell'uomo da lei veduto nel salotto in Knightsbridge ergersi nella luce della sera presso la finestra che dava sul Parco. Quell'uomo usciva in quell'istante da un tremendo tormento e in certo modo quel fatto, il fatto ch'egli era stato messo alla tortura come pochi uomini lo sono, era impresso, come un sigillo nella cera, sul suo volto, su tutta la sua persona, si mostrava nell'espressione dei suoi occhi, delle sue mani, perfino nel suo atteggiamento. Erano ormai trascorsi quasi due anni, portando libert, amore soddisfatto, paternit, privazione di essa e ora lontananza dagli sguardi scrutatori, grande pace nella natura, un luogo d'incanto per abitazione.... e quell'uomo aveva ancora l'aspetto di un tormentato. V'era in lui sempre l'impronta, non meno profonda di prima, che lo segnava, che lo marchiava come una vittima. L'occhiata che Viviana gli diede dalla terrazza, un solo movimento degli occhi, rapido come un baleno, le narr tutta una storia d'inutilit: tutto era inutile, la devozione di se stessa e della sua vita, la loro lotta contro il mondo, culminante nella causa vinta contro Aubrey Sabine, il loro pellegrinaggio attraverso il mare in cerca dell'"asilo della felicit", la loro segregazione in quel piccolo paradiso d'alberi, tutto era addirittura inutile: qualche cosa di tremendo e di assolutamente inesorabile si ergeva sempre a sbarrar loro la via della felicit. Clive era infelice, torturato, come nel giorno del verdetto quando non aveva avuto tempo di riaversi dalla prova per cui era passato; anzi, mentre era l sulla soglia della stanza illuminata, parve a Viviana ch'egli fosse pi infelice, mostrasse ancor pi di prima l'impronta dell'infelicit.
Forse per la prima volta in vita sua ella cap che cosa voleva dire disperazione: sicch tutta la lotta, la lotta di lei e quella di Clive, erano state inutili? Il loro reciproco sforzo continuato era stato vano, non aveva portato a niente; e a un tratto Viviana sent ch'ella non potrebbe pi combattere.
Ella and in camera.
Che cosa c'? disse Clive.
Le parve che nella voce di lui vi fosse un sussulto.
Mi sembrate tanto triste stasera, tanto affranto, che vedendovi in codesto stato pensavo che davvero non serve a niente....
Ma che cosa? Io non capisco.
Tutto quello che si fa.... ma no, aspettate!
Ella tacque, poi disse:
Quello che pensavo era.... (noi donne non possiamo a meno di pensare a noi stesse) era che io non ho giovato in nulla a voi, che non posso esservi di alcun giovamento.
Codesto non  vero!
Oh, s, s,  vero!
Stese lo zanzariere che pendeva da un'asta di ferro dal parato e si mise a sedere sulla sponda del letto.
S, Clive,  cos, non m'inganno: ormai non posso pi ingannarmi: io non vi sono di alcun giovamento.
Teneva le mani piegate in grembo, il capo le si abbassava, tutta la sua persona aveva un atteggiamento di umiliazione; ma a un tratto ella alz la testa; serr le mani l'una nell'altra, il viso le prese fuoco, gli occhi le scintillarono ma v'era in essi qualche cosa di duro.
 lei! Ella combatte contro me, rende tutto inutile quello che io faccio: voi avete parlato or ora nel giardino della sua volont; avete detto che la sua volont era giunta a esser mania, poi ossessione; avete detto che la sua volont era come una macchina che una volta messa in moto non poteva venir pi fermata: avevate ragione. Voi la conoscevate, io non l'ho mai vista; voi l'amavate, io non so com'ella fosse: ma so per mia personale esperienza che avete ragione in quel che avete detto. S, avete ragione: la sua volont non ha ancor cessato di agire:  attiva anche adesso, io lo sento in questo momento: distrugge la mia vita.
Era meglio se non lo dicevo: ho fatto male.
Ma  la verit, e voi sapete quanto me, anzi molto meglio di me, come ci sia vero; e l'avete sempre saputo e codesta  una delle cose che avete tenute nascoste a me, o cercato di tener nascoste. Ella  ci che gli uomini chiamano morta: ma  viva nella mia vita e l'avvelena. Oh, lo so che voi siete stato geloso di Jim: vi siete sempre comportato bene, dissimulando, e questo mi era caro; ma Jim non  mai entrato nella vostra vita, non ha avuto un'azione su di essa n si  dato da fare per sconvolgerla. No. Se fra noi due uno ha avuto ragione di esser geloso sono stata io: Jim non era che un amico, non poteva esser mai altro che un amico per me; ma lei, lei non vi fu mai amica, ed  sempre stata mia nemica; e si d ancora da fare per martoriarmi: io sento che  penetrata nella mia vita, che vi s' infiltrata come qualche cosa sotto la pelle, proprio sotto la pelle.
Sembrava a Viviana che fosse accaduto qualche terribile evento e addirittura senza preparazione, all'improvviso. Una donna, una potente identit era a un tratto scattata da lei stessa e dava ragguaglio di una vita interna (che ella stessa aveva vissuto quasi inconsciamente) a lei e a Clive, con rudezza, senza vergogna n piet. Ed ella non aveva il potere di fermarla. Quella donna era infiammata di gelosia, era lambita dalle fiamme di quella brutta e irrefrenabile passione; ed ella stava nuda nel fuoco, mettendo in evidenza quella gelosia e facendone il racconto.
Avete detto poco fa che eravamo perseguitati, che non ci sarebbe possibile sbarazzarci di lei; e io ho ribattuto le vostre parole, lo so; perch parlavate sotto l'azione di una cosa proprio assurda, di una coincidenza puramente casuale, che non voleva dir nulla, insomma del fatto che quel povero e innocuo signor Beake  per l'appunto un lontanissimo parente di lei.
Diceva quelle parole quasi in tono canzonatorio; ma la sua voce cambi completamente quando soggiunse:
Fatto sta che io sono perseguitata e non posso liberarmene: le donne si accaniscono sempre verso le altre donne, a quel che ho sempre udito; personalmente non l'ho mai potuto sapere perch la maggior parte delle donne di mia conoscenza sono state molto buone e schiette con me. Ma ora comincio a capire che cosa intende di dire chi parla della loro durezza: non era ella dura con le altre donne? Non era?
Clive teneva il capo basso.
Ditemelo! ella insist.
S, qualche volta.
Lo so. Ella non mi ha mai visto quando era viva, ma sapeva di me e sono sicura che mi odiava.
Una volta vi vide! disse Clive come se non avesse potuto rattener quelle parole.
Quando? Dove? Non avevamo conoscenze in comune.
Voi dimenticate che migliaia di persone vi hanno veduta, sono state a guardarvi forse per ore senza che voi badaste a loro.
Come giocatrice di tennis!
Le parole familiari che si traevan dietro tante felici reminiscenze, pronunziate dalle sue proprie labbra, sembrarono richiamarla a se stessa. Fu come se ella si fosse sentita percuotere lievemente, con l'intenzione di scuoterla; e sotto quella percossa la donna che si ergeva nelle fiamme e raccontava la sua storia miseranda si offusc, s'illanguid, ritorn da dove era venuta. Tennis! Quella era la parola di Viviana Denys, la parola della fanciulla piena di salute, la parola di una vera fanciulla inglese. "Tipicamente inglese" ella era spesso stata chiamata. Ma che cosa voleva dir ci? Qual vero significato avevano quelle parole? Ora Viviana sapeva di non esser pi tipica; era una creatura affatto diversa dalle altre, complicata, chiusa, che non poteva pensare se non alle sue orribili sofferenze individuali, le quali erano differenti da quelle degli altri, come un volto  differente da qualsiasi altro.
Dopo quell'esclamazione, Viviana parve calmarsi; a un tratto si sent stanca, e come avvizzita e vuota. Si stese per parte sul letto verso il guanciale, sostenendosi sul braccio destro; e proprio allora un rumore incerto, come furtivo e pur diffuso, ruppe la quiete della notte. Ella lo ud e sulle prime non cap quel che fosse; poi ud la voce di Clive dire:
Piove!
Egli attravers la camera e and ad affacciarsi alla finestra.
Ecco che cosa aveva voluto dire quella strana quiete: l'avvicinarsi della pioggia. Il cielo era nero, non si vedeva una stella; ma non spirava nemmen ora un alito di vento. La pioggia cadeva greve; cadeva nel mare placido come l'olio, sulla polvere bianca ammassata sulla strada solitaria difaccia alla casa, sopra i folti alberi del giardino; picchiettava sui ventagli della "Piccola Affrica" e cominciava a rendere scuro, tenero e odoroso il terreno in cui avevano radice le mammole, nelle aiuole della "Piccola Inghilterra"; inoltre quella pioggia empiva la notte di una lieve inquietudine, ambigua e sinistra: perch non era ancora la pioggia dirotta che talvolta scroscia all'improvviso in Affrica, ma una pioggerella leggera nella sua caduta, furtiva nel penetrare nelle pi nascoste parti del giardino; sul terrazzo di fianco alla camera di Viviana le gocciole facevano un lieve e continuo rumore che poteva assomigliarsi a un ronzio, come se, pensava Viviana, una moltitudine di piccolissime cose turbinassero intorno a lei nel buio. Oltre alla pioggia sulla terrazza di fianco alla sua camera ella discerneva i vari rumori della pioggia fra gli alberi che crescevano compatti intorno alla casa; e quei rumori della pioggia sonavano tristi all'orecchio di lei. La sua depressione, la sua ansia, e ora il suo senso d'impotenza e perfino di disperazione non avevano aspettato, a quanto pareva, che un tocco finale; e ora lo forniva la natura: la pioggia sembrava battere piano piano e inesorabilmente sul suo cuore, sulla sua stessa vita, immergerla in qualche cosa di gelido, portar via a poco a poco da lei tutte le cose che avevano costituito o sembravano costituire quel po' di felicit da lei goduta. A un tratto, improvvisamente, il bel tempo ch'ella aveva creduto durevole era finito, e con esso se n'era andato non soltanto quel po' di sollievo ch'ella poteva aver trovato nel presente, ma qualsiasi speranza che avesse avuto per l'avvenire. Col mutarsi del tempo era avvenuto il mutamento della sua vita: eppure che cos'era accaduto? Quasi nulla. Ma ora a lei l'impalpabile sembrava addirittura reale, le cose invisibili concrete e minacciose, e tutto quel che era nascosto pi palese di qualsiasi cosa apertamente rivelata.
Piove!
Guard la figura di Clive incorniciata nel buio mentre, dinanzi alla finestra, egli le voltava le spalle; per un momento Viviana lo consider, quasi come se non le appartenesse, con una specie di straordinaria freddezza e precisione, sorta in lei da qualcuna delle profondit in cui giacciono confuse, nascondendosi, le cose che nel nostro intimo rimangono incerte e lasciano perplessi.
Quello era Clive.
Ella guard il suo capo, coi corti capelli foltissimi e scuri, il collo bruno che usciva dal colletto floscio, le spalle larghe ma non massicce, il dorso ben modellato, i fianchi stretti, le braccia muscolose ma con le ossa piuttosto minute, le gambe lunghe; il volto coi suoi occhi conturbatori, ostinati, risoluti e che potevano tanto agitare, le era nascosto, ma ella se lo raffigurava, se lo rendeva visibile con l'immaginazione.
Perch quell'insieme di ossa e di carne, di muscoli e di nervi, di cervello e di cuore, aveva il potere di farla soffrire in modo che tutta la sua vita sembrava pender da esso senza scampo? Perch un essere umano deve averne un altro a cui avvincersi e cos accrescere le tristi possibilit della vita?
Clive stava immobile guardando piovere; quella sua immobilit era strana: sembrava ch'egli fosse assorto nella contemplazione del buio in cui non poteva vedere che le gocciole cadenti presso la finestra illuminata, e le alterne luci lontane. Chi sa s'egli pensava a lei, come ella a lui, se fantasticava lui pure domandandosi perch quell'essere complesso che gli era vicino avesse tanto significato per esso. Era strano che la pioggia avesse troncato la loro tragica conversazione proprio quando stavano parlando della morta con un'intimit sino allora ignota fra loro.
La signora Sabine l'aveva veduta, l'aveva guardata dicerto con odio, ed ella non lo aveva mai sospettato.
Clive si rigir e guard Viviana scrutandola intensamente, e subito la sensazione di vedere in Clive un estraneo e la freddezza sparirono in lei.
Piover tutta la notte: s' buttato a pioggia, egli disse dopo una pausa. Devo serrar la finestra?
Senz'aspettare risposta, chiuse vetri e scuri; poi si rimise a guardar Viviana: nel suo sguardo v'era qualche cosa di molto strano, cos almeno a lei parve, come una profonda, tremenda richiesta unita a una risolutezza che aveva in s qualche cosa di sinistro. Ella non aveva mai avuto la pi lontana paura di Clive, nemmeno quando aveva capito che v'era in lui qualche cosa di misterioso, qualche cosa d'imprevedibile; ora ella non poteva dire di temer qualche cosa da lui, ma provava una certa inquietudine e fantasticava che cosa volesse significar quello sguardo, che cosa egli stesse per fare o per dire.
E proprio allora ella si ricord di avere avuto paura ch'egli scoprisse il segreto fra lei e il console e di aver rimproverato se stessa per quel sentimento: v'era in Clive qualche cosa di nascosto ch'ella anelava di comprendere perch in quella comprensione ella riacquisterebbe dicerto il coraggio assoluto che ora le faceva difetto.
Quando Clive vide negli occhi di lei il dubbio e l'ansia, disse:
Come abbiamo fatto tardi! Bisogna che io....
Si ferm, poi ritorn alla finestra, chiuse le tende in modo che combaciassero bene, e usc dalla stanza. Viviana lo ud attraversare il vestibolo ed entrar nella propria camera: egli non chiuse per altro la porta.
Aspett un momento, poi cominci a spogliarsi; sentiva Clive che si moveva per la sua stanza.
Quando ella ebbe finito di spogliarsi, entr a letto e si mise a fantasticare, piena d'inquieta attesa; non sapeva nemmen lei che cosa aspettasse, ma sentiva che gli eventi della sera non erano ancora finiti. Ma era notte adesso; se ne ricord a un tratto; dunque la notte porterebbe qualche cosa: Clive a momenti verrebbe, non le aveva dato la buonanotte; ma quando verrebbe non si limiterebbe a darle semplicemente la buonanotte, a baciarla, e ad andarsene per lasciarla dormire: ella ne era sicura.
Stesa nel letto ella poteva udir benissimo il rumore della pioggia cadente.
Finalmente Clive ritorn in pigiama; chiuse dietro a s la porta di camera e si avvicin al letto. Ella aveva scostato la tenda dello zanzariere dalla parte superiore del letto; tutta la parte inferiore ne era avvolta. Clive and alla sponda del letto, si ferm e silenziosamente abbass lo sguardo su lei; Viviana si accrse ch'egli tremava lievemente: quel tremito era quasi impercettibile, ma la spavent. Sollevandosi prontamente sul letto ella domand:
Vi fa freddo?
Clive scosse il capo, afferr una seggiola, sed accanto al letto, si protese e cinse le spalle di Viviana.
Perch mai siamo venuti qua.? egli disse.
E la trasse pi accosto a s.
Non dovevamo esser venuti qua.
Ma perch? Lo desideravate tanto.
Ignoravo: quando stendiamo la mano per prendere qualche cosa non sappiamo mai se il suo possesso non ci porter alla dannazione.
State male qui?
Io volevo la solitudine con voi: ve ne ricordate quando vi dissi: "Io ho bisogno della solitudine con voi, non della solitudine soltanto" o press'a poco cos?
Me ne rammento.
Qui noi l'abbiamo avuta sino a questo giorno.
S, e il povero signor Beake non ritorner pi.
Sino a un'ora dopo il nostro bagno sembrava che finalmente fosse venuta la placidit; ma era una sensazione puramente fisica, perch il mare procura un benessere. Anche quel giorno presso la corrente in Hammam Chedakra tutto sembrava andasse bene, vero? Ma v' sempre l'inatteso in agguato per assestare il suo colpo. Capitarono quei due, l'avvocato e sua moglie: e oggi il console.
Sicch pensate che sia inutile cercar di sfuggir ai casi della vita: credo anch'io che debba esser cos. Ma perch avete detto che non si doveva venir qua?
Non lo sapete perch?
Gli occhi di Clive pareva cercassero in quelli di lei la verit; e a un tratto ella si sent spinta a fargli una domanda.
Vi sembra che avessi ragione quando desideravo che affrontaste le cose, che rimaneste fra la gente che vi conosceva sotto il vostro vero nome? Vi sembra che abbia fatto male a finire col cedere, a venir via con voi, a vivere come adesso sotto un nome che non  il nostro?
Pu darsi che aveste ragione; in ogni modo  tutto inutile: questo luogo mi ha provato l'inutilit di tutto.
E allora, desiderate di uscirne, di andar via di qui e ritornare a Londra?
Egli non rispose, ma l'accost ancor pi a s e le baci il collo; aveva le labbra scottanti e aride; e nel loro tocco v'era qualche cosa che spavent Viviana: le pareva quasi che quelle non fossero le labbra di Clive.
No! Non fate cos, ella disse.
Egli la strinse a s e continu a baciarla; Viviana si dibatteva; doveva dibattersi; perch a un tratto ella cap come mai Clive non le aveva dato la buonanotte ed era ritornato da lei. Ella era sua moglie e lo amava, ma quel miscuglio di meschinit mentale e morale col desiderio fisico urtava qualche cosa in lei, le faceva provare un vero disgusto; le pareva di esser considerata come una preda, o come un semplice mezzo di sfogo, come se in lei Clive cercasse un momentaneo oblio a ci che per lui era divenuto intollerabile. E quello non era l'amore come lo intendeva Viviana, ma qualche cosa molto pi meschino, anzi quel che si poteva chiamare la profanazione dell'amore. Ma con sua sorpresa e orrore Clive non indietreggi subito, come s'era aspettata, quando egli sent la sua ribellione; le braccia di lui non allentarono la loro stretta. Egli era molto pi forte di lei, e ora adoprava la sua forza, costringendola a rimaner nel suo abbraccio. E a un tratto ella si ricord dello strano sguardo ch'egli le aveva dato dopo aver chiuso la finestra, uno sguardo in cui v'era qualche cosa d'inquisitorio e insieme una risolutezza che aveva qualche cosa di sinistro: proprio in quel momento Clive aveva pensato di ritornare: Viviana lo sapeva.
Ella cerc di liberare un braccio e rivoltandosi nel letto spinse con tutta la forza della sua mano la spalla destra di Clive per scostarlo da s, e nel far cos udiva se stessa dire:
No! No!
Una voce replicava
Ma dovete!
E allora, stranamente, le sembr che la lotta fosse una rissa fra le loro due gelosie, v'era accanimento per il possesso a cagione di un'oscura ma potente gelosia; v'era accanimento nella difesa per la medesima tremenda ragione.
V'era la signora Sabine in quella lotta; Viviana lo sentiva: poich Clive cercava di sfuggire alla signora Sabine e lei, Viviana, era stata scelta da lui come scampo. Egli era perseguitato: era stato sempre perseguitato sin da quando Viviana lo aveva conosciuto e la morte non aveva posto fine a quella persecuzione: ed egli s'era rivolto a lei, contava ora su lei per rifugio. La stanza sul mare.... e lei: che cos'era ella se non qualche cosa in cui egli potesse sfuggire a se stesso? Ed ella aveva creduto di esser per lui qualche cosa di tanto diverso! La gelosia, la delusione, l'amarezza s'impossessarono addirittura di lei; le parve che in quel momento tutto le si facesse chiaro per la prima volta: ed ella si ribell a Clive.
Forse quell'intima ribellione contribu ad accrescere in Viviana la forza, oppure egli la sent misteriosamente e ci ebbe azione su lui; ad ogni modo, la forza furibonda, l'ostinata, fiera determinazione, la bestialit, parvero ammansirsi in lui; e dopo un'altra breve lotta ella pot svincolare l'altro braccio e respingerlo. Clive cadde all'indietro sulla seggiola accanto al letto, ansimando, con gli occhi fissi su lei: e fra loro piomb il silenzio.
Andate via, per piacere! ella disse dopo un poco.
Cercava di parlare con calma: l'orrore di ci che era accaduto gravava ancora su lei come un incubo, ma ella cercava di contenersi; si sentiva tremendamente umiliata, avvilita come se la sua femminilit fosse stata trascinata nel fango: in quel momento provava orrore di essere una donna, provava orrore che Clive fosse un uomo, e tutto il suo essere richiedeva, sentiva il bisogno di un'assoluta solitudine. Ella abbass gli occhi, vide il suo seno in parte scoperto, e subito si copr con dita tremanti.
Andate via, per piacere! ella ripet. Ho bisogno d'esser sola.
Perch? disse lui, continuando a fissarla e col respiro ancora affannoso.
Non posso sopportare quello che fate: voi cercate di rifugiarvi in me per sfuggire a lei.
Questo non  vero.
 vero! Codesto non  amore.... .... .... Voi non vedete in me che un nascondiglio.
Che cosa intendete di dire?
Ella cerc una risposta e trov quella che compendiava l'intero stato delle cose, quale si presentava a lei.
Voi vedete in me un nascondiglio, non il vostro asilo della felicit.
E nel dir quelle parole le si presentarono all'immaginazione quei due amanti di cui le aveva parlato Clive, che avevano nascosto agli occhi degli uomini la loro gioia nell'oro dell'estate affricana fra gli oleandri selvatici presso il fiumicello.
Ella sent di non poter pi a lungo sopportare.
Andate via, per piacere! disse per la terza volta rintanandosi sotto le coperte perch egli non potesse vedere il tremito delle sue mani. Ho bisogno di esser sola.
Clive si alz e rimase fermo accanto al letto: sembrava titubante, come se meditasse qualche cosa, ma fosse incerto. Finalmente disse:
Avete torto.
Ora non la guardava pi; aveva abbassato gli occhi; tenendoli sempre chini soggiunse dopo una pausa:
Mi sarebbe ben facile provarvi che io vi ho amato anche troppo:  stato questo il mio grave errore, l'amarvi svisceratamente, il non potere....
Non fin la frase, ma si scost dal letto e and lentamente in camera sua.
Quando egli fu uscito, Viviana si alz e s'infil una vestaglia; sapeva che dopo quanto era accaduto era inutile aspettare il sonno; rimanere in letto le sarebbe intollerabile: bisognava si alzasse. Ma quando si fu rivestita non seppe che cosa fare: in camera v'erano dei libri, ma ella non poteva leggere. Forse per la prima volta in vita sua si sent irrequieta: vi sono delle pazzie che spingono al movimento, che non tollerano l'immobilit: le pareva di essere in tale stato.
And alla finestra della terrazza, tir le tende, gir la maniglia e spalanc la vetrata. Ora pioveva a dirotto; l'acqua rimbalzava sulle mattonelle; l'aria era piena di folate umidicce e di odori che giungevano a lei come cose viventi dal buio fitto della notte. Quelle folate, quegli odori e il rumore della pioggia le procurarono un momentaneo sollievo. Ci che aveva fatto Clive, la loro lotta orrenda e umiliante, aveva reso per il momento quella camera, scena di una tragedia, peggiore di una prigione: per quella notte non poteva uscirne, ma voleva che almeno la natura e la notte la purificassero. E lesta lesta ella and alle due finestrine che davano sugli alberi del giardino e spalanc anche quelle: parve cos che nella camera si diffondesse ancor pi la notte, buia, umida e odorosa e il rumore della pioggia si accrebbe tenendole compagnia.
Rimase in piedi presso una delle piccole finestre; di l non poteva vedere apparire e sparire le luci dei fari: dinanzi a lei si stendeva una muraglia di tenebre contro la quale ella poteva distinguer soltanto i rami di un'acacia che cresceva accosto a quella parte della casa. Ella si affacci alla finestra, allung le braccia nude perch la pioggia vi cadesse sopra, tocc, afferr le foglie pi vicine dell'albero bagnato. Provava come un insano desiderio di uscir fuori in giardino per sentirsi grondare addosso la pioggia sotto la volta degli alberi; ma questo non lo poteva fare: Clive udrebbe risonare i suoi passi nel vestibolo. Quando era uscito dalla camera di lei ne aveva chiuso la porta, ma ella non sapeva se quella della camera di lui fosse chiusa, anzi se la figurava aperta; non sapeva perch credesse questo, ma era convinta che quella porta non era chiusa.
Quando fosse passata la notte, come s'incontrerebbero la mattina, dopo quanto era accaduto? Come potevano riprendere la loro solita vita, come non trovarsi a disagio insieme nel completo isolamento in cui erano? Ognuno di loro dipendeva assolutamente dall'altro in quella vita affricana: era terribile contemplare il domani.
Viviana cerc di convincer se stessa che la sua mente esagerava, rendeva di una grandezza mostruosa un fatto che bench spiacevole era di poca entit; cerc di persuadersi che fra molti coniugi v'erano senza dubbio gl'incidenti e gli screzi che s'erano insinuati tra loro due, e che tuttavia la vita di quella gente non era infelice. Anche l'amore deve portare il suo peso, aver le sue ore di sgomento, di abbattimento. Lo ripeteva a se stessa, ma tutto era inutile: Clive e lei non erano gente comune, o se erano, il destino aveva decretato che non fosse comune il loro connubio. Ella aveva lasciato tanto e sopportato tanto per Clive, ed egli s'era attaccato a lei, ella lo sapeva, con tale disperazione attraverso le difficolt della sua strana vita, che il loro connubio non poteva esser comune: poteva esser agitato, poteva esser tragico: una cosa ordinaria non mai.
Era forse per questo ch'ella si sentiva agghiacciare per l'accaduto, e non sapeva come affronterebbe la mattina.
E ora cominciava a biasimar se stessa.
Aveva ritirato le braccia bagnate di pioggia; se le asciug con un fazzoletto, trasse una seggiola presso la finestra alla quale s'era affacciata, si mise a sedere e cerc di sforzarsi alla calma.
La signora Sabine! Quando Viviana, cercando di scusar l'uomo ch'ella amava, cominci a biasimar se stessa, trov di nuovo l'inciampo della signora Sabine. V'erano stati momenti, morbosi senza dubbio e assurdi, cos direbbe per lo pi la gente comune, in cui le era sembrato di accorgersi della morta come di una persona che la ossessionasse, turbasse la sua vita e quella di Clive come avrebbe potuto turbarle una persona maligna; in cui aveva sentito che la scomparsa era ritornata, incapace di sopportare ci che avveniva sulla terra al suo antico amante, spinta a tentare un'occulta intrusione nella vita ch'egli menava con un'altra donna. La verit senza dubbio era soltanto questa: che la donna morta viveva semplicemente nell'intima intensa persuasione di cui Viviana e Clive non potevano sbarazzarsi. Essi costringevano, a cos dire, la signora Sabine a vivere, e anche ad essere attiva, merc la preoccupazione che avevano di lei. Non era la morta che non voleva lasciar loro in pace, erano piuttosto loro che non volevano lasciare in pace lei: lei, Viviana, richiamava l'estinta con la sua orribile gelosia del passato. S, le cose stavano a quel modo; e in quella notte la gelosia era proprio arrivata al colmo, aveva suscitato nella morta un'intensa attivit. Quando Clive s'era mostrato cos ardente, Viviana, a cos dire, aveva invocato la signora Sabine quasi come Saul aveva invocato la Strega di Endor: non era stata quella un'abominevole perversit?
Viviana vide se stessa come una di quelle sciagurate donne che si avventano sulla propria felicit e cercano di distruggerla.
Ella aveva accusato Clive di cercar di sfuggir alla persecuzione della signora Sabine col porre sua moglie tra lui e l'estinta, come una specie di barriera dietro alla quale egli potesse rifugiarsi; e lo aveva anche accusato di qualche altra cosa, di cercar di dimenticar momentaneamente la morta abbandonandosi alla passione fisica, di tentare di adoprar lei, sua moglie, come lo strumento dell'agognato oblio.
Era un'accusa crudele, se falsa: e forse era falsa.
Il senso d'inquietudine intensa si accrebbe in Viviana: ella non sapeva che fare. Si alz e and qua e l per la stanza, senza scopo, usc sulla terrazza, stette ad ascoltare la pioggia ora torrenziale che vi batteva sopra, si mise a guardare l'intermittente luccichio degli occhi gialli e rossi, ritorn alla finestra presso l'acacia, si rimise a sedere sulla seggiola da cui s'era alzata poco prima, dopo un momento balz in piedi e vi rimase irresoluta. Ora si sentiva presa da una profonda tenerezza per Clive: prima di quella notte non era mai stata aspra con lui; certo ella aveva pi di una volta soggiogato la sua volont, aveva fatto prevalere la propria, lo aveva persuaso o indotto a fare ci che egli non aveva desiderato; ma tutto questo era stato per il bene di lui, non per egoismo, l'aveva fatto spinta soltanto dall'amore per lui, e talvolta da un fiero desiderio di elevarlo a un pi alto grado nella stima di se stesso, di restituirgli piena e intera la virilit dell'animo.
Ma quella notte non era stato cos: ella gli aveva resistito, aveva lottato violentemente contro di lui, lo aveva respinto da s freddamente, perfino con una specie di disgusto. E quando se n'era andato, ella non aveva avuto per lui una buona parola, non aveva scambiato con lui uno sguardo affettuoso o gentile: s'era lasciata dominare da una tremenda durezza.
Anche ci era dovuto alla signora Sabine.
Ora veniva a Viviana l'idea terribile che ella cominciasse a cadere in potere della morta, che il proprio carattere perdesse la sua naturale disposizione, si piegasse forzatamente a divenire un carattere affatto dissimile dal suo, e che ella detestava, che fosse subdolamente indotta a rendere un inferno la vita di Clive da colei che gi lo aveva perseguitato, e che ora non poteva sopportare che egli gustasse un po' di felicit. Viviana sapeva, tutti sapevano, che l'amore della signora Sabine per Clive era stato un genere di amore, proprio a un certo tipo di donne, che dall'ardore passa alla persecuzione: era stato, doveva essere stato dicerto, un amore inquinato e deturpato da un mostruoso egoismo; non doveva esservi stato in esso nulla di quella abnegazione che nella donna  il segno di ogni amore veramente grande.
"Ma un amore come quello non  il mio, non sar mai il mio," disse fra s Viviana.
Ella sent accrescere in s la tenerezza, una specie di tenerezza amara, piena di accuse per se stessa, e di desiderio di espiare; si ricord dello sguardo di Clive mentre egli stava seduto con gli occhi fissi su lei dopo ch'ella si era svincolata violentemente da lui, uno sguardo di tormentosa prostrazione ma di una prostrazione tutt'altro che semplicemente fisica; ella ricordava il tono della sua voce allorch aveva detto: "Mi sarebbe ben facile provarvi che vi ho amato anche troppo".
E allora perch il suo gelo non s'era sciolto? Perch non aveva chiesto a Clive la prova di cui egli aveva parlato? Non che ella avesse bisogno di una prova maggiore di quella datale da Clive tanto tempo fa: e Viviana ricordava dei momenti in cui egli aveva mostrato perfino con ferocia il suo appassionato amore per lei. Eppure.... quella prova!
Viviana cominci a fantasticarvi sopra, a chiedersi che cosa potesse essere: ora si ricordava che v'era stato un'inflessione di straordinario significato nella voce di Clive nel dire quelle parole; non l'aveva guardata pronunziandole, e in certo modo quel fatto pareva avere accresciuto il loro profondo significato, pareva che in quel momento non avesse osato guardarla.
Ora aumentava in Viviana l'irrequietezza in modo da tormentarla: non poteva stare a giacere, non poteva trovar riposo; non poteva leggere, non poteva pi sedere presso la finestra aperta ad ascoltare la violenza della pioggia che sembrava andar crescendo. Bench Clive non l'avesse guardata nell'andarsene ella aveva guardato lui, mentre usciva, mandato via da lei, punito, condannato. Ed egli era cos sensibile! Quello era stato dicerto un tremendo momento per lui, un momento di grande umiliazione. Nell'uscire aveva l'aspetto di un uomo affranto e umiliato; l'espressione del suo volto era di grande desolazione, e la sua voce quasi fioca; non aveva nemmen finito l'ultima frase detta con parole tronche: "L'amarvi svisceratamente.... non potere...", poi la voce s'era spenta, e non s'era pi udito altro che il rumore della porta richiusa.
Un uomo sensibile pu dicerto prendere in odio una donna quando ella abbia agito come lei, in quella notte. La reazione dopo la passione soffocata dev'esser tremenda, smaniosa: in tale reazione doveva generarsi l'odio.
Viviana cominci a fantasticare con profonda ansia che cosa poteva far Clive; era sicura ch'egli non era andato a letto; dopo quello che era accaduto non gli sarebbe dicerto riuscito di coricarsi e dormire: forse anche Clive ascoltava da una finestra aperta la pioggia che batteva sui viottoli del giardino e martellava il folto fogliame degli alberi. Le finestre della sua camera erano dallo stesso lato della casa e allo stesso livello delle finestre pi piccole della camera di lei. Ella si spenzol nel buio per vedere se in camera di Clive v'era il lume acceso; la pioggia le scrosciava sul capo e sul collo mentre si protendeva tanto che le foglie umide dell'acacia le sfioravano la gota. A un tratto ella prese la determinazione che se vedesse uscir la luce dalla camera di Clive andrebbe da lui, gli mostrerebbe la tenerezza che le faceva groppo alla gola, che la spingeva al pianto; cercherebbe di chiarir le cose: se la camera fosse al buio ella non vi andrebbe.
Mentre ella voltava il capo verso la finestra di Clive, le cadde sul viso insieme alla pioggia un rovescio di fredde gocciole raccolte sulle fronde. Nella stanza di lui v'era il lume: ella si ritir lesta lesta.
Le gocciole le correvano per il collo e sul seno, ne aveva i capelli inzuppati: ella prese un asciugamano e si stropicci rudemente. Ora sentiva di dover riparare, era ansiosa di mostrare a Clive il suo rammarico per quanto era accaduto; voleva chiedergli perdono; perfino questo voleva fare: l'orgoglio si ritira in disparte quando giganteggia l'amore.
Non han lunga durata pianto e riso,
N amor, n desiderio, n rancor....
Pos l'asciugamano, and alla porta di camera e l'apr.
L'uscio della stanza di Clive era socchiuso, e nel vestibolo che separava le due stanze brillava un raggio di luce. Viviana si ferm sulla soglia della propria camera e ascolt; ma il suono della pioggia era udibile anche di l, e ora l'infastidiva: avrebbe voluto sentire se nessun rumore usciva dalla camera di Clive.
Ritorn indietro in punta di piedi e and a chiudere piano piano le tre finestre, poi si avanz di nuovo sino alla soglia e rimase l ferma ad ascoltare.
Ma ancora ella udiva, persistente e tormentoso, il rumore della pioggia; adesso lo udiva difaccia a s: le finestre della camera di Clive dovevano essere aperte, Ella esit: che cosa faceva Clive? Quale effetto poteva avere avuto su lui il penoso evento di quella notte?
Come la riceverebbe s'ella entrasse?
Era tremendo quel suo dibattersi mentalmente, e il fatto che si dibatteva le provava la necessit di agire senza indugio.
Ella attravers la saletta e pass in camera di Clive.
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CAPITOLO 10.
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Viviana non sapeva nemmeno lei che cosa si aspettasse di vedere in camera di Clive; aveva fantasticato per un pezzo che cosa egli potesse far l: ma lo trov occupato in cosa che la fece sussultare dalla sorpresa. Nella parete opposta a quella in cui era la porta, e proprio difaccia ad essa, v'era una scrivania, dinanzi alla quale, Clive, in pigiama, stava scrivendo. Viviana non udiva affatto scorrer la penna sul foglio, ma vedeva il movimento della mano di Clive da sinistra a destra, vedeva che di tanto in tanto egli intingeva la penna nel calamaio che si trovava alla sua destra. Egli teneva il dorso molto curvo, il viso gli rimaneva bassissimo, quasi sfiorava la tavola. Assorto nel suo lavoro, egli non l'aveva udita, e Viviana rimase sul limitare della porta senza staccargli gli occhi da dosso ma egli non sent la sua presenza. V'erano le finestre aperte e la stanza era piena del rumore della pioggia. Dal soffitto pendeva una lampada accesa ed era pure accesa quella del piccolo lume che stava sempre sulla scrivania. La stanza piena di rumore era altres piena di luce; e in mezzo a quel rumore e a quella luce un uomo curvo, in pigiama, scriveva: Clive.
Viviana rabbrivid.
Quella strana attivit notturna, quell'energia che richiedeva il costante impulso del cervello, indicava dicerto una triste freddezza del cuore: com'era possibile che dopo quello che era accaduto Clive fosse capace di starsene seduto a lavorare con tanta assorta intensit? Perch egli doveva sicuramente attendere a qualche lavoro, non scriveva dicerto una lettera: v'era qualche cosa nel suo atteggiamento, nei suoi movimenti, nel fare scorrere la penna sulla carta che faceva sicura Viviana non trattarsi di una lettera qualunque, ed ella vide alcuni fogli di carta sparsi sul pavimento presso il piede sinistro di Clive.
Le ritornarono in mente le lunghe assenze di lui nella stanza sul mare; i diversi volumi ch'egli aveva fatto venir da Londra: doveva tenerlo occupato qualche lavoro, forse incominciato in qualche tempo ignoto a lei; ma ci non importava: tutto quello che interessava Clive, che lo aiutava a vivere, doveva essere accolto con festa da lei. Eppure era troppo donna per non sentirsi irritata dal fatto ch'egli lavorasse proprio in quel momento, che potesse lavorare, rimanere assorto nel suo lavoro, mentre ella si era tanto tormentata per lui, e aveva supposto, anzi era stata certa, ch'egli si tormentasse per lei.
Dopo esser rimasta per un poco dov'era (per quanto tempo non avrebbe potuto dirlo) Viviana si propose di non parlare ma di ritornare in camera sua e chiudervisi aspettando la mattina. Clive non sentirebbe la sua mancanza; pareva ch'egli l'avesse dimenticata addirittura: aveva desiderato il suo corpo, ella gli aveva resistito, e adesso egli s'era affidato al proprio cervello. Viviana non poteva capire; era confusa dal mistero di tutto ci: si sentiva fredda, triste, profondamente umiliata; e ora provava un intenso desiderio che Clive non sapesse ch'ella era andata a cercarlo.
Raccogliendo con ambedue le mani la veste da camera perch non frusciasse, ella si volt per andar via; ma proprio mentre metteva il piede nella saletta ud dietro a s la voce di Clive:
Viviana!
Ella si volt con un sussulto: Clive era in piedi dinanzi alla scrivania. Egli doveva aver girato lo sguardo proprio nel momento in cui ella usciva dalla stanza ed era scattato in piedi: il rumore della pioggia le aveva impedito di udire il movimento. Ella non seppe che dire.
Eravate entrata qui? disse Clive.
S.
E tornavate via?
S.
Quanto tempo siete stata sulla porta?
Non saprei.
Viviana, egli disse con voce incerta, esitante. Perch siete venuta? Che cosa vi ha spinto a venire?
Un impulso irrefrenabile di verit le fece dire gravemente, mentre lo fissava con gli occhi luccicanti:
Ero venuta per chiedervi perdono.
Clive abbass lievemente il capo come se ella gli avesse assestato un colpo che a un tratto diminuisse la sua forza.
Perdono di che? egli disse con un filo di voce.
Sono stata cattiva con voi; vi ho parlato rudemente.... sono stata fredda e dura con voi.... Credo che fosse gelosia: mi pareva che voi tentaste di dimenticar lei in me, tentaste di adoprar me come un mezzo di dimenticar lei: pensavo che voleste me proprio in quel momento, perch anelavate di dimenticarla, di allontanarla da voi, fosse pure per breve tempo. E io mi sono irrigidita, e mi  parso quasi di odiarvi. Ma non voglio ch'ella ci divida; e perci ero venuta a dirvi che mi rincresce....
Ella guardava i fogli sparsi sotto la scrivania.
Suppongo per che abbiate gi dimenticato tutto, soggiunse.
E nella sua voce v'era un suono di sgomento che faceva pensare alla disperazione.
Dimenticato! disse lui.
S; poich vi ho veduto scrivere, lavorare....
Lo facevo per voi.
Per me? Scrivevate a me?
Egli and verso di lei.
Entrate, disse.
La prese per il braccio, la trasse nella stanza e chiuse la porta.
 inutile: cos non pu durare, egli disse. Ho provato, ho lottato, mi sono martoriato nella lotta; credevo di averne la forza; sono andato avanti per un pezzo, per il tratto che la gente penserebbe il pi scabroso; mi era parso di aver vinto, ma  poi venuta la grande delusione. Lei non mi vuol dar pace. Le persone, certe persone, non si quietano quando sono quel che noi chiamiamo morte; e me ne sono accorto specialmente qui, nella solitudine, in ci che doveva essere una placida oasi per noi due soltanto. Per me non v' alcun "asilo di felicit", Vi: questo soggiorno, per quanto breve, me lo ha insegnato. E stanotte, dopo che voi mi avete respinto, e io ho sentito che per un momento mi avete odiato, io cercavo di raccontarvi, cercavo di dirvi....
Viviana guard i fogli sparsi in terra, poi la scrivania.
Che cosa volevate raccontarmi? Che cosa avevate piacere ch'io sapessi?
Clive non rispose.
Forse qualche cosa che riguarda lei?
Egli continu a tacere.
Io non capisco. Non so.... perch mi dobbiate scrivere: perch, invece, non mi parlate? Forse perch.... perch stanotte v' stata fra noi quella scena?
Lo stesso silenzio: pareva che Clive non potesse pronunziare una parola. Viviana cominci a provare una certa apprensione per quel mutismo che non le sembrava punto naturale.
Sentivate di non potermi parlare perch mi ero contenuta a quel modo con voi, ella si sforz a dire. Perch vi avevo detto di andarvene e lasciarmi tranquilla; s, s, capisco: ma ora.... non abbiamo rifatto la pace? Vi ho gi detto quanto m'era rincresciuto, come mi pentivo.... Una scena simile non si ripeter mai pi fra noi: io non potevo sopportare nemmeno una momentanea separazione da voi, quella separazione l, la separazione degli animi nostri. Mi sentivo tremendamente smarrita poco fa in camera mia, e la sensazione era angosciosa; e voi non vi sentivate sperso?
S, disse lui.
Ella torn a guardare i fogli di carta scritti; i suoi occhi ne erano attratti: una grande curiosit cominci a svegliarsi in lei.
Riguardano la signora Sabine, ella disse.
S.
Voi e lei.
S.
E voi pensavate che il parlarmene mi renderebbe atta a comprenderci meglio, o qualche cosa di simile?
Mentre adesso lo guardava con intensit, Viviana si accrse ch'egli era divenuto pallidissimo vicino agli occhi. Il suo viso era abbronzato dal sole, ma ora presso gli occhi v'era un biancore strano, tutt'altro che naturale, come se in quel punto egli fosse esangue. Pochi momenti prima ella lo aveva veduto scrivere speditamente con grande attenzione ed energia: ora nella sua immobilit, nel suo mutismo v'era come un impietrimento.
Ma che cos' che mi volete far sapere? ella riprese. Ditemelo, oppure fatemi vedere quel che avete scritto. No? Ma che cosa accade fra noi? Che cosa c' avvenuto quaggi? Io dissi che dovevamo portar con noi la nostra luce: sembra invece che vi abbiamo portato le tenebre. Ma che cosa c'? Da quando siamo qui qualche cosa  cominciata a interporsi fra noi: non siamo pi stati quel che si soleva essere. Forse la colpa  mia: io ho mancato di sincerit con voi riguardo al console; forse tutto  cominciato di l. E allora voi.... Clive, siamo scambievolmente sinceri, sinceri addirittura: io sono sicura che in ci  l'unica probabilit di felicit tra noi. Io non posso vivere se non v' fra noi vera sincerit: perfino il segreto pi insignificante guasta tutto. Lo so che in questi giorni ho cercato di tenervi nascosto qualche cosa, e voi siete stato ferito a morte anche di quella piccolezza, una vera inezia, s, ma che pur ci separava. Ci mi ha servito per altro di lezione. Riprendiamo la vita da questo punto, e da ora in poi non mi nascondete pi nulla. Ditemi tutto, qualunque cosa sia, oppure fatemi leggere quel che avete scritto. Un animo mi dice che lei ha potuto infiltrarsi nella mia vita perch tutto tutto non  stato palese fra noi, mentre se da ora in poi sar, se nulla terremo scambievolmente occulto, perch scambievolmente ci amiamo, ella non avr pi su noi alcun potere. Sar quasi come ricacciarla indietro, mentre le abbiamo dato albergo fra noi, io con la mia gelosia (poich sono stata gelosa di lei) e voi.... voi con....
Con...?
Esattamente non lo so; ma mi pare che ella debba occupare di continuo il vostro pensiero. Avete detto or ora ch'ella non vi lascerebbe mai andare; questo non pu esser vero; pu darsi che, all'opposto, voi non vogliate lasciare andar lei. Quella donna era infelice e rese infelice voi pure. Ma ora tutto  passato; tutto  finito adesso; lo sappiamo ambedue: non pu essere altrimenti. Siamo sinceri, fiduciosi; abbiamo diritto noi pure a un po' di felicit e di pace: abbiamo diritto di vivere in buona armonia, adesso.
Voi ne avete diritto davvero alla felicit.
E voi pi di me, dopo esser passato per cose tanto tremende.
Sono stato punito, ma non quanto bastava, sembra.
Ma come potete meritare?...
Lo merito.
Ma perch?
E nel far quella domanda lo guardava con trepidazione.
Ve lo dir, Viviana: bisogner che ve lo dica,  inutile....
Si ferm, poi riprese, parlando, a quanto sembrava, con grande sforzo.
Prima o poi lo saprete, ma per ora non mi domandate altro.
Si pieg lentamente, con attenzione, raccolse i fogli sparsi sul pavimento, li mise in ordine, poi rialzandosi li pos sulla tavola riunendovi il foglio che aveva scritto sino a mezzo allorch Viviana era entrata in camera sua: poi and lentamente a lei e la cinse con ambedue le braccia.
Or ora mi avete chiesto di perdonarvi: e voi mi avete perdonato?
S.
Lasciatemi venir con voi, Vi: posso ora?
Accost la bocca a quella di lei e le prem fortemente le labbra.
Attraversarono il vestibolo ed entrarono in camera di Viviana.
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CAPITOLO 11.
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Due giorni dopo giunse alla villa un telegramma per Clive; egli lo apr e lesse:
"Vostra madre malissimo, colpita apoplessia. Medico nessuna speranza miglioramento. Venite possibilmente."
Clive lesse le parole sulla striscia bianca, torn a leggerle e guard in su. Era il tocco e mezzo e Viviana e lui avevano finito allora di far colazione, ma erano sempre in sala da pranzo. Fuori il giardino umido fumigava sotto un cielo plumbeo che pareva gonfio. La pioggia, durata di continuo per circa sessanta ore, era cessata, ma nell'aria ve n'era nuova minaccia. Anche il mare, quasi immoto, aveva il colore del piombo sotto il cielo basso. Non tirava vento.
Che cosa c'? domand Viviana.
Mia madre  moribonda, rispose Clive.
Parlava senza commozione e tornava a guardare il telegramma.
 di Bob Herries che mi dice di andar subito in Inghilterra.
Oh, Clive!
Ella scatt in piedi: le pareva gi d'essere in viaggio. Il mare, la Francia, l'Inghilterra, l'Affrica lasciata di repente indietro, il tornare a immergersi nella vita in cui v'era tanto di tremendo e complesso da sopportare con l'aggiunta di questo dolore! Come vi resisterebbe Clive? Viviana ne fu sbigottita, e per un momento parve non raccapezzarsi nemmeno, non credere alle parole di Clive.
Povera mammina! Povera mammina! disse dopo un momento. Che male?
Un colpo.
E non v' speranza?
Nessuna.
Oh, che dolore! Che immenso dolore!
Si mosse per andare a lui con istinto di tenerezza; ma egli si alz prontamente e rimase immobile, come irrigidito. Viviana si ferm; aveva steso una mano: la ritrasse.
Quando partiamo? Quando potremo prendere un piroscafo?
Bisogna ch'io rifletta un po', egli disse.
Bakir ben Yahia che era rimasto solennemente in piedi sulla soglia, diceva ora in francese, con la sua solita voce lenta, impastoiata:
C' risposta, monsieur?
Ora vengo da me, disse Clive.
E usc dalla stanza seguto da Bakir.
Stette un pezzo, quasi un'ora. Frattanto Viviana aspettava sforzandosi di rimettersi, ma era ancora quanto mai eccitata e come sbalordita. Sentiva che avrebbe dovuto cominciar subito a fare i bauli, preparar tutto per la partenza: col pensiero se n'era gi andata, gi affrontava la vita in Inghilterra, ricominciava ad essere Viviana Baratrie; ma sino a che non ritornava da lei Clive sentiva di non poter far nulla. Tutto quel tempo ch'egli si tratteneva faceva pensare a esitazione, a un combattimento mentale, a qualche cosa di questo genere. Un pensiero, un pensiero che era come una paura, assal Viviana: era possibile?... poteva darsi ch'egli non sapesse risolversi ad affrontare il ritorno? Che non intendesse di andare?
Finalmente la porta si apr, ed ella lo vide entrare; pareva grave e calmo; ella si alz.
Che cosa facciamo? Non dobbiamo deciderci?
Ho gi deciso. Vi  un piroscafo che salpa domani per Marsiglia. Va via a mezzogiorno: prender quello.
S.... andremo con quello: vado subito a fare i preparativi.
Io vorrei.... che voi rimaneste qui.
Ma come? Non mi desiderate con voi? Vorreste lasciarmi qua sola?
S.... ho bisogno di lasciarvi qui come garanzia.
Come garanzia?
Che la nostra vita affricana non  giunta al suo termine, che, qualunque cosa avvenga, noi non la lasciamo per davvero, Vi; voglio proprio che restiate; vi chiedo proprio di restare. Ho pensato e ripensato: volete contentarmi, rimaner qui?
Ella disse di s senz'altro: qualche cosa nello sguardo e nei modi di lui, perfino nella sua voce, le impediva di far qualsiasi protesta: le pareva che dovesse esservi qualche forte ragione per quello che Clive richiedeva da lei; quale ragione potesse essere ella non lo sapeva, non lo poteva indovinare: una parte di essa era la garanzia, ma quella non era tutto.
Il giorno seguente Clive lasci la villa; Viviana lo accompagn nella carrozza fino al porto per star con lui pi che poteva; proprio mentre stava per metter piede sul piroscafo, egli si cav di tasca una chiave.
Volete farmi il piacere di tenerla fino a che io non ritorno? disse porgendola a Viviana.
S. Che chiave ? domand.
 la chiave della mia scrivania nella stanza sul mare. Voglio che sia affidata a voi.
Non le diede alcuna spiegazione del motivo per il quale faceva ci, e Viviana non gli fece altre domande. Attraversarono il pontile ed ella scese con lui sino alla sua cabina: quel giorno non partivano molte persone e poteva occuparla soltanto Clive. Un negro tutto sudato vi port il suo bagaglio e lo dispose sotto la cuccetta e nell'alto e stretto armadio di contro alla parete accanto alla porta, Clive lo pag, ed egli se ne and asciugandosi la fronte con una mano squamosa.
V'era uno stretto divanino sotto il portello difaccia alla cuccetta di Clive: Viviana vi si mise a sedere.
Oh, che cosa strana! ella disse.
Ora che erano sul bastimento, nella cabina, quella subitanea alterazione della loro vita in comune le parve tremenda; sino allora, bench avesse saputo di dover rimaner sola, non se n'era tanto angustiata.
Ma  terribile questo improvviso cambiamento! ella disse. Perch non mi avete voluto portar con voi? Perch non volete che io venga?
Ho bisogno di sapere che siete qui; se foste venuta con me in Inghilterra poteva darsi che non tornassimo pi indietro.
Ma voi stesso diceste, ve ne ricorderete, che era inutile star qui: pensate ora diversamente?
Io desidero che non veniate in Inghilterra, disse Clive con tenacia.
Sentirete la mia mancanza?
Il volto di lui cambi, si addolc sensibilmente.
Quando avremo preso il largo, mi sembrer che sia giunta la fine, egli disse. Credo che sia cos tutte le volte che un uomo lascia la donna del suo cuore.... Deve parer sempre la fine: v' nel distacco un non so che di morte.
Eppure non volete ch'io venga con voi.
In quel momento ella provava come un'angosciosa tristezza e le pareva di essere stata defraudata di un diritto; ma ormai era troppo tardi per cercar di resistere alla volont di Clive; inoltre ella s'era proposta di lasciarsi dominare dalla volont di lui: da un pezzo aveva fatto una specie di tacito voto di obbedienza.
Se la mammina pu capirvi, ditele quello che io sento per lei, riprese Viviana. Baciatela per me, ditele addio per me; io le ho voluto bene: non l'ho compresa, ma le ho voluto bene.  una donna strana, ma piena di coraggio: credo che abbia avuto dalla natura un cuore indomito; spesso mi  venuto fatto di pensare alla virile fermezza di vostra madre; e voi lo sapete com'io ami la forza d'animo, quella forza che affronta baldamente le cose: senza forza d'animo non siamo niente.
Ella vide gli occhi di Clive bagnati di lacrime.
In quel momento si ud il fischio della sirena; poi son una campana e in lontananza una rauca voce grid qualche cosa. Viviana si alz: butt le braccia al collo di Clive e lo baci ripetutamente.
Mio diletto! ella sussurrava. Mio diletto!
Le lacrime cominciavano a scorrerle per le gote. "Non han lunga durata...." Come potrebbero averla? Un angoscioso presentimento che quella vita affricana fosse finita, avesse avuto per lei una subitanea fine, la pervase. La sirena fischi di nuovo; anche una campana sonava ora qui ora l: ella sent le braccia di Clive stringersi con una specie di furore intorno a lei.
Poi ella si trov fuori della cabina nello stretto corridoio che andava verso il ponte e il pontile.
Pochi minuti dopo di sulla riva ella fissava il piccolo, scuro piroscafo che si spingeva lentamente dal porto verso l'alto mare.
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CAPITOLO 12.
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Ci vorrebbero probabilmente tre giorni e tre notti prima che Clive potesse toccar l'Inghilterra; n lui n Viviana sapevano quanto avrebbe dovuto trattenervisi. Poteva darsi ch'egli non giungesse a tempo per trovar viva sua madre; come pure poteva darsi ch'ella tirasse avanti ancora per qualche tempo.
Il telegramma di Bob Herries non era esplicito su quel punto; secondo il medico ella era condannata: ecco tutto quel che Clive e Viviana sapevano. Anche se Clive la trovasse morta, dovrebbe pur sempre trattenersi perch avrebbe dicerto da sistemar parecchie cose a Londra; oltre che pensare a darle onorata sepoltura dovrebbe occuparsi di affari gi collegati con la vita di lei; non poteva ripartire lasciando tutto in tronco: sicch ci vorrebbero sempre parecchie settimane prima ch'egli fosse di ritorno.
Tutte quelle cose si fecero chiare a Viviana soltanto quando ella non pot pi seguir con lo sguardo il bastimento.
Ella ritorn alla "Villa del Sole" abbattuta, quasi trasognata. Il cambiamento le faceva ora un gran colpo: da quando avevano avuto il telegramma, l'eccitazione l'aveva sorretta, sia pure a sua insaputa. V'erano stati i preparativi per il viaggio di Clive, v'erano state cose da decidere in comune con lui, ed ella non aveva avuto agio di pensare a se stessa; ma ora lo aveva, e in abbondante misura: per la prima volta in vita sua affrontava un lungo periodo di solitudine. Aveva ceduto alla volont di Clive in una cosa non lieve che a lei anzi sembrava gravissima: e ora doveva rassegnarsi.
Le piogge torrenziali non si ripeterono, ma il tempo si mantenne brusco. Un calore poco dissimile da quello prodotto in un bagno a vapore incombeva sotto un cielo perpetuamente grigio. Pareva sempre che dovesse piovere da un momento all'altro, ma non cadeva una gocciola. La calma del mare persisteva; non c'era vento n la pi lieve brezza: una strana fiacchezza pervadeva il giardino gi pieno di vita; al suo vivace incanto era adesso subentrato un'imbronciata monotonia. Sotto gli alberi immoti e silenziosi v'era tristezza. Viviana lo sentiva cos fortemente, che cominci a evitar la loro ombra e, quando usciva dalle sue stanze, le veniva sempre fatto di volgere il passo verso la terrazza sul mare: l era all'aperto, poteva vedere il cielo e il mare che la separavano da Clive; l era pur prossima alla stanza in cui egli aveva passato tante ore nella solitudine.
Ella vi andava spesso; vi si metteva a sedere; tirava gi dai palchetti i volumi da lui scelti. Qualche volta leggeva; ma per lo pi sedeva immobile, pensando, fantasticando.... aspettando.
La donna moribonda, o forse gi morta, a cui ella voleva bene ma che non le era mai riuscito di comprendere, si affacciava spesso al suo pensiero: ella affronterebbe la morte, la nuora n'era sicura, con l'indomito spirito che ella aveva manifestato cos stranamente, cos causticamente sin da quando Viviana l'aveva conosciuta. La morte  una cosa solitaria; ma la solitudine non poteva aver nuovi terrori per lei; Viviana pensava a sua suocera come all'essere umano pi solitario ch'ella avesse mai conosciuto: la madre di Clive s'era avvolta nella solitudine come in un manto; se l'era prescelta a unica compagna.
E ora quella solitudine ammantava Viviana.
Il quarto giorno dopo la partenza di Clive arriv il seguente telegramma:
"Giunto. Mamma sempre viva, impossibile sapere quando fine. Affettuosit da lei e me. CLAUDIO."
Allorch Viviana lesse il nome in fondo al telegramma, ebbe un fremito e appallottol nella mano il foglio. Non le era possibile abituarsi a quel nome: le sembrava sempre che esso si riferisse a un'altra vita di Clive, a una vita sotterranea, di occulte profondit, e odiava quel nome massimamente quando Clive firmava con esso indirizzandosi a lei.
Trascorsero altri quattro giorni, poi venne una lettera: era breve ma vivacissima. Viviana ritrov in essa Clive, Clive acceso e vibrante d'amore. Egli le diceva che sua madre era in conoscimento, aveva anzi le idee chiare, capiva benissimo tutto quel che facevano o dicevano intorno a lei, ma aveva quasi perduto la favella, e non c'era pi rimedio. Egli aveva veduto Bob Herries, e a questo proposito scriveva:
"Oggi ho passato parecchio tempo con Herries; egli  uno di quegli uomini straordinari relativamente poco conosciuti, che a volte sembrano manifestare Dio senza sapere di farlo: si sente Dio nella loro semplicit."
Finiva la lettera con parole che chiudevano Viviana nelle sue braccia.
Ella lesse la lettera nella stanza sul mare; finita che l'ebbe, le venne il desiderio di metterla in sicuro: era una lettera ch'ella voleva conservare: le donne non distruggono lettere a quel modo. La scrivania di Clive le stava a fianco; ella si ricord della chiave ch'egli le aveva consegnata, la chiave della cassetta di quel mobile. Per caso l'aveva indosso, e cavatala di tasca la infil nella serratura. Era un po' eccitata dalla lettera, e fece ci rapidamente, appena le fu venuta quell'idea. Clive le aveva dato la chiave, pregandola di conservarla e dicendole che cosa apriva. La lettera sarebbe ben custodita in quella cassetta, e inoltre pareva ormai a Viviana che quella stanza fosse la sua, tanto le sembrava ancora piena di Clive. Ella gir la chiave e tir a s la cassetta; vide una quantit di fogli tenuti insieme da un fermaglio; il foglio che restava sopra era scritto di mano di Clive, e Viviana si figur che fosse lo stesso anche degli altri sebbene non vedesse se era o no cos. Senza volere le venne fatto di posare gli occhi sul primo foglio e vi scrse la parola "Sabine". Allora spinse immediatamente la cassetta e la serr a chiave: no, non poteva metter l dentro la sua lettera.
Quelle erano le pagine che Clive aveva scritto la notte in cui pioveva a dirotto, o almeno qualcuna di esse; le altre egli poteva avervele aggiunte nei due giorni successivi, mentre si trovava nella stanza sul mare, o forse in camera sua nel cuor della notte dopo ch'ella era gi andata a letto ed egli rimaneva solo. Viviana gli aveva fatto qualche domanda su quei fogli e finalmente egli aveva detto che riguardavano la signora Sabine e lui, ma che erano stati scritti per lei, Viviana. Pure non aveva voluto ch'ella leggesse ci che aveva scritto rimandando ad altro momento il farle conoscere il contenuto di quelle pagine; poi era partito senza parlarle pi di esse, ma aveva lasciato nelle mani di lei la chiave della cassetta in cui le aveva riposte. Perch aveva fatto cos? Qual'era stata la sua intenzione? Durante i due giorni interceduti fra quella strana notte e la partenza di Clive non v'erano stati mai pi accenni a ci ch'egli desiderava ch'ella sapesse; Viviana avrebbe voluto domandarglielo, ma qualche cosa l'aveva rattenuta dal farlo: voleva aspettare che le dicesse qualche cosa lui stesso, di sua spontanea volont. Ma egli aveva taciuto; poi era venuto il telegramma, ed egli se n'era andato senza che fosse rotto il silenzio su quell'argomento. Era stato sul punto di parlare, poi s'era ritirato.
Viviana guardava la chiave che aveva in mano, guardava la cassetta chiusa: una grande tentazione l'assal, ma riusc a vincerla. Ripose in tasca la chiave e usc dalla stanza chiudendosi dietro la porta.
Poi ella si mise a camminare in su e in gi sul terrazzo nella calda umidit, sotto il cielo grigio, fantasticando se leggerebbe mai quelle pagine, se saprebbe mai ci che Clive aveva detto ch'ella doveva sapere.
Forse egli aveva cambiato idea, aveva risoluto di lasciarla nell'ignoranza, bench avesse detto con tanta disperazione: " inutile, cos non pu durare".
Nondimeno aveva dato a lei la chiave della cassetta in cui erano riposte quelle pagine.
Ci le parve una cosa strana: non le riusciva di capire perch egli lo avesse fatto. Aveva forse avuto in mente ch'ella potesse adoprar quella chiave, aprir la cassetta, leggere ci che vi avrebbe trovato? Col darle la chiave poteva egli avere inteso di suggerirle di fare ci a cui egli non s'era deciso? Eppure doveva conoscer troppo bene il carattere di lei per supporre ch'ella potesse leggere quelle pagine senza che le avesse detto di farlo.
Viviana sal in casa e chiuse la lettera in una cassettina; e da quel giorno tralasci di andare nella stanza solitaria in fondo alla terrazza: il pensiero di ci che v'era racchiuso la teneva lontana.
Le sembrava perfino che l dentro vi fosse la signora Sabine; nella sua completa solitudine si accresceva in lei il presentimento che la morta avesse ancora il potere di turbar la sua vita e non volesse rassegnarsi a non mettere in opra quel potere.
I suoi sonni cominciarono a turbarsi; la notte stava sveglia ore e ore ascoltando se ricominciasse a cader la pioggia che sembrava sovrastar sulla casa e rimaner sospesa nell'imbronciato cielo grigio, pronta a scendere a qualche data parola. E nella notte ella si sentiva tremendamente sola e spesso piena di apprensione. Dormiva ancora nel quartierino che aveva la scala esterna, separato dal resto della casa: ogni sera, quando andava a letto, serrava a chiave la porta della scala; l ella era proprio sola. Naturalmente avrebbe potuto trasferirsi nella casa dove dormiva la servit, ma non le piacque di farlo. Ella non aveva paura di nessun pericolo che potesse prosaicamente correre per opera di gente affricana: la sua apprensione non era fisica; Viviana non temeva pericoli per il suo corpo: era la sua mente o forse la sua anima, ella non lo sapeva, che in quelle ore tenebrose sembravano aspettare la venuta di qualche triste evento, di qualche cosa di distruttivo che non si avvicinerebbe a lei coi piedi di un ladro o di un assassino, ma che avrebbe il potere e la volont di martoriarla nelle pi recondite latebre del suo essere.
Talvolta, insofferente di rimanere in letto senza poter prender sonno, ella si alzava, si avvolgeva in un mantello, e usciva sulla piccola terrazza quadra dinanzi alla vetrata della sua camera; e l ella si metteva a camminare piano piano in su e in gi, o si appoggiava al basso parapetto e guardava gli occhi gialli e rossi che ammiccavano sul mare buio, e ascoltava il lieve rumore del mare mentre lambiva le rocce sotto la riva dalla parte pi lontana della solitaria strada maestra. Allora l'indubbia stranezza della sua vita presente la invadeva come un'ondata, sommergendola; ed ella si sentiva come presa da un vago stupore come chi sta per essere inghiottito dai flutti; fantasticava se Clive si sapesse fare un'idea di quel che fosse divenuta per lei la vita, adesso ch'egli si trovava in Inghilterra e l'aveva lasciata laggi. Egli era di nuovo Clive Baratrie in Inghilterra; ella era Viviana Ormeley in Affrica. E le si affacciavano alla mente, senza per altro ch'ella ve le trattenesse, le care persone lasciate in Inghilterra: sua madre, suo padre, Arc, la strana donna, moribonda o gi morta, abitante in Knightsbridge, la cui angoscia era stata da lei condivisa, ma dalla cui mente ella era poi stata preclusa, Bob Herries e sua moglie, Jim Gordon, e il bambino morto. E la singolarit sempre crescente della sua vita le ronzava negli orecchi, le batteva sul cervello, sembrava travolgerla con la forza di un'ondata irruente, nella vastit dell'ignoto.
Per parecchi giorni non ebbe altre notizie da Clive; gli aveva scritto col cuore, ma s'era astenuta dal dirgli tutto quel che potesse turbarlo ove egli lo avesse saputo: nessun accenno dunque a quel suo gran senso di solitudine, al suo abbattimento, alle sue apprensioni notturne, alla sua insonnia: non aveva nemmen fatto allusione al cielo sempre coperto che le dava tanta malinconia: la sua lettera era stata piena di caldo affetto, di tenerezza, di simpatia; e in essa ella ne aveva acclusa un'altra per la madre di lui, perch egli la leggesse all'inferma se ella non poteva leggerla da s. In fondo alla lettera a Clive, come poscritto tutto femminile, gli aveva detto di essersi recata pi volte nella stanza sul mare, ma di averla ormai abbandonata.
"Non vi ander pi per ora," ella aveva scritto senza per altro dare spiegazioni del motivo per cui la lasciava.
Era gi parecchio impensierita del silenzio di Clive quando una sera, verso le sei, venne a lei Bakir con un telegramma. Ella lo apr e lesse:
"Mamma morta notte scorsa anelo voi mia solitudine qui. CLAUDIO."
Bench purtroppo ella si aspettasse quella notizia, l'annunzio del trapasso della signora Baratrie le diede una grande scossa: rimase come trasognata e per un momento quasi senza fiato.
Aspettate, Bakir, disse al cabilo quando si fu un po' riavuta. Bisogna che....
Si alz lentamente, and alla scrivania e sed: doveva mandare una risposta. Ella trov un modulo da telegrammi e dopo un momento di esitazione scrisse:
"Vorrei esservi vicino per confortare vostra mia solitudine. Affettuosit. VIVIANA."
Come le parevano scialbe, fredde e inespressive quelle parole! Ma non seppe trovarne altre, e diede a Bakir, il foglietto. Egli se ne and; Viviana rimase seduta dov'era, intendendo di scrivere a Clive.
Cosicch mammina se n'era andata! Quegli occhi caustici, intelligenti, erano chiusi; quel cervello attivo e contenuto non lavorava pi: mammina se n'era andata, col suo segreto, nel grande mistero: e qual'era stata la verit riguardo a lei, la verit di quell'animo indomito? Dietro la maschera spesso satirica quali affetti, quali passioni, quante rinunzie s'erano nascoste? E negli ultimi giorni della sua vita, sola con suo figlio, con Clive, era stata in grado, e, se cos, s'era risoluta a dare se stessa, veramente se stessa in un'ultima parola, in un ultimo sguardo, in un ultimo tocco? Viviana fantasticava. Quella madre aveva amato suo figlio con impeto, con una forza di passione nascosta; ella ne era sicura, ma non era sicura del resto. Poteva perfino immaginare la signora Baratrie avviarsi alla morte ancora avvolta in una strana e fiera riservatezza; salvo che l'estenuazione del corpo non l'avesse tradita nel passo estremo.
"Claudio!"
Il nome con cui era firmato il telegramma urt Viviana perfino in quel momento di dolore e d'intensa brama di lei, egli non aveva dimenticato il loro sotterfugio. Ella stup che fosse stato capace di mettere quel nome in fondo a un tale messaggio.
Ma ella poteva scrivere a Clive Baratrie, e si pieg sulla tavola e scrisse.
Quella sera vi fu un tramonto acceso e rosseggiante, e la mattina dopo invece del cielo basso e bigio v'era una maraviglia di fulgido azzurro. Spirava dal mare un venticello piuttosto caldo e il giardino era di nuovo pieno di voci. Viviana provava una sensazione di rinnovamento: la morte aveva pronunziato la sua parola ed era piombata nel silenzio: ora la parola sarebbe di vita.
Non molto dopo giunse un'altra strana lettera di Clive; era stata scritta immediatamente dopo la morte di sua madre e bench il suo contesto non fosse tale da suscitar commozione, parve a Viviana che molto vi fosse da legger fra le linee. Le pareva di esser sicura che Clive l'avesse scritta in uno stato di grande commozione che lo scotesse, lo sconvolgesse, ma che con un grande sforzo egli fosse riuscito a esprimersi con chiarezza e misura, perfino con apparente calma. Viviana non sapeva bene come riuscisse a indovinarlo, che cosa in quella lettera le facesse tale impressione; ma era sicura che v'era stato messo parecchio studio; ed era sicura che appunto perch Clive era cos sconvolto egli aveva scritto con tanta reticenza: in quella lettera egli non esprimeva nemmeno apertamente un grande affetto per lei: per qualche ragione egli aveva voluto rintuzzare il suo ardore; eppure Viviana ne sentiva lo stesso la fiamma.
Clive le narrava la morte di sua madre: ella aveva avuto un secondo tocchettino che pur nonostante l'aveva lasciata in grado di riconoscer la gente, e di farsi capire alla meglio. Poi, a un tratto, era mancata, "se n'era andata" cos scriveva Clive, lasciandolo come sbalordito poich non si aspettava quella repentina partenza. Ella verrebbe cremata: prima della cremazione vi sarebbe un servizio divino in Sant'Egidio, a cui assisterebbero soltanto pochi amici di lei. Clive non sapeva ancora quando gli sarebbe possibile lasciar l'Inghilterra; c'erano tante cose da fare; bisognava dar via la mobilia della casa in Knightsbridge e possibilmente disfarsi della casa stessa: ritornerebbe appena poteva. La lettera, strana nella sua quasi prosaica freddezza, ma non soltanto in ci, finiva cos:
"Vi ricorderete che vi lasciai la chiave della scrivania che  nella stanza sul mare; pu darsi che a questo proposito io debba telegrafarvi pi qua: ma non ne sono ancora sicuro. Mi sento confuso dal gran cambiamento fatto nel venire a Londra e da tutto quello che  successo: forse non posso pensar con chiarezza o giudicare che cosa sia meglio di fare. Credete voi che i moribondi abbiano pi chiare percezioni di noi, oppure che la loro mente sia in tutti quanti annebbiata per l'avvicinarsi della morte e per questo capaci di terribili errori?"
Viviana lesse e rilesse quelle frasi; le studi, e ne ritrasse uno strano convincimento che la rese inquieta. Sino alla sua dipartita la signora Baratrie, cos aveva scritto Clive, era stata capace di farsi intendere: ci voleva dire che qualche parola aveva potuto pronunziarla, oppure tracciarla sulla carta, salvo che non fosse ridotta a spiegarsi coi segni. Ma Viviana non credeva che Clive avesse inteso di alludere a semplici gesti e cenni: sua madre doveva aver dicerto parlato o scritto. E a che proposito aveva parlato o scritto? Viviana intuiva che la comunicazione della moribonda si connetteva col soggetto trattato da Clive nelle pagine da lui chiuse nella stanza sul mare, con l'eterno argomento ossessionante del legame di Clive con la signora Sabine. A quel convincimento la faceva giungere la coincidenza tra la preoccupazione di Clive, una preoccupazione strana, per la chiave della cassetta della scrivania e la sua domanda intorno alle percezioni dei moribondi: la concatenazione di quei due soggetti provava la confusione mentale di lui. Viviana ricostru cos quel che era accaduto a Londra: la signora Baratrie, agli estremi, aveva consigliato o detto a Clive di chiarire a lei, Viviana, qualche cosa relativa al suo antico legame con la signora Sabine, ed egli si trovava perplesso sul farlo o no, oppure aveva paura quando era in procinto di farlo. Ella credeva altres che la verit, che la signora Baratrie aveva probabilmente desiderato le fosse detta da Clive, fosse contenuta nel manoscritto veduto nella cassetta della scrivania e non letto. Ora Clive, perfino in mezzo al suo dolore e alle occupazioni consecutive alla morte di sua madre, esitava fra il dirle di andare alla cassetta chiusa e leggere le pagine in essa custodite e il lasciar le cose com'erano.
La sua prolungata indecisione, che del resto doveva torturarlo chi sa come, quell'indecisione che, nata in Affrica, continuava in Inghilterra, cominci a tormentar Viviana. Ella mise da parte la lettera: la sapeva quasi a mente; pi tardi, quel giorno stesso, sull'imbrunire, rispose.
Prima di tutto scrisse della defunta con ardore e tenerezza; poi di quanto ella anelava il ritorno di lui e della sua grande solitudine nella sua assenza; pass per ultimo alle domande fattele e scrisse cos:
"Voi mi chiedete s'io credo che i moribondi abbiano percezioni pi chiare di noi, oppure che la mente sia in tutti quanti annebbiata per l'avvicinarsi della morte e per questo capace di terribili errori. Intorno ai letti di morte, io so tanto da esser sicura che molta gente ha una lucidit maravigliosa di mente quando  agli estremi, vale a dire nei momenti che precedono la perdita della conoscenza. Credo che i moribondi abbiano spesso anche un'acutezza di percezioni che a noi  negata; credo che spesso essi sappiano. Se, come mi sembra di rilevar dalla vostra lettera, la cara mammina prima di morire vi chiese di far qualche cosa, e voi siete perplesso se farla o no, io vi incito a obbedirle. Quanto alla chiave che mi consegnaste, se mi telegrafate a proposito di essa, io seguir naturalmente subito ogni vostra istruzione."
Viviana mise in una busta la lettera che sarebbe impostata la mattina dopo, e usc in giardino.
Il giorno muore rapidamente in Affrica; sebbene la sua lettera non fosse stata lunghissima, quando l'ebbe finita era gi buio. Ella and a passeggiare nella "Piccola Affrica". V'era in lei una forte apprensione, ma quella notte Viviana aveva il desiderio di avventarsi sulla spada che ella sentiva misteriosamente puntata verso di lei; la minacciava dicerto qualche pericolo, qualche pericolo diretto contro lo spirito: ella sentiva che si avvicinava a qualche grande prova. V'era qualche cosa di vitale nascosto a lei, qualche cosa che Clive aveva inteso di raccontarle, stava per raccontarle, era tremendamente spaventato di doverle dire, ma in certi momenti, forse per lui di vera agonia, desiderava ch'ella sapesse. E ci la madre di lui aveva dicerto saputo prima di morire, e appunto riguardo a questo, sul punto di chiuder gli occhi per sempre, ella aveva dato un consiglio al suo figliuolo.
Ora Viviana sentiva nella sua vita, pi profondamente che mai, la signora Sabine. La donna morta non ritornava indietro a infestare quel solitario giardino affricano. Viviana aveva avuto strane fantasie su questo, sui piedi che calpestavano silenziosamente la sabbia della "Piccola Affrica", sopra un'invisibile figura che guatasse nel buio sotto le palme e si dileguasse nella notte allorch coloro ch'ella aveva designato come sue vittime si avvicinavano. Quelle erano state soltanto fantasie e le era riuscito di scacciarle; la verit era ci ch'ella aveva detto a Clive: essi, lei e Clive, incatenavano a s col proprio pensiero la defunta come il ramo del pino inclinato era incatenato al tronco. Ma quel mistero intorno a quella donna era dicerto il mezzo per il quale ella penetrava nelle stesse sorgenti della vita di Viviana.
Quella persecuzione non doveva durare: bisognava por fine a quell'avvelenamento delle sorgenti della vita, altrimenti v'era perfino da temere la rovina dell'amore.
Quella notte lo spirito della penetrante, impavida Viviana, della fanciulla veramente inglese che aveva il temperamento combattivo, rivisse a un tratto, torn ad asserirsi in Affrica; e quello spirito respinse fieramente la tirannia della donna morta, prov vergogna d'esser rimasta piegata cos a lungo sotto quell'intollerabile giogo.
E sotto le palme della "Piccola Affrica", mentre la falce della luna crescente, sottilissima e argentea e lievemente velata, sorgeva in un cielo pieno di una misteriosa suggestione di vaporosa leggerezza nella sua oscurit, Viviana risolvette di essere quel che veramente ella era, di esser proprio lei, di alzare il capo e agir con fermezza. Era stata lei a dire a Clive: "Voi sapete come io ami la forza d'animo.... senza forza d'animo non siamo niente". Eppure si era abbattuta, aveva cominciato ad aver paura. Ci doveva finire: ella non poteva pi a lungo sopportare in s una tale contradizione. Quella notte nella "Piccola Affrica" Viviana giunse a prendere una irremovibile risoluzione. E la mattina dopo di buon'ora ella sped questo telegramma:
"Ricevuto lettera pregovi lasciarmi adoprar chiave. Affettuosit. VIVIANA."
Clive capirebbe ci ch'ella intendeva di dire; era pi che sicura ch'egli capirebbe.
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CAPITOLO 13.
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Viviana mand il telegramma con risposta pagata. Verso la sera del giorno in cui lo mand, un luned, ella cominci a sentirsi irrequieta. Non sapeva quanto tempo impiegava un telegramma ad arrivare a Londra, ma supponeva che fosse possibile aver quella notte la risposta: invece non venne niente. Verso l'ora di desinare, alle otto e mezzo, aveva deposto la speranza di ricever qualcosa prima del giorno seguente. Certo ella era stata troppo impetuosa: l'impazienza l'aveva trascinata in un ingiustificato ottimismo. Le ore buie la separavano adesso dall'effettuazione del suo desiderio. Ella desin in giardino, servita da Bakir, con la solita serenit gentile e placida, propria di quel domestico; poi scese nel terrazzo sul mare. L ella si mise a camminare in gi e in su per un pezzo, tornando indietro prima di giungere alla porta chiusa della stanza sul mare, e distogliendo lo sguardo da essa. Quella stanza la tentava, la tentava: pure, proprio senza volere, ella ne provava terrore.
La notte era fragrante e caldissima; i tre fari facevano brillar la loro luce sopra un mare in bonaccia, sul quale, presso l'imboccatura del porto, alcune barche di pescatori con fiaccole alla prora scorrevano misteriosamente, o sembravano sostare come in attesa. Non v'era movimento sulla strada maestra a pi del bastione, dal quale straripavano i gerani, ora in piena fioritura. Sidi-Barka era nascosta alla sua vista da una voltata a secco del terreno, non lontano dalle porte della citt.
Viviana rimase fino a tardissima ora sul terrazzo; pure ella non poteva indursi ad allontanarsi dalla stanza chiusa nella quale, ne era sicura, stava rivelato il segreto di Clive in quelle pagine manoscritte. La luna nuova si ritirava allorch Bakir apparve come un'ombra all'estremit della terrazza per vedere che cosa n'era stato della sua signora. Ora che il padrone se n'era andato egli si considerava evidentemente responsabile della sicurezza di lei. Placidamente egli le disse che ore erano: mezzanotte passata; ella and subito in casa con lui.
Pass marted e non giunsero telegrammi; pass mercoled e poi gioved senza nessuna notizia di Clive. Viviana non sapeva pi che pensare e incominci a sentirsi agitata. La mattina di venerd telefon per farsi mandare una vettura, and con quella a Sidi-Barka, si rec all'ufficio telegrafico per informarsi. Poteva darsi che vi fosse stato un disguido riguardo al suo telegramma? Vi era proprio la certezza che lo avessero fatto? L'assicurarono che non v'era alcun dubbio sulla trasmissione del dispaccio, avvenuta la mattina di luned. Ella rimase nell'uggioso ufficio senza potersi raccapezzare, fantasticando se poteva darsi che Clive avesse dovuto assentarsi da Londra. Ella aveva indirizzato il telegramma nella casa di Knightsbridge, dunque egli doveva averlo avuto dicerto anche se si fosse assentato, per una ragione o per l'altra, un giorno o due, Kingston avrebbe fatto in modo ch'egli lo ricevesse all'indirizzo che dicerto aveva lasciato. Clive aveva per altro tanti affari da sistemare, che con tutta probabilit non s'era allontanato da Londra; salvo che qualche affare della defunta non lo avesse costretto a un viaggio imprevisto. Ci era possibile bench a Viviana sembrasse assai improbabile.
Dopo esser rimasta qualche minuto in dubbio, Viviana risolvette di ripetere il telegramma o meglio di ampliarne la dicitura; ed ella scrisse con un pennino stanco e un inchiostro annacquato sulla striscia di carta che le diedero:
"Telegrafai luned niente risposta. Stop. Ricevuto vostra lettera. Stop. Pregovi lasciarmi adoprare chiave e leggere contenuto cassetta. Affettuosit senza fine. VIVIANA."
Consegn quel messaggio e usc dall'ufficio; la carrozza, una vittoria, l'aspettava alla porta; mentre ella stava per montarvi ud il suono dell'orologio in fondo alla grande piazza circondata di palme, sulla quale si trovavano caff, alberghi, trattorie e negozi. Erano le undici. Bench Viviana avesse sempre provato una repugnanza per Sidi-Barka, in quel momento si sent spinta ad andare a vederne qualche cosa: tutto sarebbe meglio che ritornarsene nella solitudine della villa a non far altro che aspettare. Le pareva di aver gi aspettato un tempo cos lungo da somigliare a un'eternit.... o a ci che pu essere un'eternit per una donna. Ella pag il cocchiere arabo e disse di non aver pi bisogno della carrozza: ne troverebbe facilmente un'altra quando vorrebbe tornare a casa. I due cavallini si allontanarono trotterellando ed ella s'incammin con passo incerto verso la piazza, nel luccichio del sole, fra le doppie file di palme, incontrando, coi bambini abbronzati dal sole, balie che sembravano un po' spagnuole, o siciliane, o greche, mezzo affricane; arabi, cabili, negri, di tanto in tanto qualche pallido mozabita dalle candide vesti, o un soldato francese degli Zuavi o dei Cacciatori d'Affrica. Alcuni francesi girellavano in giacchetta d'alpag e cappello di paglia nera e si mettevano a guardarla con la sfacciataggine che credevano potersi permettere verso una donna sola, giovane e bella. Viviana non bad a loro, e nessuno si arrischi a seguirla. Ella pass fra i tronchi delle palme, entr sotto uno dei portici, cammin dando un'occhiata ai negozi che erano francesi e non offrivano nulla di particolare. A capo della piazza, presso il Palazzo Municipale che si alzava lievemente roseo e color crema, col suo orologio e i suoi leoni che si sarebbero detti cani, ella attravers di nuovo e pass sotto il portico dal lato opposto. Finalmente giunse alla trattoria Foch dove sotto una tettoia parecchia gente era gi seduta intorno ai tavolini per bere aperitivi e fumar sigarette.
Viviana vi passava lentamente dinanzi, quando ud il rumore di una seggiola smossa, poi uno scalpiccio dietro a s e una vocina stridula dire:
Scusatemi, signora Ormeley!
Ella si ferm e si vide accanto, sorridente e premuroso, l'ometto giallo, il console di Sua Maest Britannica, col cappello in mano.
Non ho potuto a meno di venire a salutarvi; sono rimasto cos sorpreso di vedervi qui: voi non scendete mai in Sidi-Barka.
Sono venuta a fare un telegramma: mio marito  in Inghilterra.
Lo so. La triste morte di sua madre! Me ne condolgo sinceramente. Vidi l'annunzio nei giornali; parecchi ne parlarono....
Io non ricevo giornali inglesi, disse Viviana in tono piuttosto asciutto: capiva che il ritorno di Clive da sua madre moribonda doveva aver fornito argomento di cronaca.
Posso.... Volete permettermi d'invitarvi a colazione? disse il signor Beake. V' dentro una bella sala, soggiunse accennando le vetrate del caff.  una trattoria decentissima.
Viviana esit: avrebbe potuto occupare un po' il tempo e far tanto piacere al signor Beake; ma se faceva colazione con lui sarebbe stata poi costretta a invitar lui a colazione o a pranzo alla villa; e questa sarebbe una cosa che Clive non potrebbe sopportare; per cui risolvette di rifiutare.
Mi rincresce, ma devo ritornare a casa, ella disse. Mi aspettano al tocco.
Ma a casa.... veramente....
S, capisco, non c' che la servit; pure bisogna che io vada.
Ella vide una penosa delusione sul volto giallo e grinzoso e soggiunse:
Ma, se avete tempo, volete esser cos gentile di farmi un po' da guida per la citt?
Felicissimo! Felicissimo!
Non la conosco ancora, posso dire: v' un quartiere arabo?
V' il mercato arabo, e vi sono due moschee: vi mostrer tutto; non  molto, ma.... V' anche la sinagoga: qua abbiamo ebrei, una tal quantit di ebrei, purtroppo!
Prese possesso di lei con un ardore veramente patetico; quando si lasciarono in fondo alla piazza presso il mare, dove stazionano le carrozze, era il tocco passato.
Mentre Viviana si avviava in carrozza verso casa costeggiando il mare quel giorno un po' mosso e spumeggiante, ma di un lucidissimo turchino con grandi chiazze presso terra di un verde smeraldo, Viviana fu assalita da ci ch'ella cred, era convinta che fosse, una straordinaria allucinazione mentale. Come la maggior parte degl'Inglesi Viviana era molto amante del mare, e mentre la carrozza la traeva verso la vuota casa, ella volgeva a esso lo sguardo, sentendo il suo potere, la sua poesia, il suo seducente mistero, e mormorando mentalmente il suo nome "Mediterraneo". Il mare Mediterraneo con le sue isole maravigliose, le sue coste d'incanto, sirena fra i mari! Oggi appariva proprio nel suo vero aspetto. Poich lo spumeggiare delle sue onde era soltanto il suo ridente tributo a una scherzosa brezza, e il suo colore poteva eclissare quello delle gemme. Viviana fu affascinata dalla sua bellezza lungo la linea della costa affricana; ma ora ella ne distoglieva lo sguardo spingendolo anzi sino alla linea dell'orizzonte oltre la quale si stendevano le coste della Francia, ricercando con l'immaginazione un'altra terra dov'era nascosto colui ch'ella amava. E proprio allora le balen in mente ci che il suo cervello le assicurava essere una bugia, il convincimento che Clive era in mare. Quel pensiero le diede un sussulto. Viviana si protese nella carrozza e disse in francese al cocchiere che facesse il piacere di fermare; quell'uomo si guard intorno e raffren i cavalli.
Erano fuori della citt sulla strada di campagna che saliva la collina verso la "Villa del Sole".
Madame! Che cosa c'?
Voglio guardare il mare.
La carrozza fu fermata, ed egli rimase immobile a cassetta; i cavalli erano quieti. Viviana guardava il mare, e lo strano convincimento, che le veniva chi sa di dove, persisteva in lei.
"Clive  in mare!"
Che cosa lo mandava a lei? Ella non poteva dirlo: era un messaggio di lui, o una voce che parlava dal mare, una voce della natura che le dava quell'avviso di cos grande significato per lei?
Viviana fantasticava, presa quasi da un sacro terrore: le sembrava di essere a cognizione di ci che era impossibile ch'ella sapesse.
Ma era una menzogna; doveva essere una menzogna; le era noto che Clive non poteva ancor lasciare l'Inghilterra; sapeva che prima di partire ne avrebbe dato avviso a lei: no, Clive non poteva essere in mare; eppure ella continuava a sentire ch'egli vi era.
"Clive  in mare!"
Qualche voce senza suono di un invisibile informatore continuava a ripeterlo a lei.
Quando fu sola nella villa, la voce persist; Viviana non riusciva a sbarazzarsene, a chiuder l'orecchio al suo avviso; ma poteva ragionare, e oppose a essa la voce della sua ragione che le diceva: " impossibile: Clive  in Inghilterra".
E nel giorno seguente accadde qualche cosa che le fece conoscere che la sua ragione non la ingannava e ch'ella era stata vittima di un'assurda fantasia.
La sera stessa di quel giorno, poco prima delle sette, giunse finalmente un telegramma. Viviana vi lesse con trepidazione:
"Aprite cassetta e leggete manoscritto contenutovi. Stop. Dio benedicavi mio pi profondo e costante amore. CLIVE."
"Clive!" Questa volta aveva messo nel telegramma il suo vero nome: Claudio Ormeley era precipitato nell'abisso. Quella firma doveva certo significare che Clive non voleva saper pi niente di lui, voleva dire che intendeva di farla finita coi sotterfugi. Appena letto il telegramma Viviana prov un gran senso di sollievo.
"Dio vi benedica, mio pi profondo e costante amore."
Ella si accost alle labbra il foglio: in quel momento bramava Clive con un'intensit mista di amore e di angoscia che sembrava ricercarle le viscere. Egli era in Inghilterra: adesso ella lo sapeva; e sapendolo sapeva anche che per pi di ventiquattr'ore qualche cosa in lei aveva smentito la sua ragione, aveva insistito a dire che egli era in mare.
Ebbene, ora ella capiva; erano molto distanti fra loro; nondimeno ella sentiva che l'amore di Clive si stringeva a lei attraverso la grande lontananza: ed era questa l'unica cosa che importava.
Ella and in camera sua col telegramma in mano. La chiave della scrivania della stanza sul mare era serrata l, in una scatoletta da telegrammi; ella l'apr e prese la chiave. Nel salir la scala per andare in camera, Viviana aveva creduto che si sarebbe subito sentita spinta ad andare a leggere il manoscritto; invece, quando ebbe in mano la chiave, esit. Una strana sensazione d'incertezza, che presto si aggrav in paura, l'assal; ed ella rimase ferma guardando la chiave come se fosse un'arme micidiale. La lunga misteriosa esitazione di Clive, un'esitazione che indicava dicerto la paura, o per lo meno una quasi invincibile avversione a mettere il manoscritto sotto gli occhi per i quali era stato tracciato, si comunicava a lei pure. Mentre ella se ne stava l in piedi, le rincresceva che fosse venuto il telegramma: soltanto la sua insistenza aveva dicerto spinto Clive a mandarlo: per due volte ella aveva inviato messaggi attraverso il mare chiedendo le fosse reso accessibile il segreto che Clive s'era lasciato dietro. E finalmente egli aveva ceduto: aveva piegato forse la propria volont a quella di lei, come gi nel passato.
La volont di lei! Ed ella aveva fatto un tacito voto di subordinare per l'avvenire la propria volont alla sua.
Era per altro sempre in tempo a riparare: bastava intanto non adoprar quella chiave. Ella poteva aspettare sino al ritorno di Clive, renderla a lui, dirgli che aveva creduto bene non servirsene, temendo che soltanto la propria importunit avesse strappato il permesso datole. E ripose in tasca la chiave.
Ella desinava di solito alle otto e mezzo; per far l'ora, Viviana and a passeggiare in giardino. Ascese la collina sino alla pi alta terrazza e di lass spinse lo sguardo nel mare sino alla catena dei bei monti di l dalla citt e dal porto. Quando Bakir son la campana, certo dopo averla cercata inutilmente per il giardino, ella scese e s'incammin alla casa.
Prima di alzarsi da tavola, Viviana gli disse:
Bakir, fatemi il piacere di accender le lampade della stanza sul mare. Aprite la porta e girate ambedue le chiavette della luce: voglio andar l a momenti.
Va bene, signora.
Se quella notte ella si sentiva di andar nella stanza, e forse vi andrebbe, non voleva trovarla al buio; non voleva cercare al tasto gl'interruttori: preferiva trovar la stanza illuminata, le sembrerebbe molto pi allegra.
Bakir si allontan col suo lieve passo quasi furtivo per andare a eseguire l'ordine. Intanto ella stette l ad aspettare: non poteva mangiar altro.
Bakir torn dopo pochi minuti.
Le lampade sono accese, signora.
Grazie. Potete sparecchiare: ho finito.
Si alz e and fino allo spiazzato all'imboccatura della "Piccola Affrica"; l ella rimase qualche minuto, poi, camminando lentamente in discesa, si avvi alla terrazza della stanza sul mare, oltrepassando il pino coi due anelli e la catena.
Quella notte spirava un po' di vento; i pini avevano ritrovato le loro voci. Viviana si ferm presso il muro basso e si mise a guardare il mare, ad ascoltare il suo mormorio e le voci degli alberi. E, cosa strana, sapendo ormai quello che sapeva, fu di nuovo assalita dal convincimento che Clive fosse in mare, viaggiasse verso l'Affrica: era come un'allucinazione della mente che persisteva nonostante il fatto ch'ella la riconosceva un'allucinazione: e non le riusciva di sbarazzarsene.
Da lontano, ella vide in fondo alla lunga terrazza la stanza illuminata: Bakir ne aveva lasciato spalancata la porta. Ella si ferm e rimase a lungo a guardar la luce; al tempo stesso ne era attratta e respinta; v'era in lei come una lotta, e pareva che fosse una lotta spirituale. Ma a un tratto la lotta ebbe termine, Viviana non seppe perch. Ella non esit pi: ancora una volta prevalse la sua volont. Forse ella s'era accorta della paura che cominciava a insinuarsi nell'animo suo, e volle farla finita, con la paura, e dar luogo al proprio spirito combattivo. Percorse dunque sveltamente la terrazza ed entr nella stanza. Quando vi fu, chiuse dietro a s la porta, poi, senza esitazione, cav fuori la chiave, la infil nella serratura della cassetta della scrivania, tir a s la cassetta e ne cav il manoscritto; chiuse la cassetta, spinse innanzi una seggiola e si mise a sedere in modo che la lampada fissa le rimaneva a tergo.
Stava per leggere le prime parole del manoscritto, quando le parve di udire un rumore sulla terrazza, presso la porta chiusa, come se un passo lieve avesse smosso i sassolini della ghiaia. Ella scatt in piedi e si mise in orecchio: aveva l'impressione di essere spiata. Ma era impossibile, poich la porta della stanza era ben chiusa. Che Bakir l'avesse seguita sulla terrazza? Viviana and alla porta, l'apr, e disse nel medesimo tempo, piuttosto forte:
Bakir! Siete cost, Bakir?
Scrut con lo sguardo nel buio, che non era molto fitto, poich la luna spandeva un po' di luce per quanto fioca. Nessuna voce rispose; non v'era alcuno.
Per cui non era stato il piede di Bakir ch'ella aveva udito; no: ma lo sapeva gi, non lo sapeva forse anche prima di aprir la porta? Non v'era piede umano che calcasse la terra con quel suono: era stata una sciocchezza a domandare se v'era Bakir, o piuttosto uno sforzo di finzione, proprio un tentativo d'illuder se stessa. Le pareva che la notte si fosse fatta a un tratto gelida, e che quando se ne fosse andata la luna chi sa come sarebbe buio. Forse dovrebbe ritornarsene in casa sola sola, nel buio, se stava l, in quella solitaria stanza sul mare, a leggere tutto ci che aveva scritto Clive.
Doveva star l o tornar via?
Ma subito sent una vampata di sdegno; e, chiusa bruscamente la porta, Viviana torn a sedere presso la scrivania, sotto la lampada, e cominci a leggere il manoscritto.
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CAPITOLO 14.
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Il manoscritto diceva cos:
Quando io mi comportai cos bestialmente con Beake, e voi mi spiegaste come stavano le cose, voi mi diceste: "Ora vi ho raccontato tutto e mi sento pi leggera". Voi non sapevate quanto mi trafiggevano quelle parole. Quel segreto era dunque stato un gran peso per voi: e io vi avevo rimproverato, attaccato, bruto che non sono altro. Ma quando sento che la pi piccola cosa mi separa da voi io esco di me. Eppure sono stato l'unico a porre un muro tra noi sin da quando ci sposammo, e anche prima. Perch avete creduto cos ciecamente in me, Viviana? Se foste stata pi diffidente io vi avrei detto da un pezzo la verit. Qualche cosa in me ha sempre desiderato che voi sapeste, ma qualche altra cosa ha sempre avuto terrore che ne veniste a conoscenza. Io ho avuto due individui in me, uno che sentiva il bisogno di esser franco e sincero, l'altro un abietto codardo, menzogna vivente per la propria vilt. Il primo ha odiato il secondo e il secondo ha temuto il primo. Quel giorno in Knightsbridge, quando io vi spiegai certe cose (oh com'era chiara la mia mente quel giorno, com'era lucida, di un'acutezza tremenda!), voi avevate proprio dinanzi agli occhi la verit, ma il vostro amore e la fiducia devono avervi fatto velo e non la vedeste. Vi dissi quasi tutto, dissi perfino che credevo che sarebbe bene non aver figli. E subito voi diceste: "Voi siete un uomo innocente e parlate come un reo".
Io sono un reo.
Questo spiega tutto.... non vi pare? Tutto quello che vi ha sorpreso in me, tutto quello che voi avete cercato di combattere in me era dovuto a questo, che la mia colpa era mascherata d'innocenza. Se guardate indietro, troverete in ci la spiegazione di tutto. Io non ho bisogno di specificare, non posso farlo: tutto ha avuto radice in ci.
Mia madre mi ama e sono certo ch'ella sa. Io so ch'ella sa: questo  il segreto di mia madre. Ma ella non mi ama nello stesso modo con cui mi amate voi, e forse non ha la vostra suprema lealt. Io credo che mia madre abbia un cervello di straordinaria finezza, e quel cervello le ha detto la verit. Ella non me ne ha dato mai cenno, ma io ne sono sicuro. Soltanto una volta la parte cerebrale di lei, che  cos spietatamente acuta, s'intener, si raddolc, per meglio dire: e ci fu quando io diedi querela a Aubrey Sabine. Il venirne a cognizione le fece credere di essere stata terribilmente ingiusta verso di me. Ma quando fummo alla Corte ella seppe, cap, che aveva avuto ragione in principio e che s'era data torto soltanto per un momento vedendomi far causa al mio accusatore. Quando eravamo nella Corte mia madre sent la mia vergogna, cap che non era semplice sensibilit, ma la vergogna del mio ipocrita combattimento, e dov dare indietro fino alla pietra angolare della verit. Ed ella cominci subito a deperire. Non dimenticher mai com'era raggiante la sera in cui le dissi che mi sarei risentito contro Aubrey Sabine; e per qualche tempo parve tutta un'altra. Ma ora ella sa ci che sapeva perfino nel giorno in cui fui assolto; e cos ella va consumandosi nella solitudine.
Io non credo che chi non s' proprio trovato in mezzo alla guerra possa farsi la pi lontana idea di ci che essa sia, com'ella scuota, sconvolga un uomo nella persona, nella mente, nell'anima; ma non voglio dilungarmi su questo: ho orrore di parlar della guerra. Quando ne parlo mai? Pure dovevo darvene un accenno, altrimenti non potreste capire....
Prima di esser ferito avevo provato, sebbene non molto gravemente, gli effetti dei gas asfissianti. Li avevo respirati per due volte, come tanti altri compagni, ma non ne avevo riportato l'inabilit, come dicono. Fatto sta che ero ancora idoneo. Pure, quella sorta di cose danno una tremenda scossa a un uomo, e il peggio  che non ne risente, non ne  sconvolto semplicemente il suo fisico. No; anche la mente ne  alterata, viene a cambiarsi in modo molto sensibile e per un pezzo non pu riequilibrarsi: non  pi fatalmente quello che era. Poi fui ferito e fatto sgombrar di Francia; e andai nel suo ospedale. Vi, quando io entrai nel suo ospedale io non ero normale; non ero pazzo, ma non ero normale: non vedevo le cose come ero solito di vederle prima della guerra: non sentivo com'ero solito di sentire: tutto quel che era accaduto aveva avuto tale effetto su me! A qualche altro individuo poteva aver fatto l'effetto opposto, ma io ero diventato suscettibilissimo alle emozioni. Ero tutto emozioni; la pi piccola cosa suscitava in me un'emozione: una parola, uno sguardo, un nonnulla, un lieve suono, potevano commuovermi quasi fino alle lacrime. Era una cosa tremenda, e ne provavo grande vergogna. Cercavo di nascondere quel mio stato, ed  straordinario come un uomo possa sentirsi non pi lui e non mostrarlo, non darlo a divedere, come si suol dire. Spessissimo sussultavo internamente, o avvampavo, o mi sentivo come sconquassato, ma non mi lagnavo mai di niente, dissimulavo in modo che era ben difficile che qualcuno potesse capire quanto soffrivo.
Ella era per assai accorta: non molto intelligente, ma parecchio accorta. Conosceva il mondo, conosceva gli uomini, conosceva le donne, conosceva la vita: e soprattutto sapeva che cosa voleva. L'ospedale maravigliosamente tenuto, era sotto la sua giurisdizione, ma dietro a lei v'erano cumuli di denaro. L dentro nulla era risparmiato e v'era gente abilissima. Ma a lei non bastava di primeggiarvi; non era una donna che potesse mai contentarsi di ci; ella aveva una tremenda volont, era una donna che dominava, che faceva sentire la sua volont: tutti nell'ospedale la sentivano: infermiere, medici, feriti, visitatori; tutti quanti, insomma.
E la sentii anch'io. Voi non l'avete mai veduta: lei vide voi una volta. Era quel che le giovani chiamano una donna passata, ma avvenente, si poteva dire perfino bella in certi momenti. E la volont di quella donna faceva talvolta una tremenda impressione: credo che fosse senza paragoni. Con me era molto buona, e mai sguaiata come tante. Non adulava mai, non lisciava mai, non faceva mai "moine" come noi soldati si soleva dire a proposito di certe altre; non pareva mai impietosirsi di noi sino alle lacrime, non si agitava mai: ma figgeva i suoi occhi nei vostri e vi capiva. Io sentivo ch'ella sapeva tutto di me, sapeva le precise condizioni in cui mi trovavo e che non manifestavo ad anima viva.
Fu ci che mi attrasse verso di lei, credo. Io soffrivo tremendamente e lei non piagnucolava mai su me, n cercava d'indurmi a piagnucolar su me stesso con lei; ma io sentivo ch'ella era l'unica persona in quell'ospedale che comprendesse il mio genere di sofferenze; ero sicuro ch'ella non confondeva il mio soffrire con quello di alcun altro. E nella mia condizione anormale, cos facile alle emozioni, e sempre intento a tenerle nascoste, ci voleva dir tanto per me. In guerra un uomo  l'unit di una massa: ella cercava di rifar di me un individuo, mi faceva sentire, senza dirmelo, che io potevo avere ancora una certa importanza nel grande, tormentoso, sanguinario scenario.
Io m'innamorai di lei anormalmente: quello non era un amore naturale, sano e nemmeno sensato: era un innamoramento anormale. Cosa comune questa, eccessivamente comune in guerra. Io non voglio dilungarmi in particolari: ma fu una cosa violenta, una cosa sconvolgente, un'ossessione febbrile. Voi sapete la mia et: ero assai giovane allora; inoltre avevo anche un aspetto molto giovanile, e nonostante le mie condizioni fisiche mi sentivo quasi un ragazzo. Credo che una quantit di gente quando ritorna alla vita dopo atroci sofferenze fisiche e dopo un grande abbattimento morale debbano sentirsi confidenti e spontanei; in me era cos: il mio sentimento per lei era pieno di freschezza; lo so, e lei pure doveva saperlo. A quella donna nulla poteva essere ignoto di quella sorta di cose: nella sua vita non ve n'era stato certo penuria; ma ormai ella era assai prossima all'et della forzata rassegnazione e la mia anormalit fu di sicuro per lei un adescamento. Vi, io sono costretto a mettere in carta queste cose, altrimenti voi non mi comprendereste; e forse voi non leggerete mai ci che scrivo: dipender.... dal trovare o no il coraggio in me di mostrarvi questi fogli. Nessun altro li vedr: se sembran cinici, rammentatevi che sono scritti unicamente per voi, per nessun altro.
Quando ella vide la mia condizione, si attacc a me. Cominciai io per il primo a sentir qualche cosa; e fu questo che l'accost di pi a me, credo; ma non ne sono sicuro: non era facile esser sicuri di tali cose con lei. Dopo, ho spesso fantasticato se forse ella non avesse messo gli occhi su me sin dal primo momento che mi vide portare nell'ospedale, e se proprio per questo io ne sia rimasto preso: pu darsi che sia stato appunto cos. In ogni modo si giunse.... a quel che tutti sanno, a ci di cui tutti hanno parlato, e di cui si son crogiolati e rimpinzati: si venne dunque a una relazione fra lei e me in cui tutto, ci che  chiamato tutto e giudicato come tutto dai materialisti, cio dalla maggioranza del genere umano, fu dato e preso. Ma, mio Dio, quanto fu lasciato fuori! Lo so adesso: me lo avete insegnato voi; e mi sembra, e sempre mi sembrer, che fosse per l'appunto lasciato fuori ci che sarebbe stato veramente degno di possesso, ci che d significato all'amore. Ma certo ben pochi lo ammetterebbero; e nemmeno io dapprima me ne avvidi e mi ci volle anche un certo tempo ad accorgermene.
Nell'ospedale, naturalmente, nulla poteva accadere; ma venne il momento ch'io fui in grado di uscirne bench non fossi affatto idoneo a riprender servizio e raggiungere il mio reggimento. I medici dissero che dovevo stare in riposo. Ella mi port a un suo possesso nel Surrey.... perch mi riposassi. Fu l che tutta la faccenda cominci, si svolse e finalmente infuri. Io credo che quella donna dovesse essere non meno anormale di me: una sottile forma d'isterismo manifestatosi durante la guerra pu aver fatto di lei una vittima, oppure pu essere stata vittima della propria et, e pu anche darsi ch'ella abbia avuto sempre un temperamento ch'io non avevo mai riscontrato in altra donna. Sentii per dire che era ben noto com'ella avesse quel temperamento. Ci pu avere una certa importanza? Insomma eravamo due insani, credo. Nessuno di noi aveva il dominio di se stesso; mancava ad ambedue ci che nell'essere umano, maschio o femmina, ha sempre la mano al timone, e pu guidare ed evitare, pu fermar la macchina quando v' un pericolo. Una volta io conobbi un russo; egli commise un'azione riprovevole, si cacci in un pericoloso imbroglio, poi venne da me e mi si raccomand perch lo aiutassi; io mi ci prestai, poi gli domandai come aveva mai potuto giungere a quell'azione, che soltanto per un caso fortunato non lo aveva portato alla rovina. Egli mi disse di esservi stato spinto da un impulso cos forte che non gli era stato possibile trattenersi. Gli chiesi come mai non aveva opposto resistenza a quell'impulso, ma egli mi assicur che non gli riusciva mai di resistere a un impulso, che bisognava ch'egli vi desse sfogo. In quel tempo io non potei capirlo; mi pareva un uomo sanissimo, bene equilibrato: eppure adesso sento che in lui doveva esservi un ramo di pazzia.
Lei e io.... eravamo in quel tempo come lui.
Talvolta, come era accaduto a tanti soldati, io solevo essere addirittura spensierato in mezzo al pericolo, non in principio ma proprio nel mezzo di un assalto; e cos ora sentivo una nuova spensieratezza, potrei dire indifferenza nella sicurezza; e anche lei aveva una certa spensieratezza d'animo unita alla sua tremenda volont: aveva la volont di essere spensierata, di buttarsi a capofitto nella passione senza curarsi di ci che potrebbe venir dopo, o di quel che se ne direbbe. E appunto per questo tanti sapevano del nostro legame: ella non cercava affatto di nasconderlo: dalla guerra in poi non v' pi prudenza e circospezione come una volta; e sino da allora la gente si sbarazza di ogni cautela come un bagnante nella stagione calda si tira via da dosso i panni. Non pochi dicevano tacitamente ai loro simili: "Prendetemi come sono". E noi pure lo dicevamo; e cos la gente venne a sapere; molti vennero a sapere: e noi non ce ne curavamo.
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Ella aveva trovato il pretesto di essere molto stanca, di aver bisogno di riposo dopo il suo prolungato servizio di guerra. Un rinomato medico pot facilmente esser persuaso a dichiararlo ufficialmente; allora all'ospedale fu data una nuova direttrice, ed ella si ritir con me nel Surrey: l ella prese pieno possesso di me. Voi non potrete mai capire come una donna di quel tipo possa prender possesso di un giovane. Ella pareva farmi cosa sua: per tutto quel tempo io vissi in lei come un uomo costretto in un'angusta stanza, maravigliosamente adorna, da cui fosse per altro esclusa la luce del giorno e in cui non giungesse alcun rumore esterno. Il mio orizzonte era limitato da lei. Adesso io non posso capirlo; mi sembra incomprensibile, ma cos avviene, credo, di una quantit di cose nella vita quando ci voltiamo indietro a guardarle. Ci vien fatto di dire: "Ma come posso essermi comportato in quel modo? Come posso aver sentito a quel modo? Come posso essermi perduto dietro una tal cosa, avere anelato la tal'altra?" Quanto lasciamo per la strada via via che ci avanziamo nella vita! Volgendomi a guardarla io vi vedo un altr'uomo che sente, agisce, sente bestialmente, agisce bestialmente, da vero pazzo. Eppure quell'uomo ero io. E quell'uomo tiene in pugno la mia vita e tutto quanto il mio avvenire. V' un fatto ben stabilito in questa fugace fantasmagoria che si chiama vita, ed  l'esistenza dell'irreparabile: l'irreparabile ha addentrato in me i suoi artigli e sino a che vivo li terr in me. Nulla, nessuna forza, nessuna ardente bramosia potr far s ch'esso li ritragga.
La cosa tremenda  l'appassionata foga, il furibondo, ignobile ardore col quale un uomo spesso contribuisce ad avvincer se stesso a una catena senza sapere che cosa essa sia: il suo unico desiderio  di trovarsi incatenato, sino a che non si accorge che quella catena lo fa prigioniero. E allora, quale inferno nell'avvedersi a un tratto che ha perduto la sua libert! Io me ne accorsi quasi di repente, o cos mi parve, nel giorno in cui vi vidi per la prima volta, Viviana. E mi ricordo del disgusto di me stesso da cui fui preso; s, da un vero disgusto. Una cosa che gi sembr grande pu crollare in un baleno. Mi parve a un tratto, nel vedervi, che ci che sino allora mi aveva ossessionato avesse ricevuto un colpo mortale: voi uccideste ci ch'io avevo immaginato sino allora fosse il mio amore per lei; voi lo uccideste in quel medesimo istante. Come vi fu possibile? In qual modo foste capace di farlo? Non lo sapr mai; ci rimarr sempre un mistero per me. Ma forse, senza esserne proprio conscio, io avevo gi cominciato a sentire nel mio intimo la nausea di quella vita semplicemente carnale, che pu avere un'enorme attrattiva per un certo tempo, e finire col riuscir disgustosa, ripugnante sino al ribrezzo. Se l'uomo  uomo e animale, viene il giorno, o la notte, in cui si avventer sulla sua bestialit e la uccider: voi mi accendeste del desiderio di uccider la mia; ma forse avevo gi cominciato a odiarla anche avanti di veder voi. Ma le ferree sbarre di una gabbia mi accerchiavano: le sbarre della sua volont. Ah, quella sua volont! Com' possibile spiegarla, dire quale fosse? Una volont pu difatti soltanto esser sentita, non analizzata. Non  questione di: "Fate questo! Fate quest'altro!" Non si tratta di qualche cosa ordinata, comandata, imposta: no,  piuttosto come un'emanazione d'inflessibile proposito, un'atmosfera di risolutezza che ha in s qualche cosa di diabolico. V' in essa trepida attesa, e ci che  attesa deve avvenire. Proprio cos: qualcuno dice tacitamente: "Aspetto questo da voi" e voi non ci pensate nemmeno; un altro dice lo stesso e voi sentite: "Devo farlo". I dominatori del mondo perch dominano? Non per il loro intelletto, ma per il mistero della loro volont. Le donne che dominano gli uomini non li dominano con la bellezza ma per lo stesso mistero. La volont di lei s'era sviluppata, perfezionata per l'uso fattone da tanti anni: certo ella era nata con essa, ma essa l'aveva allenata come un muscolo sino a riuscire a indurirla e a renderla rigida come il ferro; e come certi uomini giungono all'irrigidimento dei muscoli, io credo ella giungesse all'irrigidimento della propria volont, credo che, anche volendo, non le sarebbe pi riuscito di esser malleabile. La sua volont dominava gli altri, ma dominava altres lei stessa, la spingeva, le faceva calpestare ci che potesse esservi in lei di cauto, di gentile, di pietoso, si potrebbe perfino dire di umano, per proseguire nella sua via devastatrice.
Era sua volont di mantenermi suo, assolutamente suo: lo sapevo, e il giorno che incontrai voi per la prima volta sapevo, o credevo di sapere, a che cosa mi trovavo dinanzi. Mi ricordo di aver pensato: "Sono stato pazzo: ho preso il falso per vero, cenere per farina, concupiscenza per amore, morte per vita" o qualche cosa di simile. E sentivo un disperato desiderio di liberarmene, di uscir di l, dal luogo dove era tenuta chiusa la mia bestialit, ed ero atterrito di ci che avevo fatto. E il terrore proveniva dalla mia conoscenza della sua volont, e anche dal fatto che la mia parte emotiva, perversa, febbrile, stimolata dalla vita che avevamo condotto (indescrivibile a voi) capiva che quella donna sapeva sentire, e conosceva che cos'era soffrire. La volont di lei era dura come l'acciaio, ma ella aveva in s terribili dolcezze, e io avevo paura di quelle, le temevo quasi quanto la sua volont. E poi ella aveva occhi che potevano vedere: gli occhi di una quantit di gente vedono pochissimo; ma i suoi erano occhi che vedevano bene tutto quello che era tanto alla superficie che internamente.
Mi ricordo che quando io ritornavo in treno da Londra nel Surrey (ero stato fuori tutta la giornata) non potevo a meno di pensare a quegli occhi dai quali la sera sarei stato scandagliato. Qualche cosa di tremendo era a un tratto accaduto in me: con quei suoi occhi come non se ne sarebbe ella accorta? Essi se ne avvedrebbero subito, bisognava che se ne avvedessero: e allora? Mentre ero in treno avevo la sensazione di esser colpevole, di essere un vile ingannatore; e ci proveniva da questo: in certo modo io sapevo ch'ella non potrebbe mai cambiare come a un tratto ero cambiato io. La sua vita era stata appunto piena d'inganni o, come li chiamavo allora, di tradimenti simili al mio. Soltanto ci ch'io avevo fatto una volta sola era stato d'innamorarmi a un tratto di voi, mentre ella era passata continuamente, e con la pi grande disinvoltura, da uno a un altro amore. Ma ora ella non era pi giovane, lo capii all'improvviso, e una certa et porta disperazioni e talvolta grandi cambiamenti nel carattere. Ella non vorrebbe lasciar presa; non v'era da aspettarsi tradimenti da lei: un cambiamento cos repentino come s'era operato in me non si opererebbe adesso in lei. Sarebbe inutile sperarlo. E io avevo paura della sua volont. Ricordatevi che non ero in stato addirittura normale, che non mi sentivo proprio io: pi o meno ero sempre un malato. Avrei avuto bisogno di riposo, e invece la mia vita con lei mi esauriva. Continuavo a essere anormale, un po' in conseguenza della guerra, per i gas asfissianti, per la ferita riportata, in parte, e anche pi forse, per mia propria colpa, per la vita che menavo quando avrei dovuto fare ogni sforzo per ritornare un uomo in tutta l'estensione del termine.
Oh, qual significato avevano per me, Vi, la vostra bella salute, il vostro equilibrio, quella sanit del corpo, della mente e dell'anima che si leggevano in voi! Io vidi, sentii in voi un'amazzone il cui solo respiro poteva risanare.
Me ne tornai nel Surrey, giunsi a casa in carrozza. Quella sera a pranzo eravamo soli e io sedevo in faccia a lei. Il silenzio della campagna ci circondava: la sua casa era attorniata da un parco e da giardini, e la notte non veniva da essi il pi lieve rumore. Gli occhi di lei erano su me: pareva ch'ella non facesse che guardar me, e nei suoi occhi v'era sempre la sua volont. Verso la fine del pranzo ella disse:
Che cosa vi  accaduto oggi?
Aveva capito, come gi sapeva, che qualche cosa v'era stato. E quello fu il principio dell'inferno per ambedue.
Io mentii, naturalmente: gli uomini mentono sempre quando si giunge a questa specie di cose; e le donne di quella sorta non credono alle loro bugie. La signora Sabine non cred alle mie; insist, scandagli: io seguitai a mentire. Ella finse di credermi, mut discorso, poi fece conto che nessun cambiamento fosse avvenuto in me: e ci mi portava assai pi che a mentire, cio a sostenere ancora la parte d'innamorato.
Questa commedia dell'amore  un vero inferno; ma io vi discesi, e vi stetti sino a che lei stessa non volle togliermivi. Ella capiva che io rappresentavo una parte, sebbene per un certo tempo fingesse di non accorgersene; e durante quel tempo mi costrinse a rappresentarla anche con maggior ardore: incominciava cos la sua vendetta per il mio cambiamento.
Le mie condizioni fisiche peggiorarono; quanto alle condizioni mentali.... ebbene, erano deplorevoli: v'era in me una grande depressione. Mi costava uno sforzo immenso sembrar disinvolto, e anche mostrarmi semplicemente naturale mi era quanto mai difficile in quel periodo. Osservavo troppo me stesso, la coscienza di me stesso era il demonio che non mi dava tregua; e ci che prima m'era sembrato amore ora mi appariva come distruzione. Mi pareva che in me dovesse avvenire un crollo. Io non m'intendo molto di nervi (e chi ne pu sapere?) ma mi pareva che un'intricata rete di qualche cosa ch'io chiamavo nervi m'impigliasse tutto. La parte fisica di me sembrava sull'attenti per tradirmi; la parte mentale era malata, gravemente malata.
Ella lo sapeva bene, non poteva ignorarlo, ma non rilassava mai le sue pretese su me, mi costringeva inflessibilmente a rappresentar la mia parte di amante, a simular la passione; e cos, per farla breve, io giunsi a odiarla.
Di tanto in tanto io dovevo andare a Londra, questo ella non poteva impedirmelo perch le davo ottime, irrefutabili ragioni per assentarmi. Dovevo recarmi da un medico in Harley Street, di quando in quando farmi vedere al Ministero della Guerra, recarmi nella City e far visita ai miei soci alla Borsa, andare a trovar mia madre. Talvolta le dicevo che mi tratterrei un po' con mia madre in Knightsbridge: ella non poteva impedirmelo; e fu cos che cominciai a veder voi.
Voi non sapevate come mi trovavo, che cosa accadeva: com'era possibile che lo sapeste? Le persone che indovinavano, o sapevano.... ed erano molte, non appartenevano alla vostra cerchia. Io ne ero ben contento: vi amavo e subito cominciai a pensare alla possibilit che voi pure mi amaste. Non sapevo figurarmi perch fosse possibile, non potevo pensare perch un individuo come me potesse esser capace di trarvi a s; ma tuttavia sentivo che la cosa era possibile: un animo me lo diceva.
Allora, insofferente del mio giogo, cominciai a stillarmi il cervello per trovare il modo di riprendere la mia libert, di sfuggire a lei. Un vero mascalzone credo che faccia presto a sbarazzarsi di una donna, anche di una donna come lei, qualunque cosa sia avvenuto fra loro; io per non lo ero; e non sapevo che fare. Non volevo ferirla; ma ci non era tutto: avevo paura di lei, paura di ci ch'ella potrebbe fare se io mi smascheravo, se le dicevo tutta la verit. Voi osserverete ch'ella la sapeva gi; la sapeva e non la sapeva: intuiva, non altro. Non altro, ma bastava; pure ci non poteva fornirle il pretesto di far qualche scena terribile; ed era capace di farla, ne ero certo, lo avevo sempre sentito. Se io sfidavo la sua volont che cos'era mai possibile ch'ella facesse? Vi pensavo costantemente nel guardarla, nel guardare quei suoi occhi energici, risoluti, che avevano una vista cos acuta.
Ella non mi aiut punto: dopo la domanda fattami quella volta a pranzo, nel giorno in cui vi vidi per la prima volta, non aveva pi toccato quell'argomento; e il non parlarne mai la rendeva atta a costringermi a recitar la mia parte e a punirmi in tal modo. Era diabolicamente astuta a questo riguardo: recitava molto meglio di quel che non riuscisse a me; ma in tutto il tempo ch'ella fece la commedia io sapevo ch'ella stava in guardia ed ero certo che un giorno o l'altro ella giungerebbe a scoprir la verit. Frattanto, e questo lo credo proprio, ella cercava di farmi deperire. S, credo si fosse giunti a questo, ch'ella volesse addirittura distruggere il mio corpo piuttosto che permettermi di appartener mai, come uomo, a un'altra donna, alla donna ch'ella sapeva esistere in qualche luogo, a voi, insomma. Io ho delle ragioni per creder questo, ma a voi non posso dirle: non potrei mai dirle a nessuno, e meno che a ogni altro a voi.
Potete concepire, Vi, che una donna che ha amato un uomo, sia pure a modo suo, giunga a far questo? Probabilmente no: io s, perch ho vissuto con lei.
In quel tempo io divenni letteralmente sua preda: questa  una tremenda confessione di debolezza, credo. Ma voi non l'avete mai conosciuta, voi non conosceste mai la sua volont dominatrice. Io non ero l'unico che l'avesse provata, che avesse dovuto piegarsi a lei: nel passato ve n'erano stati molti e, fra essi, uomini che la gente chiamava splendidi giovani. Trovarsi con lei come mi trovavo io, come suppongo si siano trovati anche alcuni di loro, era come esser presi nell'ingranaggio di una macchina. La sua volont era meccanicamente spietata: una volta messa in moto, fissa su un dato oggetto, non poteva pi esser fermata n sviata. Dopo ch'ella si fu avvista del cambiamento in me, io divenni sua preda. Non ero pi il suo amante, ma ci che v'era di bestiale in me apparteneva a lei, ed ella lo sapeva e in terribile maniera provava di esserne a conoscenza.
Se riandate col pensiero, Viviana, dovete ricordarvi di un tempo, poco dopo avermi conosciuto, in cui io sembravo gi gi, proprio "un cencio" come suol dire la gente, addirittura sfinito. Senza dubbio voi, come tanti altri, lo attribuiste a quel che avevo sofferto in guerra. Io ero sempre "sotto cura" e naturalmente me ne valevo per nascondere la verit. La verit era cos vergognosa che  difficile metterla in carta. Io so che piuttosto che lasciarmi rifugiare in un'altra donna ella mi avrebbe reso impossibile far da marito. Lo so. Era a quel modo, addirittura spietata quando l'afferrava una passione. Ma non voglio dilungarmi di pi su quella parte della nostra relazione: non posso. Se qualche cosa non fosse accaduto, se non fosse sopravvenuto un cambiamento, avrei poco tardato a soccombere. Sentivo che mi aspettava una catastrofe.
Il cambiamento fu questo: mi fu offerto quel posticino al Ministero della Guerra.
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I medici mi avevano fatto inabile al servizio attivo, e per un tempo non breve. Cosicch, mediante certe conoscenze che mia madre aveva, mi fu offerto quel posto. Io lo accettai subito senza parlare a lei: mi parve di veder finalmente una possibilit di scampo.
La sera stessa la informai di quanto avevo fatto e le dissi altres che adesso naturalmente dovrei tornare a vivere in Londra.
Quella notte ci fu tra noi la prima scena, e fu disgustosa. Ella gett da parte la finzione con una prontezza da sbalordire, e afferm che sapeva che volevo staccarmi da lei, spezzare ogni legame con lei, farla, insomma, finita. Mi disse che quell'ufficio datomi al Ministero della Guerra non era che una scusa, ch'io avevo brigato per averlo come mezzo di allontanarmi da lei. Avrei dovuto prendere la palla al balzo e dirle tutta la verit; ma non lo feci: non potevo. Ella m'inibiva di dirle la verit, e io continuai a mentire. Cercai di rabbonirla: di nuovo recitai la commedia, ma insistei sulla necessit di andare a stare a Londra. Ella aveva casa in Londra, naturalmente, e disse che verrebbe a Londra anche lei, che la quiete del Surrey cominciava ad annoiarla: voleva che le promettessi che a Londra sarei andato ad abitare in casa sua. Io le dissi che questo non lo potevo fare: lo scandalo sarebbe stato troppo grande. Ella rispose che non se ne curava; tutti i suoi amici sapevano della nostra relazione; nessuno nella sua cerchia la ignorava: qualunque cosa facessimo non importava pi niente.
Io ribattei che dovevo aver riguardo per mia madre, che non potevo gettar tutto ai quattro venti. Ella si prevalse di quelle parole: disse che se avevo certe ubbie, tali scrupoli, sarebbe meglio sposarci e cos chiuder la bocca a tutti.
Quando ella mi parl di matrimonio, sentii ch'ero proprio giunto a odiarla. Venirne a cognizione fu orrendo per me; ci rendeva obbrobrioso il mio legame con quella donna: sposar lei quando sulla terra ci eravate voi? Ella teneva gli occhi fissi su me; la sua volont era su me; ma in quel momento sentii che v'era una cosa che la sua volont non potrebbe mai compiere: io non potrei mai legarmi a lei col matrimonio. Questo a lei non lo dissi, cercai di barcamenarmi. Ma qualche cosa ella riusc a ottenere, poich acconsentii a recarmi di tanto in tanto in casa sua. Ella era riuscita a vincermi, mi aveva fatto cedere: meglio seguitare a viver con lei nello stesso modo che sposarla.
Andammo a Londra. Ella mi aveva gentilmente invitato ad andare a passar qualche giorno da lei in Hill Street essendo affittato il mio antico quartierino in Queen Anne's Mansion. Avevo accettato di stare in casa sua sino a che il quartierino non fosse rimasto libero. Nessuno avrebbe potuto malignare se ella non avesse proprio fatto in modo che tutti i suoi conoscenti sapessero ch'ella mi teneva sempre avvinto: ella calcolava che ci mi renderebbe pi difficile rompere il nostro legame; la sua intenzione era d'incatenarmi a s con la pubblicit.
E cos per un certo tempo l'abominazione prosegu; ma io badavo di pi alla mia salute; bisognava star bene ora che dovevo adempiere ai miei doveri d'ufficio. Ella odiava perci il mio lavoro come avrebbe odiato una donna. Disimpegnavo assai bene il mio incarico al Ministero, e lottavo contro il mio prepotente sentimento per voi, perch sapevo bene che non ero degno di chiedervi in moglie. Sapevo che voi non avevate idea della vita ch'io conducevo, che se aveste saputo non avreste potuto provar per me che disgusto. Voi rappresentavate la salute, l'equilibrio, la lucidit, tutte le cose splendide, chiare, pure come avreste potuto comprendere che il disordine fisico genera il pervertimento mentale, che il pervertimento mentale conduce a orrori corporali? Come potevate voi col vostro animo baldo comprendere la debolezza generata in me (lo credevo e lo credo ancora) da quanto m'era avvenuto in guerra? Voi certo pensavate che la prova della guerra rafforzasse il carattere di un uomo, gli desse fibra morale, potere di resistenza. Oh, Dio, Vi, quanto poco sanno ancora tre quarti del mondo sulle reazioni che la guerra produce negli uomini! Ma la loro verit non potr esser mai manifesta pienamente.
Io vi vedevo pi spesso che mi era possibile e sempre con paura: giungerebbe ella a scoprire? Ella sapeva che io amavo, ma non sapeva chi: pure in Londra le riuscirebbe assicurarsene.
Ella and a un torneo di tennis e vi vide l per la prima volta. Era stata una grande cacciatrice, ma non prendeva parte a giuochi e non se ne curava molto. Che cosa la portasse a quella gara di tennis io non lo so; ma so che vi vide giocare e che le faceste grande impressione, tanta impressione che quella sera stessa mi parl di voi; io posso ricordare le sue esatte parole:
Oggi ho veduto un'amazzone, Viviana Denys, la giocatrice di tennis:  proprio un perfetto tipo inglese.
Credo di non aver detto nulla; non sapevo che cosa dire. Ella mi fissava; dopo un momento soggiunse:
L'avete veduta? La conoscete?
Da quel momento ella cap: era inutile fingere, schermirsi, mentire, far la commedia: ella sapeva. Ma non mi disse di sapere: quando replicai di avervi incontrato, ma di conoscervi appena, ella accett la risposta senza darvi apparentemente importanza, e cambi discorso, subito dopo aver detto qualche cosa della vostra grazia e del modo maraviglioso con cui giocavate.
Ma da quella sera ella mi fece vigilare da pi detectives e pot venire esattamente a sapere quando e dove io v'incontravo.
Io non sospettavo di nulla, ma una sera, in una terribile scena di furore e di gelosia, le sfugg l'intera verit fra i pi aspri rabbuffi. Allora non potei regger pi a lungo. In quel momento ero in un vero stato di disperazione: l'aver sentito dalla sua bocca ch'ella mi aveva fatto pedinare, che gli spioni le avevano riferito dove vi vedevo mi sferz talmente che appena giunta la mattina uscii di casa sua senza lasciarle nemmen detto che me ne andavo. Presi semplicemente la mia roba e di buon'ora abbandonai la casa: avrebbe saputo dalla servit che non ero pi presso di lei.
Quel mio modo d'agire mostra in che condizione io fossi e lo stato delle cose fra noi.
Io non andai in casa di mia madre; avevo paura anche dei suoi occhi: sentivo di non potere stare con nessuno che mi conosceva bene, che si sarebbe occupato di me. Chi vuol bene scruta: l'ho provato anche con voi, Viviana: e il sentirmi scrutato da voi mi ha dato dei momenti tremendi: una volta mi diceste che vi eravate messa a contemplarmi mentre io ero addormentato.
Andai a stare nell'albergo Rembrandt.
Non sapevo se l'essermi allontanato a quel modo da casa sua avrebbe troncato tutto fra noi; credo di aver avuto una lieve e pur disperata speranza che fosse cos; ma nel mio intimo io non credevo di poter mai immaginare che ella mi lascerebbe libero di venire a voi, di star con voi quanto mi pareva, figuriamoci poi di giungere a sposarvi se aveste mai acconsentito a unirvi a me. E per l'appunto in quel momento avevo cominciato a capire che quel miracolo poteva accadere, che non mi disdegnavate. Voi crederete forse che quel mio agire risoluto dovesse avermi liberato: fisicamente non dico di no, per il momento; ma la sua volont mi attanagliava sempre.
Ella non si mostr furibonda che io l'avessi lasciata a quel modo; non prese la mia partenza come un insulto dopo tutta l'ospitalit datami: avrebbe potuto farlo, bench da un pezzo fossimo passati sopra a tutte le convenienze scendendo nella nostra relazione proprio allo stato selvaggio. No; ella riusc a scovare dov'ero e venne da s all'albergo e mi chiese perdono: disse di provare un'amara vergogna di ci ch'ella aveva fatto, ma di esservi stata spinta dalla gelosia; e mi preg di tornare a lei e abitar di nuovo in casa sua. Io rifiutai, ella insist: ma quel giorno io tenni fermo.
Allora ella cominci a venire ogni momento all'albergo, ora per invitarmi a pranzo, ora per portarmi al teatro, o perch l'accompagnassi fuori. In quel periodo di tempo ella fu amabilissima; ma sotto la sua amabilit io sentivo in lei il ferro; e non osai mai di venire dove eravate voi. Pensavo che se avessi cercato di vedervi, ella sarebbe stata capace di fare qualche cosa di disperato o forse di oltraggioso per voi. Sentivo ch'ella era capace di tutto: v' una condizione in cui anche la donna pi educata del mondo  capace di far ci che si dice l'impossibile: io sapevo ch'ella si trovava, o era press'a poco, in quella condizione.
Molta gente a Londra, specialmente donne, sapeva quel che c'era stato fra noi, sapeva ora benissimo quali erano scambievolmente le nostre relazioni. Per il solito le donne tengono dietro con frenesia agl'intrighi del genere del nostro, specialmente quando rasentano la tragedia: anzi, pi rasentano la tragedia, pi sembrano prenderci gusto. Pu darsi che voi non lo sappiate, ma  cos. Parecchie persone della sua cerchia sapevano benissimo come stavano le cose. Ella non aveva dimenticato, non dimenticava mai, che un uomo pu rimanere appunto impigliato nella rete della pubblica opinione: e mi fece capire che la gente aspettava di vederci unire in matrimonio, aspettava che io facessi ritorno a lei e la sposassi.
Io non son buono a descrivervi l'impressione che quei discorsi facevano su me; non sapevo pi in che mondo fossi: rinunzio a provarmici.
La sua mente era cos fissa in quell'idea del matrimonio che di continuo, in un modo o nell'altro, subdolamente, ella preparava il modo di farmi cedere, nonostante tutto quello ch'era accaduto fra noi, nonostante ch'ella sapesse ch'io vi amavo. E io giunsi ad avere il presentimento che ella sarebbe riuscita nel suo intento. Talvolta mi vedevo gi unito a lei in matrimonio, avvinto a lei per la vita. Eppure com'era possibile che ci fosse? Io avevo il potere di rifiutarmi; avevo il potere di astenermi dall'atto che solo poteva far avvenire il nostro matrimonio. Perch aver paura? Eppure avevo paura; il congegno della sua volont era in moto: avevo paura.
Eravate sorpresa perch in quel tempo non venivo mai dove avrei potuto incontrarvi? Io non m'ero dichiarato, ma voi sapevate quel che provavo per voi, e certo dovevate maravigliarvi di non vedermi pi.
Finalmente ella mi rese il soggiorno nell'albergo cos difficile, direi quasi cos impossibile, che diedi un frego al passato e ritornai nella sua casa in Hill Street. Fu la pazzia della debolezza che me lo fece fare, lo so; ma io non potevo agire diversamente: mi pareva che se non accondiscendevo a tornar con lei ella avrebbe fatto qualche cosa di disperato. Aveva smesso di mandarmi dietro le spie da quando mi ero spiegato: le avevo detto chiaro e tondo che se mi trovavo alle calcagna uno di costoro avrei fatto una pubblicit(3). Ella mi cred. E poi, ora che mi ero spiegato, a che cosa giovava? Ella sapeva esser remissiva nelle cose di poco conto, nelle grandi mai. In esse la sua volont aveva troppa forza, non le era possibile di cedere.
Il mio ritorno in casa sua fu un trionfo per lei; ma ella non me lo dimostr: si conteneva come se fosse una cosa naturalissima. C'era stata fra noi una delle solite burraschette da amanti, avevamo fatto la pace e tutto doveva ritornar come prima. Fu questa la sua linea di condotta. Io non dimenticher mai ci che sentii in me il giorno che ritornai in casa sua, quando vidi portarvi dentro i miei bagagli dallo stesso servitore che era andato a chiamare per me una vettura quella tal mattina prima ch'ella si fosse alzata. Quell'uomo sapeva; tutta la servit sapeva; nell'entrare in quella casa mi pareva di entrare in prigione: veramente allora delle prigioni poco ne sapevo; ora non posso dire cos.
Era una cosa abietta, Vi, tornare ad abitare sotto quel tetto. Appena vi fui, maledissi la mia debolezza, la mia pazzia che mi ci avevano riportato. Come poteva un uomo pensar mai a riacquistar la libert dopo aver fatto una cosa simile? Che scampo vi poteva ormai pi esser per lui? Io avevo perduto sino all'ultima briciola di rispetto di me stesso: cercavo di dirmi, di convincermi che quella era stata la cosa pi savia ch'io potessi fare, date le circostanze; che se non avessi fatto a quel modo v'era da aspettarsi da lei uno scandalo, che v'era perfino il caso che ella venisse da voi a raccontarvi della nostra relazione: e credo ancora che sarebbe stata capacissima di farlo. Ma intanto la mia debolezza mi disgustava, mi faceva orrore, quel dover riprincipiar daccapo mi dava la nausea. E il dovermi tener lontano da voi nello stato in cui ero, mi era appena sopportabile: fra breve doveva divenire addirittura insopportabile.
Bisogno di libert, privazione di libert! Chi mai pu dire che cosa sia ci, quando tutto quel che  in noi, tutto quel che  reale, vitale, la nostra virilit, la parte di noi che pu soffrire e aspirare, combatte in segreto per rompere i suoi lacci, per andarsene alla persona amata! Perch v' un'unica persona quando amate!  tremendo, ma  cos! Anche i pi prossimi e i pi cari si dileguano come ombre dinanzi all'unica, non importano pi, non contano pi. Oh, l'innamorato  tremendamente disumano; lo so: nessuno sulla terra pu esser crudele come un uomo perdutamente innamorato. Egli non si cura di che cosa accade a coloro che ha lasciato nell'ombra, se soffrano, se sanguinino. La sua tenerezza non si spande; v' chi dice di s, ma non  vero:  tutta concentrata,  tutta per l'unica persona amata. Ogni grande amore ha il marchio dell'esclusivit. Perfino mia madre, oh, Vi, quante volte ho imprecato a me stesso per la mancanza di sentimento verso mia madre!  stata una cosa tremenda. Il giorno del verdetto, quando mi lasciaste e mandaste da me mia madre, sapevo allora la spietata concentrazione dell'amore, la sua ferocia animalesca. Mia madre cap allora ci che era in me: non vi accorgeste com'era strana quando finalmente voi ritornaste? Il cervello e il cuore di mia madre penetrano sempre sino alla radice delle cose: questa  la sua maledizione.
Lei sapeva che anche essendole vicino il mio pensiero era altrove: lei stessa mi aveva allontanato da s. La sua volont aveva trionfato sopra il mio corpo: io ero di nuovo in casa sua, vivevo con lei, ma ero sempre lontano da lei. La dipendenza dell'anima  quasi tremenda come la dipendenza del corpo. Ella sentiva che v'era l qualche cosa di ribelle che la sua volont non poteva toccare, e quella volava a voi. Ma ci non poteva bastare: il corpo penava nella sua prigionia.
Mille e mille volte, quando ero solo, dicevo a me stesso:
"Ma questo deve finire: bisogna porvi un termine. Animo, alziamoci, andiamo da lei, diciamole che tutto ci  stato una pazzia di guerra, che non  mai stato altro, che ambedue fummo vittime di una specie d'isterismo epidemico, in un mondo stanco, divenuto selvaggio a cagione della sua stessa stanchezza, del suo infinito disgusto, che lo rende tutto quanto infermo. Ella capir; dovr capirlo. E se non lo capisce non c' altro da fare che aver fegato, opporre la propria volont a quella di lei, energicamente, fino a che non si riesca a stroncarla. Alziamoci e facciamolo immediatamente."
Eppure non mi riusciva. Venuto il momento, quando mi trovavo davvero con lei, non potevo. Ella doveva vedere in me la determinazione di farlo ma si accorgeva subito che era un fuoco di paglia. E allora soleva fissarmi con quei suoi occhi e dirmi: "Ebbene, che cosa c'?" e aspettare senza levarmi gli occhi da dosso, poi soggiungere: "C' dunque qualche cosa?" In certo modo ella mi dava l'occasione di parlare, facendolo anzi a sommo studio per affermare il suo potere, provarlo; poich non era affatto codarda. Io non potevo coglier l'occasione; non potei mai prenderla; eppure non era la piet per lei che mi tratteneva. Io amavo troppo voi per poter compiangere una donna schiettamente, di tutto cuore; e ci che in questo caso fa il cervello non  molto. Io non credo di aver avuto piet di lei, Vi: ero concentrato in voi. Le orrende difficolt che mi barricavano, lo sgomento e l'apprensione che il mio amore per voi avevano prodotto, la mia mancanza di libert, tutto sembrava unirsi per aumentare il mio sentimento per voi, la mia aspirazione verso di voi, tanto da farmi sembrare di esser giunto agli estremi delle cose. Cominciai a odiare la sua volont come se fosse un'abietta persona; spesso vi pensavo come a qualche cosa indipendente da lei, che pure albergava in lei e non poteva agire che mediante lei. Ah, se avessi potuto trar fuori da quella donna la sua volont e ucciderla! Allora ella sarebbe ben diversa, io potrei supplicarla, spiegarmi con lei, farle comprendere, e far la pace e perdonare. Senza quella mostruosa volont, ella avrebbe dicerto avuta un po' di compassione. Perch io non credevo, non ho mai creduto che ella mi amasse com'io amavo voi: non avrei potuto torturarvi premeditatamente giorno per giorno; se aveste voluto staccarvi da me, vi avrei lasciata andare. Eppure.... avrei potuto? Forse m'inganno: non so. No, credo che vi avrei trattenuta perfino contro la vostra volont, se ne avessi avuto il potere. Io suppongo che noi mentiamo con noi stessi come mentiamo con gli altri! Credo che vi avrei incatenata piuttosto che lasciarvi allontanar da me.
Venne un momento che mi sentii cos disperato per la mia condizione e per l'avvenire, che pensai a non tener conto dell'esperienza che avevo di lei e di supplicarla. Mi proposi di fingere di non conoscerla, di parlarle con piena schiettezza, con semplicit, proprio col cuore, non bruscamente ma con gentilezza. Non sarebbe possibile che la persuadessi? Non poteva darsi che la commovessi sino a farle dimenticar se stessa? Ella aveva avuto una tale vita! Aveva fatto tante prove, soddisfatto tante passioni prima d'incontrar me: per anni e anni aveva avuto tutto quel che bramava. Aveva vissuto. Non c'era il caso che la persuadessi a lasciar vivere me pure? Non potevo toccarle il cuore?
"Poi alla fine" pensavo "chiunque non sia un mostro ha un po' di cuore, e ogni cuore dev'esser capace di provare emozioni. Forse ella non  cos dura e ostinata nell'egoismo come m'immagino; forse non sar impossibile trovarla arrendevole: trattiamola per una volta come se avesse buon cuore, fosse una creatura generosa, comprendesse il significato della giovent e dei suoi naturali desiderii: diamole l'opportunit di fare una bella cosa: pu darsi che se ne valga."
Darle l'opportunit di fare una bella cosa? Io fui tanto pazzo da indurmici: le diedi quell'opportunit. In contraccambio ella mi mostr il fondo del suo carattere, un fondo veramente di sasso. Ella s'irrit, s'infuri in tal maniera che strapp da s ogni velo e freneticamente scopr la sua nudit.  possibile, credo, sentirsi raccontare e mostrar tutto, tutte le verit, tutte le macchie, le cicatrici, le ferite, e nonostante amare ancora di pi: ma ci richiede grandezza di carattere e la pi profonda umanit. Invece da quanto ella mi disse e mi rivel, io mi sentii nauseato, abbattuto, inorridito e maledissi la mia pazzia. Ella mi fece capire il pazzo ch'io ero e quanto poco conoscevo le donne: ma non sapevo addirittura nulla di donne come voi.
Avevo fatto il mio ultimo tentativo per riacquistare la libert; era fallito, peggio che fallito: il disprezzo ch'ella mi aveva dimostrato era senza limiti e, lo sapevo, tremendamente genuino. Povero pazzo a credere che qualsiasi donna potesse esser generosa quando c' di mezzo un'altra donna! Idiota a immaginare che la tigre fosse morta nella donna. La sentii ridere del riso di una vecchia belt offesa; vidi i suoi occhi pieni, traboccanti d'ironia. E il disprezzo e l'ironia erano genuini e taglienti: era proprio lei stessa in quel momento. E io ero stato capace di pensare, di seguitar per un pezzo a pensare di amarla! Il mio orizzonte era stato limitato da lei: mi era parso ch'ella dovesse bastarmi: avevo creduto che mi bastasse interamente.
La pazzia della guerra, certo fu quella, era adesso sparita da me: l'ultimo straccio d'illusione se n'era andato.
...
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...
Ora ero con le spalle al muro e naturalmente ella lo sapeva: sapendolo, butt via ogni finzione, o per lo meno cred di smascherarsi completamente; ma, con un carattere come il suo, era addirittura impossibile che un uomo ne fosse certo. In ogni modo a me sembr cos. Non posso dir altro. Avevo supplicato, avevo confidato in lei da vero idiota, da vero matto, e avevo avuto la risposta che mi meritavo. In ogni modo era stata una risposta senza finzioni: eravamo ora aperti nemici, ed ella lo sapeva. Io avrei creduto che quando l'amore, o ci che era stato considerato come amore e a cui s'era ceduto come se amore fosse veramente, era giunto a quel che era arrivato il nostro, l'unica soluzione fosse quella di separarsi addirittura, salvo che non vi fossero vincoli come il matrimonio o i figli, che obbligano le persone a modo a pensare ad altri oltrech a se stesse. Ma noi non eravamo stretti da nessun vincolo; per cui mi figurai che tutto fosse finito fra noi, annegato in quel torrente d'ironia e di disprezzo. Me lo figurai nel primo momento dopo il mio tremendo smacco, quando ero affranto come se fossi stato duramente percosso, flagellato.
Ma ero in errore: quando non ero stato in errore riguardo alla condotta e a ogni altra cosa che si riferiva a lei? Ero sempre in errore. Anche quando avevo un barlume di fiducia sentivo subito che era mal collocata. Se mi sono appoggiato a voi, Vi, pesantemente, a volte quasi in modo da farvi vacillare, era perch mi pareva una cosa tanto maravigliosa esser con una donna in cui potevo riporre un'illimitata fiducia. Eppure io non avevo profittato di questa illimitata fiducia sino adesso. Nemmeno con voi io non ho osato mai confidarmi; no, non osavo. Io sono un vile: voi siete maritata a un vile, voi, Viviana!
Mi tenni pronto per lasciar per la seconda volta la casa di Hill Street; ma ora non intendevo di svignarmela di soppiatto, e le dissi che dopo quanto era accaduto non vi era per me da fare altro che andarmene. Mi sentivo tutto sbalordito; mi pareva che il cervello mi dovesse dar balta, da un momento all'altro. Ripensavo a ci ch'ero stato prima della guerra, e tutto quello che era accaduto dopo mi pareva avesse assunto la nera pesantezza di un incubo, eccettuata una sola cosa, la conoscenza fatta di voi. Quando rivolgevo la mente a voi, sentivo di pensare alla mia salvatrice. Sapevo che non vi ero indifferente: ci mi faceva sentire che la salvezza era alla mia portata se soltanto potessi esser forte, ritrovar me stesso, riaggrapparmi alla vita sana, e romperla finalmente e per sempre con lei.
Ora dicerto era venuto il momento di spezzare i miei legami.
Le dissi che me ne andavo; dissi che dopo quanto era accaduto era inutile, non giovava a nulla fingere che fossimo qualche cosa l'uno per l'altro. Ella non poteva provare affetto per un uomo a cui aveva dato di pazzo, d'idiota, che ella schiacciava col suo disprezzo. Io ne avevo abbastanza di tutto ci. Nessun uomo pu subire tali affronti e consentire a rappattumarsi quando una donna cambia umore e si mette in testa di rabbonirlo. Inoltre ora ella sapeva come stavano le cose. Le avevo chiesto di sciogliere un legame che per ambedue era ormai un'ossessione, ed ella aveva rifiutato; cosicch io ero risoluto a farla proprio finita. Questa volta me ne sarei andato per davvero: la nostra relazione, il nostro nodo sarebbe troncato. La ringraziai di tutte le gentilezze ricevute da lei; le chiesi perdono per tutto quello ch'ella avesse da rimproverarmi ragionevolmente nella mia condotta verso di lei. E quello doveva essere ormai il nostro addio.
Ella mi ascoltava in silenzio: pareva di sasso: non accett n rifiut le mie condizioni, cio non le accett n rifiut verbalmente. Ma anche nel suo silenzio di pietra io sentivo qualche cosa venire in me da lei. In quel momento dovette sembrarmi di averla dominata; ma in certo modo sapevo che non era cos. V'era in lei una silenziosa sfida. Mi ricordo di avere steso la mano verso di lei con un gesto convenzionale di gentilezza: era un ospite che si accomiatava dalla signora che lo aveva ospitato: il darle la mano era una formalit a cui adempievo. Ma ella non prese la mia mano; sicch mi voltai per uscir dalla stanza. Mentre aprivo la porta udii dietro a me la sua voce che diceva:
Voi non sposerete mai Viviana Denys.
Quello fu un ordine, un freddo, imperioso ordine, l'asserzione di ci che era la sua volont quando ella voleva adoprarla.
Io non risposi, e nemmeno mi volsi a guardarla: chiusi semplicemente la porta. Il mio bagaglio era in anticamera; il servitore lo caric su un taxi che era gi fermo dinanzi alla casa e nel quale io mi allontanai.
L'automobile mi portava via ma io non avevo la sensazione di sentirmi libero, di andare verso la libert: ero accasciato, provavo come un'apprensione: sentivo che la volont di lei mi seguiva. Che cosa ella intendesse di fare non lo sapevo, naturalmente, ma avevo paura per voi. E in un certo momento pensai di sacrificare qualsiasi speranza di felicit ch'io potessi avere. Senza dubbio meritavo una punizione: la pi grande punizione che potrei avere sarebbe la solitudine, la vita senza voi nella solitudine. S'io rinunziavo alla felicit, se accettavo la solitudine, credevo ch'ella avrebbe lasciato in pace me.... e voi. Potevo farlo? Risolvetti di provare.
Il mio antico quartierino in Queen Anne's Mansion rimaneva sfittato fra pochi giorni; lo ripresi io, e durante il breve intervallo andai in casa di mia madre.
Appena ero ritornato in quel quartierino di Queen Anne's Mansion v'incontrai per caso fuori. Ve ne ricordate? Fu in via Sloane. Quell'incontro decise le cose, mise in fuga la mia risoluzione di affrontar la solitudine. Facemmo un pezzetto di strada insieme: quando ci separammo capii che non avrei avuto la forza di allontanar da me la maravigliosa felicit che sentivo mi aspettava. Mi trovai pronto a sfidar tutto; il mio amore per voi mi aveva reso ardito: risolvetti di chiedervi la vostra mano di sposa.
Quella sera trovai una lettera nella cassettina appesa alla porta del mio quartierino; l'aprii: v'era dentro una striscia di carta su cui era scritto: "Voi non sposerete mai Viviana Denys". Niente altro: non indirizzo, non firma.
Voleva dire ch'ella era a cognizione del nostro incontro: capii che doveva avermi fatto pedinare di nuovo.
Stracciai il foglio e ne gettai i frammenti nel cestino; ma non potevo sbarazzarmi del terrore della minaccia che era entrata in casa mia. Io sentii la sua volont ancora accanita su me, inesorabilmente sospesa sulla mia vita. Tutte le volte che poi vi vidi ricevevo dopo poche ore l'avviso della sua decisione espressa in quelle sei parole. Potete voi immaginare ci che possono significare nella vita di un uomo sei parole, sei parole scritte e riscritte, ricevute di tanto in tanto? Direte, Vi, che non avrei dovuto leggerle, che avrei potuto stracciare, senza aprirla, la busta che le conteneva. Sicuro che avrei potuto farlo, ma non vi sarebbe stata affatto differenza: mi bastava di veder la busta attraverso la cassettina, per sapere che la sua volont era all'opra.
Non posso dirvi quali fossero, Vi, le mie torture in quei giorni: torture di esitazione, di rimorso, di bramosia, di dubbio. Se avessi avuto che fare con un altro tipo di donna, credo che sarei riuscito a sgombrar da me la paura. Molte donne per il passato hanno minacciato quelli che erano stati i loro amanti; altrettante e pi li minacceranno in avvenire.  cosa nota che quando l'amore d'una donna si cambia in odio l'uomo non pu star certamente tranquillo: ma io credo che con quasi ogni altra donna avrei potuto tentar qualche cosa, venire a qualche conclusione, portare in un modo o nell'altro tutta la faccenda a un termine: lei, invece, lo sentivo, era l'unica donna che dovevo trovare inflessibile, con cui mi era assolutamente negato venire ad accomodamento: mai ella avrebbe voluto sottostare alla volont di un'altra persona: riguardo a ci era piuttosto un mostro che un essere umano: e appunto per questo, lo confesso, avevo una tremenda paura di lei.
Quelle buste col loro monotono contenuto piombavano su me come altrettante percosse: sussultavo, rabbrividivo sotto di esse. Quando avevo veduto voi, aspettavo l'arrivo delle inesorabili parole: se ero in casa ascoltavo il lieve rumore della lettera che scendeva nella cassettina, e quando arrivava, quando la udivo, sentivo di essere negli artigli del destino. Quella donna aveva decretato per me infelicit, solitudine, squallore, tenebrore: quella doveva essere la mia punizione, io non vi sfuggirei. Ella doveva, a cos dire, tenermi moralmente attanagliato; poich sentivo allora che addirittura non mi riuscirebbe di svincolarmi.
S'ella fosse stata pi esplicita, se mi avesse scritto altre minacce, altre intimidazioni, fosse stata violenta, avesse accennato alle cose tremende ch'ella voleva fare, credo che l'avrei temuta molto meno. Ma ella non lo fece mai: veniva a me sempre la stessa fredda asserzione: "Voi non sposerete mai Viviana Denys", niente di pi. Io continuavo a vedervi, e voi sapevate benissimo ci che provavo per voi, sapevate con quale disperazione vi desideravo: certe cose una donna non ha bisogno che le siano dette con le parole per capirle, bench, naturalmente, se ama, ella abbia piacere che le siano dette. Certo vi sarete maravigliata perch non mi dichiaravo; di molte cose vi sarete maravigliata riguardo a me. Non so quante volte io fossi sul punto di parlarvi di matrimonio; ma ero sempre trattenuto, come tirato indietro.... da lei. Sapevo che ero stato pedinato sino a casa vostra, sapevo che fra poche ore avrei trovato un'altra di quelle infernali missive nella cassettina delle lettere.
Voi non potete capire, Viviana, ne sono sicuro, nessuno, senza esservi passato, potrebbe mai capire esattamente quello che provavo; e nemmeno io so come spiegarlo. Sentivo ch'ella aveva la volont d'impedire il nostro matrimonio, e che essendo la sua volont di tal forza non si poteva mettere in dubbio che ella riuscisse nel suo progetto; sino a tanto ch'ella voleva cos, lo sentivo, io non potrei sposarvi, il nostro matrimonio non sarebbe possibile. Se avessi fatto qualche passo verso di esso, se mi ci fossi avvicinato risolutamente, ella lo avrebbe in una maniera o nell'altra impedito, magari all'ultimo momento: aveva deciso di non permettermi di sposarvi, e sarebbe irremovibile.
Io avevo tremendi momenti di ribellione; di tanto in tanto risolvevo di andare innanzi, di sfidarla, di essere implacabile com'era lei, condurvi all'altare calpestando la sua volont; ma poi la mia immaginazione (che cosa maledetta  l'immaginazione!) mi raffigurava ci che poteva accadere a me, e talvolta quel che poteva accadere a voi. E allora esitavo. Frattanto sapevo gi che voi non avreste rifiutato di sposarmi: non mi credete presuntuoso, Vi. Anzi, mi sentivo umile, mi maravigliavo che poteste volermi bene, ne ero quasi stupito; ma un uomo non pu rinnegare la sua intima convinzione: sentivo, sapevo che avreste accettato.
Finalmente giunse il giorno in cui il destino prese nelle sue mani il mio avvenire. Rimanemmo soli, ve ne ricorderete, e allora accadde che io vi manifestai i miei sentimenti e voi mi esprimeste i vostri. E allora, per un poco, dimenticai tutto: dimenticai la volont, la tenacia, le reiterate ingiunzioni di quella donna, la sua implacabilit, il castigo che m'ero meritato, poich nel mio legame con lei non v'era stato amore ma soltanto concupiscenza. Per un poco, s, dimenticai, e voi non aveste nulla da ricordare. Che differenza tra noi! Io ero felice, pi che felice; v' per gl'innamorati un'eccelsa regione e noi l'avevamo toccata quel giorno, credo.
Poi andai a casa; aspettai, e pi tardi, proprio di notte, sentii lievemente stridere la bocca della cassettina delle lettere, poi il tenuissimo rumore di qualche cosa che cadeva nel metallo. Era salito il portiere e aveva fatto la sua incombenza. Io aspettai un momento, poi uscii nella piccola anticamera del mio quartierino e tirai fuori il messaggio.
"Voi non sposerete mai Viviana Denys."
E ben presto, fra due o tre giorni, i giornali darebbero la notizia del nostro fidanzamento.
Quella notte fui preso dal pnico: non che intendessi affatto di recedere. Sono debole ma non crediate che la mia debolezza potesse giungere per un sol momento a considerar la possibilit di ritirar la parola data a voi. No: ma capii che ora fra me e lei dovrebbe combattersi la battaglia finale; non v'erano adesso pi alternative: uno di noi due doveva rimanere sconfitto. Ma come l'avrei io combattuta? Rimasi tutta la notte alzato; sapevo che non avrei potuto dormire, e nemmeno mi ci provai. Non mi stesi neppure un momento; stavo alzato a pensare: sino a quella notte posso dire di non aver saputo che cosa fosse il vero travaglio della mente; ma quella notte lo seppi bene, e da allora in poi l'ho saputo parecchie volte. Come pu la mente lavorare come talvolta fa, e non morir di fatica? V' per essa una vita ulteriore, credo: dev'esser cos, altrimenti essa non supererebbe di tanto il corpo in potenza lavoratrice.
Non v'era da far che una cosa, fu la conclusione a cui venni. Io non potevo rimettermi nel caso, andare avanti e stare a vedere che cosa accadeva: perch tutto era possibile che accadesse. V'era da aspettarsi la pi nera tragedia, una tragedia su cui il mio pensiero non poteva fermarsi. Bisognava ch'io andassi a trovar lei, che le spiegassi le cose, cercassi di farle comprendere, di farla cedere, la inducessi a essere umana, a svegliarsi alla piet. Nonostante l'orrenda scena accaduta quando avevo gi fatto un simile tentativo, volevo, dovevo ritornarvi.
La mattina seguente le scrissi per domandarle se potevo vederla: non le dissi per qual motivo desideravo andar da lei. In risposta al mio biglietto ne ricevei uno gentile, grazioso, scritto come se nulla fosse accaduto tra noi, nel quale ella mi diceva che naturalmente potevo vederla, ma che avrei dovuto andare nella sua villa nel Surrey e pernottarvi, stando ella proprio per lasciar Londra. Scriveva che ultimamente non era stata tanto bene, che aveva sofferto d'insonnia; e il medico le aveva ordinato di andar subito in campagna. Il biglietto finiva con la seguente frase: "Se non intendete di pernottare nella villa, non vi ricevo; i miei nervi sono sconquassati: il giorno non posso far conto di me e la notte non mi corico".
Quando ricevei quel biglietto esitai; tutta quella gentilezza, bont, perfino cordialit mi spaventava; mi parve vedervi la smorfia di una maschera: qual'era la vera espressione della faccia dietro la maschera? E quell'insistenza perch mi trattenessi la notte? Ne provai veramente rabbia; pure andai: sentivo che dovevo andare. Avrei potuto cercar d'insistere perch ella mi lasciasse tornar via la sera; ma non lo feci; sarebbe stato inutile: la conoscevo troppo bene. Presi dunque una sacca da viaggio e partii nel pomeriggio, finito il mio lavoro d'ufficio: bisognava che la contentassi in una cosa apparentemente piccola per ottenerne una di vitale importanza.
Voi non lo crederete, Vi, ma avevo qualche speranza di poterla persuadere a lasciarci in pace; non potrei dire perch, se non forse che un uomo non pu fare a meno di sperare quando brama ardentemente una cosa, come io bramavo di unirmi a voi in matrimonio.
Quando la vidi, sussultai. Era sola nella grande villa con la servit, e aveva l'aspetto, mi parve, d'una donna molto malata. (Ebbi poi ragione di accorgermi ch'ella esagerava il suo aspetto di malata per via di me, che voleva parer pi malata di quel che non fosse.) Era pallida, stravolta, quasi livida, e mi sembrava quanto mai dimagrata: mi disse di aver preso il cloralio per vincer l'insonnia. (Fu quella la prima volta che sentii parlar di cloralio in relazione con lei, bench nel processo cercassero di sostenere che da un pezzo lo sapevo e cercavo l'opportunit di giovarmene.)
Mi dimostrai molto dispiacente di trovarla sofferente e veramente il mio cervello mi diceva cos. Ma a che serve ci? Io anelavo di ritornare a Londra dove eravate voi. Era d'estate: il posto era quasi idealmente ameno e quieto; ma a me non riusciva vedervi nulla di bello: ero come insensibile, perch non mi trovavo in Pont Street.
Ella mi disse di mettermi a sedere sul terrazzo con lei in piena luce. Eravamo soli, e intorno a noi non si udivano che i rumori dell'estate. Era venuto il momento della spiegazione; ma, Vi, ella non mi aiutava punto; non mi domandava per qual motivo avevo desiderato vederla. Sembrava addirittura priva della coscienza di se stessa, lei che mi aveva fatto spiare dai detectives e me l'aveva fatto sapere col mandarmi quelle lettere che riducevano la mia vita un vero inferno. Era semplicemente gentile, buona, carina.... e malata. Io non sapevo che fare. Ella fingeva di credere che fossi andato a trovarla per mio svago o per gentilezza, che fossimo due vecchi amici per i quali era una festa passare insieme qualche ora tranquilla, o qualche cosa di simile. Non mi diede nessun appiglio per entrare in argomento; ma riusc a creare intorno a s una tale atmosfera che sarebbe stata una brutalit e una cosa atroce se avessi parlato di ci che mi aveva fatto andare a lei. Eppure sapevo che prima o dopo bisognava entrare in argomento, non c'era scampo. Quando la guardavo, quando l'ascoltavo, non mi sapevo capacitare che quella donna potesse avermi messo delle spie alle calcagna e si accanisse cos per impedire che nel mondo vi fosse per me vera felicit.
Avete mai guardato un essere umano, Viviana, o l'involucro di un essere umano, e pensato: "Ma voi non potete essere ci che sembrate!"  lo stesso che sapere che una cosa , e aver l'impressione che non sia, come se qualcuno con la mente sapesse e fosse addirittura contraddetto dai propri occhi; e ci pu portare una gran confusione nell'animo.
Ella parl a lungo della sua salute, dell'insonnia, del cloralio, e senza mai richieder la mia compassione giungeva a svegliarla astutamente. Pareva ch'ella dicesse senza parlare: "Guardate in che stato mi avete ridotta; son diventata uno straccio in conseguenza del mio amore per voi". Oh, Vi, come una donna scaltra riesce a impigliare un uomo nelle maglie di una rete da cui non pu pi liberarsi!
Imbruniva: era tempo di vestirsi per il pranzo: non avevamo nemmeno sfiorato l'argomento che mi aveva portato da lei.
Desinammo insieme; naturalmente a tavola non potei parlarne: v'erano i servitori. Quando ci alzammo, passammo in salotto dove ci fu portato il caff. Ella per non lo volle: disse che non si arrischiava a prenderlo per via dell'insonnia. Si dilung a parlarne, facendomi capire che la colpa di quella terribile insonnia era tutta mia. Il mio cervello giunse a dirmi che ero colpevole, il cervello soltanto perch il cuore era a Londra. Io bevvi parecchio caff: forse, pensavo, mi dar energia, mi ecciter a far ci che sento di dover fare. Era necessario risolversi: la mattina dopo dovevo ritornare a Londra col primo treno: era necessario, perch bisognava che mi recassi all'ufficio. Dunque era giunto il momento di dirle per qual ragione ero andato da lei.
Ella s'era adagiata su un divano presso la finestra aperta e discorreva: sembrava lieta e disinvolta; disse perfino: "Stasera mi par d'esser ritornata ai nostri antichi tempi". Io non sapevo da che parte rifarmi a parlare: sentivo in me come una disperazione. Un orologio batt le dieci: c'era ben poco tempo adesso: bisognava addirittura farsi animo. Gli uomini son proprio balordi, per lo meno in paragone alle donne. Ma finalmente non potei pi reggere e la interruppi in mezzo a non so qual discorso: dissi senza ambagi che io avevo chiesto la vostra mano, che voi avevate accettato di esser mia moglie e che presto saremmo sposi.
Ella rimase immobile con la testa appoggiata a un guanciale, pallida in modo da far paura, e mi guard un momento, poi disse:
No.
Non lo disse con rabbia n con enfasi. Lo disse come la semplice constatazione di un fatto.
La sua calma, la sua freddezza, mi eccitarono, m'inasprirono tremendamente. Allora cominciai il mio attacco mi scagliai su lei per avermi mandato dietro le spie, per avermi scritto quei biglietti; le dissi ch'era inutile ch'ella cercasse di dominare la mia vita e la vostra: noi avevamo piena libert di azione, ella non aveva potere su noi, ci sposeremmo. Ero venuto apposta per dirle questo; poteva smettere di farmi pedinare: la nostra relazione era finita; io ero giovane, avevo diritto, assoluto diritto, alla normale, naturale felicit dei giovani: e questa consisteva nel matrimonio.
Quando cessai di parlare, ella disse placidamente:
E voi potete parlarmi a questo modo, qui, in casa mia?
Allora, Vi, mi sentii un vero mascalzone; eppure sapevo che la colpa era tutta sua: lei stessa mi aveva costretta ad andar da lei, aveva insistito perch mi trattenessi l; ma mi sentivo un mascalzone, un vigliacco.
Allora tornai a pregarla, come gi avevo fatto un'altra volta; la supplicai: ella ascoltava, e i suoi occhi parevano miti, soavi. Io osai aprire il cuore alla speranza: per una donna ella era ormai vecchia, aveva vissuto, s'era levata ogni capriccio, aveva avuto marito: ora toccava a noi, Vi, era la nostra volta, poich eravamo giovani. Ella lo capirebbe, cederebbe, finirebbe col mostrare la pi elementare umanit. Io afferrai la sua mano: in quel momento sentivo che, dimenticando tutto, avrei potuto volerle un po' di bene, come amica.
La sua mano si chiuse felinamente sulla mia; e mi bast sentir quella mano per capire ch'ella non intendeva lasciarmi andare: la stretta di quella mano mi disse pi di quel che non avrebbero potuto dirmi le parole. Volli ritirar la mia, ma non mi fu possibile farne nemmeno l'atto; e allora la lasciai nella sua, mentre ella mi parlava. La sostanza del suo discorso fu questa: era stata condannata dai medici, aveva capito che non avrebbe vissuto a lungo, anzi che se ne sarebbe andata fra breve, che io ero il solo uomo che veramente le fossi stato caro, che non poteva cedermi a nessuno, non era capace di tale abnegazione, bench sapesse che avrebbe dovuto; non le era addirittura possibile rassegnarsi alla mia perdita nel tempo stesso che doveva affrontare la perdita della propria vita. Ella mi pregava dunque di aspettare un pochino: non rimarrebbe molto nel mondo; e allora io sarei sbarazzato da lei e potrei ammogliarmi e dimenticarla. Ma avrei dovuto aspettare per poco tempo, solo per qualche mese.
Io ero proprio sgomento, Vi. Quella donna pareva davvero molto malata, e mi parlava con grande dolcezza e soavit. Il suo volto era emaciato e triste, e ora lo rigavano le lacrime: l'avevo gi veduta piangere, ma di rabbia, non mai a quel modo. Non sapevo che fare: ma voi avrete gi immaginato che cosa feci: cedei.
Allora ella fu maravigliosa; tutte le sue moine non mi toccarono il cuore poich era vostro; ma il mio cervello non rest indifferente e cominciai a giudicarla in modo diverso. Il mio cervello prov una gran piet di lei. Io le credevo, ricordatevene: s, credevo che ella fosse in pessime condizioni di salute, che morirebbe presto. Ella mi chiese perdono di tutto, della sua insistenza ch'era giunta all'ossessione, delle spie che mi aveva mandato dietro, delle lettere, di tutto. Mi disse ch'io non potevo capire, che nessun uomo poteva capire che cosa volesse dire l'amore per una donna piena di passione com'era lei. Ella mise a nudo, o parve mettere a nudo, tutto l'animo suo; si abbandon, o parve abbandonarsi, interamente in me: disse di essere ormai giunta a un tal punto da non volere che vi fossero pi sotterfugi tra lei e me, l'unica persona che le fosse cara.
Vi, io finii col prometter questo: che avrei prorogato il nostro matrimonio sino a dopo la sua morte; era un patto veramente orrendo, ma lo feci; ella mi fece sentire che dovevo farlo, che questo era il sacrificio pi piccolo che potessi fare per una donna morente, che in fin dei conti era stata qualche cosa per me. Mi ripet che i medici non le avevano dato pi di cinque o al massimo sei mesi di vita.
Quella notte ella pareva una donna molto, molto malata.
Naturalmente non si parl affatto di ulteriore legame fra noi. Non v'era dunque bisogno ch'io ne parlassi a voi. Ormai quel che era stato era stato: tutto era finito, e per sempre, credevo.
Anche quella volta ero in errore.
...
.
...
Quella notte rimanemmo alzati in salotto sino a tardissima ora. Ella disse che se fosse andata a letto presto non avrebbe potuto dormire, che i medici la consigliavano a non coricarsi sinch non fosse proprio stanca. Son e avvert la servit che non v'era bisogno che nessuno stesse alzato: avremmo pensato noi a spenger le lampade.
Rimanemmo soli nel pianterreno della villa grande e silenziosa. Vi, io non dimenticher mai quella sera, o per meglio dire quella notte. Mi sentivo prigioniero, schiavo della mia stessa pazzia. Eppure era gi del tempo che la pazzia non aveva pi albergo in me: pensai e ripensai senza poter capire come fosse ritornata in me. Ma c'era stata in me veramente pazzia? Duravo fatica a credervi: eppure, s, sapevo che c'era stata. Sapevo che per parecchio tempo quella donna mi aveva appagato, che per parecchio tempo non avevo sentito il bisogno se non di lei. L'isolamento con lei mi aveva soddisfatto; nella stessa villa dove mi trovavo adesso eravamo stati chiusi insieme senza che io me ne fossi lamentato; anzi avevo desiderato quella solitudine in due, ne avevo goduto, m'ero augurato che durasse a lungo. Dov'era l'uomo ch'io ero stato? Ora l'isolamento con lei era per me insopportabile, odioso. Non perch quella donna non significasse pi nulla per me, ma perch significava troppo: ella voleva dire prigionia, obbligo, necessit di ricominciare a fingere; voleva dire una tormentosa pazienza, un'attesa ch'era quasi intollerabile: in una parola, voleva dire schiavit.
Quella notte capii, non potei a meno di capire, che il nostro patto implicava in me un forte e persistente desiderio, il desiderio ch'ella potesse morire. Potevo sforzarmi a fingere che non era cos; ma era cos, doveva esser cos. Un uomo che amava come io amavo voi non avrebbe potuto a meno di desiderare che l'ostacolo che si frapponeva al suo amore sparisse. Povera donna! Io la compiangevo col mio cervello; ma il mio cuore bramava ch'ella se ne andasse, che sparisse dalla scena della vita che pu essere cos maravigliosa, che  invece spesso cos abominevolmente tragica.
Ed era tremendo essere amato da lei! Poich ancora ella provava, o fingeva di provare, amore per me. Non v' dono cos infausto, credo, come il dono degli affetti non corrisposti; non v' orrore pi profondo dell'orrore di certe intimit, che dovrebbero esser collegate soltanto con l'amore, quando l'amore  addirittura cos morto che un uomo stupisce e dubita sinceramente se esso fu vivo mai. Ci che fu gioia si cambia allora in qualche cosa di diabolico. La riservatezza si raggomitola in s, indietreggiando all'avvicinarsi di ci che una volta era l'unica cosa desiderata.
Oh, Vi, quanto paghiamo cari i nostri cambiamenti d'animo! Ma come possiamo impedire che avvengano?
Quella notte io pagai, o cominciai a pagar caro il mio cambiamento.
Bench ella sapesse che il nostro patto era ormai quello (che cio avrei aspettato la sua morte molto prossima per sposare la fanciulla che amavo) parve che le fosse possibile di scordarlo immediatamente, poich quella notte stessa ella volle dare sfogo senza vergogna n ritegno alcuno a ci che sembrava essere il suo profondo affetto per me. Ma basta di ci.
Ci separammo tardissimo, Vi, verso il mattino, e mi staccai da lei con difficolt: ometto i particolari.
Prima di separarci per le poche ore che ormai restavano della notte, ella aveva saputo estorcere un'altra promessa da me, che io le farei cio una visitina nel Surrey ogni sabato: ella disse che le mie visite sarebbero la sua sola luce, la sua unica consolazione. Io tentai, feci di tutto per rifiutare l'invito, trovai scuse, pretesti; la sua volont seppe tutto ribattere, non esigendo, ma perorando, giungendo tuttavia al resultato ch'ella voleva; quella donna sapeva sempre ottenere i resultati voluti: l'uomo finiva sempre col cedere.
Oh, Vi, che spregevole e fiacca creatura voi dovete giudicarmi! Come sono obbrobriosamente debole! Eppure giurerei che novantanove uomini su cento nei lacci di quella donna sarebbero divenuti quel che ero io, avrebbero, come me, obbedito contro la loro volont, contro tutto il loro animo. Non posso spiegarne il perch a una donna, far s che ne veda il perch; ma credo che in generale gli uomini capirebbero, che la maggior parte degli uomini capirebbe dicerto; o forse una donna comprenderebbe meglio di un uomo: non so. Che cosa ne so io veramente delle donne fuorch di voi? E voi fate talmente eccezione! Non v' un'altra donna come voi. Io conoscevo lei anche troppo bene sotto un certo aspetto, ma la met delle volte, pi della met delle volte, ero ingannato da lei.
Ella mi tenne per lungo tempo avvinto, ma io non la conobbi mai come conosco voi.
Quando quella notte girammo gl'interruttori del salotto e salimmo le scale, ella si appoggi al mio braccio. Giunti sul pianerottolo dinanzi alla sua camera cominciai a darle la buonanotte; ma ella volle ch'io passassi un momentino in camera. Non mi ci trattenni, ma nei pochi minuti che vi rimasi le vidi prendere il cloralio. Di sopra il bicchiere ella alzava gli occhi su me stranamente, orribilmente! Disse:
Questo mi aiuta; e ne ho tanto bisogno ora!
Io balbettai qualche parola; mi sentivo confuso: colpevole e vittima al tempo stesso.
Non vi par tremendo che una donna non possa pi attaccarsi che al cloralio? ella disse.
Cloralio! Maledetta, maledetta cosa!
La mattina dopo ripartii per Londra, ma tutt'altro che sollevato. Nell'andare alla villa ero risoluto, addirittura risoluto, di ritornarmene libero, libero a qualunque costo; e invece me ne ritornavo legato da un patto; me ne ritornavo sapendo che il sabato dopo dovrei ritornare; me ne ritornavo per prorogare il nostro matrimonio; me ne ritornavo anelando che una donna morisse.
Voi sapete qualche cosa di quello che segu; io dovei fare a voi certe scuse: fu deciso che non ci sposeremmo subito, ma fra qualche mese; ve ne dissi le ragioni, ve ne ricorderete; ma le vere ragioni non potevo spiegarvele. Nei giornali comparve l'annunzio del nostro fidanzamento; non avevo fatto a lei nessuna promessa in proposito.
Ella vide naturalmente l'annunzio; ma non me ne fece parola quando io scesi nel Surrey il sabato seguente.
Ah, quelle fini di settimana ch'io passavo nel Surrey! Vi, io non so come parlarvene. Furono molte, poich ella mi tenne legato al mio orrendo patto, e seppe recitare mirabilmente la sua parte per richieder da me piet, simpatia: e io le diedi tutto quel che potei dell'una e dell'altra. Ma, oh, come aborrivo la fine di ogni settimana, come aborrivo lo spuntar del sabato!
La prima volta che ritornai da lei dopo il nostro accordo la trovai proprio sola. Di trovarla sola me l'aspettavo sempre, e quasi lo speravo. Non sapevo nemmen io perch lo sperassi: so soltanto che era cos. Ma la seconda volta vi trovai miss Grahamson che testimoni nel processo. Sapevo da un pezzo che ella era intima amica di lei: non mi andava a genio: avevo sempre avuto l'idea che fosse una persona ambigua e mi pareva inoltre ch'io pure non andassi a genio a lei, e che ne sapesse troppe sul conto mio, fosse a conoscenza di cose intime raccontatele dalla sua amica, che invece avrebbero dovuto rimaner segrete fra noi. Credo per che ella volesse bene davvero alla sua amica, e che la sua animosit verso di me provenisse da un po' di gelosia. Quando per la prima volta la incontrai nel Surrey ella si rallegr con me del mio fidanzamento: non dimenticher mai il suo modo di congratularsi, la velata ironia, l'amara gentilezza che v'erano nel suo complimento, la fredda, gelida mellifluit della sua speranza ch'io sarei felice, e lo sguardo ch'ella mi diede nell'esprimere quella speranza,
Ma senza dubbio ella credeva fermamente che io avessi trattato, che trattassi vituperevolmente la sua ottima amica; ne sono certo; lo so, e tutti quanti lo sanno; ella non cerc di nasconderlo quando giunse la fine che per me fu il principio.
Quella fine! Ecco la verit su di essa; e poi non ho altro da dire.
Eleonora Grahamson sapeva benissimo come stavano le cose; non ignorava che io ero stato ingannato con la simulazione della tremenda malattia e coi ragguagli datimi sulla condanna che pendeva sul capo della sua amica, e che ci mi aveva indotto a prorogare il matrimonio con voi e a continuare nell'abietto legame che  stato la maledizione della mia vita e in certo modo la maledizione della vostra, della vostra, cara. Era lei che riferiva delle mie supposte assiduit nel Surrey mentre frequentava quei Circoli di Londra che avevano il compito di sparger ciarle maligne dappertutto fra chi ne va a caccia.
La verit era questa:
Lei non era gravemente malata, non era stata condannata da nessun medico: non v'era ragione che in pochi mesi dovesse morir lei, piuttosto che uno di noi; non v'era in lei nulla di organicamente guasto; ella era ci che i dottori chiamano una donna sana. Il suo stato di salute, senza speranza, era semplicemente una commedia combinata per me, a quale scopo lo sapete: ve lo dicono ora la mia proroga del nostro matrimonio, le mie visite nel Surrey.
Io invece non sospettavo che si trattasse di una commedia: l'aspetto di quella donna era proprio di malata, malatissima; e mi pareva ch'ella andasse sempre peggiorando. Aveva rinunziato a fare e a ricever visite e a tutte le sue consuete attivit: per quanto io sapevo, non andava pi nemmeno a Londra: pareva ch'ella esistesse soltanto durante il tempo ch'io passavo con lei, che le mie visite fossero le sole cose che recavano un po' di felicit nella sua monotona esistenza. Miss Grahamson, che adesso passava la maggior parte del tempo nella villa del Surrey, bench si recasse spesso a Londra per poche ore o per la notte, dava lei pure mano a tenermi stretto nel laccio tesomi con grande scaltrezza. Bench, come ho detto, ella mi paresse una donna di cui non mi potessi fidare, riusciva tuttavia mirabilmente nella parte ch'ella aveva nella commedia. Sapevo che la sua amica le era schiettamente cara, e la sua ansia e il suo sgomento per le condizioni di lei sembravano addirittura cos sincere ch'ella m'illuse completamente. Senza dubbio ella considerava come ufficio di vera amicizia aiutar la sua amica a tenermi avvinto. La loro mira, ne sono sicuro, era di preparare un tale scandalo con lo sparger la notizia delle mie costanti visite nel Surrey da far troncare, Viviana, il nostro impegno. Esse non conoscevano il vostro carattere, la vostra piena fiducia nel mio amore per voi; ma fecero ciarlare tutta la loro cerchia londinese: e cos credettero di aver fatto un buon passo.
Ho detto che non era vero nulla ch'ella fosse tanto malata; con questo ho voluto dire che le sue condizioni non presentavano il pi lieve pericolo; ma era in un tremendo stato nervoso, e soffriva da parecchio tempo d'insonnia. L'insonnia era genuina e l'uso del cloralio era un tentativo per combatterla. Il fatto ch'ella era una vittima dell'insonnia, e che da lungo tempo ella prendeva medicine per liberarsene l'aiutarono a far credere che fosse pericolosamente malata. Voi sapete come una persona che non riesca a dormire cambi aspetto: qualunque persona, uomo o donna che sia, per quanto forte e fisicamente sana, pu in breve tempo diventar quel che si dice un cencio: ma l'insonnia non  davvero un segno che la morte debba avvicinarsi rapidamente; no, no.
Vi, io m'ero impegnato in quel patto e intendevo di attenermici; ma non avevo capito quale potesse esser l'effetto cumulativo dell'attesa della pazienza, della finzione (poich non era una finzione quel far conto che il cervello fosse il cuore?) della sottomissione alla volont che da tanto tempo avevo imparato a temere e a odiare; no, non avevo capito qual potesse essere l'effetto di tutto quell'insieme. A poco a poco, nonostante ci foste voi, Viviana, io caddi in un tremendo stato di depressione nervosa. V'era qualche cosa proprio di orribile e, a me sembrava, di abietto, nell'aspettare con impazienza che una donna morisse. Cercai d'illudere me stesso a tale riguardo, cercai di addentrarmi pietosamente nelle sofferenze ch'io supponevo vere e di provar compassione per quel ch'ella chiamava la sua inesorabile condanna. Ero gentile, buono con lei, mi sforzavo perfino di mostrarle un po' d'affetto, l'affetto di un amico che compiange e anelerebbe di prestare aiuto. Dicevo a me stesso che quei sabati e quelle domeniche passate con lei in campagna erano un piccolissimo sacrificio fatto in pro di una donna a cui restava cos poco da vivere, e che sembrava aggrapparsi tanto disperatamente a me. Avrei avuto un avvenire probabilmente lungo per esser felice, maravigliosamente felice. Ormai non v'era da aspettare che un po' di tempo, mentre ella non avrebbe potuto mai avere felicit vera, perch vi pu forse essere felicit vera nell'aggrapparsi a una persona a cui non si  veramente cari? Calcolavo, pesavo, a cos dire, tutti i suoi guai, tutti i vantaggi che avevo su lei, e cercavo di rimanerne soddisfatto. Ed Eleonora Grahamson mi aiutava, mi aiutava pi che poteva! Continuamente ella accennava al breve tempo che alla sua povera amica rimaneva da vivere, si raccomandava sempre a me che cercassi di rendere felici e placide le sue ultime settimane di vita: bisognava allontanar da lei ogni cosa incresciosa, ogni possibile afflizione. Lei e io, le sole due persone che fossero qualche cosa per la povera inferma, erano pure le sole che potessero veramente esserle utili. E se per me era un po' difficile occuparmi ora amorevolmente e pietosamente di lei (c'era l sotto un'allusione a voi, Viviana) presto tutto sarebbe finito. Miss Grahamson non eccedeva mai quando toccava quel tasto, ma vi tornava di continuo, con ostinata persistenza.
E.... io mi sforzavo; ma i miei nervi ne risentivano tremendamente; rappresentare una commedia  per me un vero tormento, eppure la mia maledetta sorte non mi ha permesso di far altro; io detesto la mancanza di schiettezza, e mi ero impigliato in una rete che mi faceva dibattere in una continua menzogna: in quella casa, in quella villa cominci per me l'esecranda, l'incessante finzione. Lei recitava la parte della moribonda; Eleonora Grahamson quella dell'amica sconsolata, pietosa; io mi sforzavo a dimostrare vera compassione e vero compianto per ci che credevo la verit; e in tutto quel tempo (che per me divenne alla fine addirittura disperato) per tutto quel tempo io anelavo selvaggiamente alla libert, che  quanto dire alla fine.
S, giunsi davvero ad anelare, ad anelare freneticamente ch'ella morisse. Sorprendevo me stesso, Vi, dopo l'intervallo dei giorni in cui ero stato lontano da lei, e avevo passato qualche momento con voi, a guardarla furtivamente per vedere se v'era nel suo aspetto un cambiamento in peggio. Era una cosa abominevole, lo so, lo dicevo fra me, eppure mi accadeva cos. Per l'amor di Dio, Vi, non mi fraintendete: io non avevo mai l'orrenda idea di affrettar la sua fine: una cosa simile non mi pass mai per la mente. Durante il processo dissero di me certe cose.... ma vi giuro che il pensiero del delitto, che l'impulso al delitto, non fu mai in me. Per bramavo che se ne andasse, non potevo a meno di desiderarlo; pi andava in lungo la proroga, pi cresceva in me il desiderio di star sempre con voi, di avervi tutta per me. E a un tratto cominciai a spaventarmi: erano giunte alle mie orecchie alcune voci; capivo che la mia assiduit verso di lei, le continue visite che le facevo, l'apparente persistenza del mio affetto per lei (nonostante l'annunziato mio fidanzamento con voi) davano appiglio a pettegolezzi, erano discussi in societ. Capii il pericolo che l'adempimento del mio patto potrebbe portare. Anche a voi giunse qualcuna di quelle voci, lo seppi dopo, e un giorno vostro padre me ne parl con grande cautela e delicatezza. Mi disse che aveva in orrore lo scandalo e non credeva con facilit ai maldicenti; ma che forse sarebbe cosa savia da parte mia stare un po' attento alle ciarle che si facevano in Londra sul mio conto. Quel giorno, Vi, io gli confidai la ragione delle mie visite nel Surrey, gli dissi che quelle erano visite fatte a una moribonda ch'era stata molto buona con me mentre mi trovavo all'ospedale, soggiunsi che non potevo a meno di continuarle. Vostro padre non conosceva lei, e a quanto capii non sapeva affatto che persona fosse e rimase soddisfatto delle mie spiegazioni. Mi ricordo che alla fine del nostro colloquio egli disse:
Agite sempre bene, ragazzo mio, e le cattive lingue vadano a farsi impiccare!
Ma quel colloquio mi diede una vera scossa morale. Fantasticavo su chi avesse messo in giro quelle chiacchiere che, lo capivo bene, potevano farmi un gran danno, ora che ero fidanzato con voi. Ben presto mi avvidi che doveva essere stata miss Grahamson; non vi star a dire perch, ma ne sapevo abbastanza per esserne sicuro. Allora risolvetti di farla finita con lei: le cose non potevano seguitare ad andare a quel modo. Frattanto io ero in uno stato di eccitazione nervosa indescrivibile: fatta quella scoperta mi parve a un tratto di esser nelle mani di due donne: da un pezzo mi ero messo nelle mani di una col mio peccato e con la mia debolezza: quell'aggiunta di un'altra, e di una donna che, ne ero sicuro, mi aveva avuto sempre in avversione, mi esasperava, mi rendeva quasi feroce. Risolvetti di spiegarmi bene con lei.
Quando quella settimana andai nel Surrey la trovai laggi; la settimana precedente ella non c'era. Mi riusc di trovarmi solo con lei e allora entrai subito in argomento. Le chiesi di riflettere sulla mia condizione: io ero fidanzato, non potevo permettere che si facesse uno scandalo intorno a me e a qualsiasi donna: le dissi chiaro e tondo che sapevo ch'era stata lei a spargere per Londra delle ciarle che gi erano giunte alle orecchie di vostro padre. Ma ella aveva la pelle dura, Vi: stette ad ascoltarmi senza batter palpebra, ma vedevo che il suo viso si faceva pi arcigno via via che discorrevo. Ella non mi neg di aver chiacchierato per Londra, ma non disse nemmen nulla per ammetterlo: pareva che non si curasse affatto di quel che pensavo del suo contegno. I suoi modi, il suo sguardo, tutto il suo atteggiamento indicavano fredda tenacia, ostilit, dura risolutezza. A un tratto sentii che ella doveva essersi proposta, forse da un pezzo, di far del male non solo a me, ma anche a voi, Vi: mi pareva perfino di leggerlo nei suoi occhi, nella sua faccia. Allora irruppi, e le dissi che se seguitavo a sentir quei pettegolezzi velenosi, se avessi avuto nuova ragione di pensare ch'ella faceva dei discorsi maligni su me a Londra, smetterei subito le mie visite nel Surrey, e non rimetterei pi piede nella villa. Credo di averle fatto vedere in modo assai chiaro, sebbene involontariamente, il mio intenso affetto per voi, Vi; esso non poteva che traboccare; parlavo con foga, ero quasi fuori di me. La signorina seguitava a stare a muso duro, senza scomporsi. Aveva gli occhi rigidi di un grigio-argento, con uno sguardo diritto e talvolta brutale. Dopo la mia sfuriata ella non usc dal suo silenzio glaciale se non per dirmi:
Io non prometto niente.
Allora pensai a voi, e qualche cosa si accese in me; non mi ricordo bene quello che dissi, ma dovettero essere cose atroci; ne sono sicuro. Dev'essere stato proprio allora che io cominciai ad accorgermi che v'era qualche cosa di equivoco in quella casa. Sino allora m'ero sentito disperatamente inquieto, a volte irritato, impaziente quando vi ero: avevo anelato di uscirne per sempre, avevo provato l'esasperazione dell'amante incatenato, dell'uomo avido di sincerit, che invece era costretto alla finzione, alla doppiezza. Ma sino allora non avevo mai sospettato che in quella villa mi fosse teso addirittura un tranello. Quel giorno invece ne era balenato in me il sospetto, il quale andava sempre meglio delineandosi. Quando io dissi che non mi recavo in quella casa che perch sapevo che lei era morente, avevo per l'appunto gli occhi fissi in quelli di miss Grahamson, e, Vi, da quegli occhi io raccapezzai qualche cosa. Come descriverlo? Pareva che in quegli occhi grigio-argento fosse guizzato un risolino ironico corrispondente al dileggio della sua mente astuta, mentre il resto del volto rimaneva impassibile. Quel risolino rimest qualche cosa in me, nelle mie viscere: parve che qualche cosa scattasse e si mettesse in guardia.
Da quel momento provai come un malessere; in quella villa mi ero sentito sempre inquieto, ma ora s'aggiungeva in me qualche cosa di nuovo.
Non riuscivo a capir per altro che cosa fosse, e non potevo attribuirlo che a quello sguardo di Eleonora Grahamson. Uno sguardo, meglio un baleno degli occhi, pu essere una rivelazione, non  vero?  come quando, aprendo un'imposta, si d luce a una stanza. Sapevo, ero giunto a sapere che quello sguardo significava che fra le due donne v'era una segreta intesa dalla quale io rimanevo escluso, una segreta intesa che riguardava me, con la quale ero collegato. Esse sapevano forse qualche cosa ch'io non sapevo, e ridevano della mia ignoranza. Miss Grahamson aveva dicerto pensato alla mia ignoranza e alla loro ilarit, quando quello sguardo era guizzato nei suoi occhi: era stata l'esterna manifestazione di un risolino mentale.
Non facevo che ripensare a quello sguardo e al nostro colloquio: ricapitolavo ci che era stato detto. Il guizzo rivelatore era apparso negli occhi di miss Grahamson quando avevo detto che andavo nel Surrey soltanto perch sapevo che lei era moribonda. Come mai aveva sorriso a quel modo? Ella amava la sua amica, perfino con devozione: perch sorridere alla mia affermazione che sapevo che la sua amica stava per morire?
Forse io sono un grande sciocco, Vi, un grande ingenuo o qualche cosa di simile; ma mi ci volle parecchio tempo per trovar la chiave dell'enigma. Chi sa quanti uomini lo avrebbero sciolto subito: io non seppi farlo. Capivo che qualche cosa c'era fra quelle due donne, che lei e miss Grahamson avevano fra loro un segreto, e che quel segreto aveva che fare con me, e le faceva ridere di me. Ma  tanto facile che le donne, due donne insieme, deridano un uomo! Ma che cosa c'era? Finalmente credei d'indovinare che, nonostante, le sue condizioni di salute, che io pensavo addirittura disperate, ella fosse ancora tanto donna da potere odiar voi, odiare il pensiero che voi foste felice con me dopo ch'ella se ne sarebbe andata, e che, forse per questo, aveva fatto sparger per Londra quei vergognosi ragguagli intorno a me. Non era dicerto un bel pensiero per una moribonda, ma, se ci fosse vero, spiegherebbe l'ironico risolino di miss Grahamson; ella doveva aver pensato: "S'egli sapesse che ella  d'accordo con me perch si faccia uno scandalo!"
Da quando era comparsa nei giornali la notizia del nostro fidanzamento, lei ne aveva parlato con me soltanto una volta; mi aveva allora detto semplicemente che lo aveva veduto, e che noialtri, voi e io, non avremmo dovuto aspettar molto. Dopo di ci non aveva mai fatto allusione a quell'argomento; aveva fatto conto che le cose stessero come prima, ch'io non mi fossi impegnato. Non aveva dimostrato mai pi gelosia per voi: pareva che per lei voi non esisteste, che nella mia vita non vi fosse altra donna che lei. Per quanto potevo figurarmi, aveva da un pezzo smesso di mandarmi dietro le spie: poi alla fine, quando una donna sa che  per morire, il suo fuoco deve necessariamente illanguidirsi: cos almeno avevo pensato: ma ora ricominciavo a fantasticare, a sentirmi inquieto in modo tremendo.
Sulle prime non mi sentii di parlarle dell'ingrata scena con la sua amica: non avrei potuto farlo senza menzionar voi. Voi, con la vostra splendida salute, la giovent e l'attivit significavate il futuro; lei, m'immaginavo, languiva, e presto apparterrebbe al passato. Sarebbe stata un'indelicatezza da parte mia parlarle di voi; le avrei accresciuto lo sgomento: cos almeno sentivo. Ma finalmente fui spinto a parlare; sapevo purtroppo che miss Grahamson andava ancora per i salotti a chiacchierare della sua amica e di me: ero convinto ch'ella mirava a fare uno scandalo che potesse condurre a rompere il nostro fidanzamento. Sentivo di dover mettere in chiaro le cose con lei, scandagliare, se potevo, s'ella entrava in quella faccenda come non potevo a meno di sospettare.
Erano ora trascorsi quattro mesi dalla confidenza da lei fattami del suo stato di salute: quei quattro mesi mi erano sembrati quattro anni.
Le scrissi e la pregai a non far venire alla villa miss Grahamson nei giorni di quella settimana in cui sarei nel Surrey; non le dicevo la ragione della mia richiesta; ma aggiungevo che se vi trovavo la sua amica io non vi sarei andato pi. Ella replic che n il sabato n la domenica prossima miss Grahamson sarebbe con lei; non scrisse niente altro, non fece commenti alla mia richiesta, che avrebbe potuto sembrarle impertinente, non domand nulla. Il sabato andai da lei e la trovai sola.
...
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...
Era di novembre: le mie visite a lei, salvo poche lacune, duravano da giugno.
Quando quel sabato giunsi, la trovai con un aspetto eccitato e mi sembr pi vivace, pi disinvolta del solito. Poco dopo mi domand perch avevo messo per condizione delle mie visite l'assenza di miss Grahamson. Io le dissi la verit: volli esser franco. Le raccontai la mia spiacevole scena con la sua amica, bench naturalmente fossi persuaso che tutto le era stato riferito dall'amica stessa. (Da lei non seppi per altro se ci fosse vero o no.) Dissi che bench miss Grahamson le fosse devota, sapevo che mi detestava e cercava di farmi del male; che questo non lo potevo permettere senza prender provvedimenti per difendermi. Le chiesi di mettere in opra tutto il suo ascendente per fermare la maligna attivit, diretta contro di me, della sua amica; e mentre parlavo, la guardavo in faccia e cercavo di rilevare s'ella vi avesse parte: mi era sembrato sino allora di esserne quasi certo, ma non sicurissimo.
Ella ascoltava in silenzio ci ch'io le dicevo; non m'interruppe mai; sul suo viso non potei legger nulla: le maschere femminili sono capolavori; quelle degli uomini, per il solito, lasciano trasparire qualche cosa del volto.
Finalmente terminai di dire tutto quello che volevo e mi fermai; ella continuava a tacere: in quel momento sentii qualche cosa nel suo ostinato silenzio. Quel silenzio mi faceva addirittura sentire che lei e miss Grahamson avevano tramato, tramavano ancora per mandare a monte il mio impegno con voi, Vi. E a un tratto mi parve di sapere che io ero proprio lo zimbello di quelle due donne, ch'ero stato un matto a recarmi nel Surrey, che nemmeno la mia naturale piet per lei avrebbe dovuto spingermi a espormi a un rischio in una faccenda che riguardava voi pure; che non poteva esservi pi pace o sicurezza o speranza di felicit n per me n per voi sino a che io non capissi, una volta per tutte, che tanto in florida salute quanta con un piede sulla fossa ella era, non poteva essere, date le circostanze del nostro caso, se non la mia nemica. Mi si riaffacciarono alla mente le spie, le lettere: e la mia debolezza nell'aver piet di lei mi parve un delitto contro di voi, non pi una virt esercitata verso di lei. Capii, mi parve repentinamente, che un grande amore ha dei grandi doveri e che il mio desiderio di esser gentile con lei era stato cagione di mancare al pi grande di tutti i doveri del mio amore, alla stretta lealt verso di voi. Non mi fraintendete, Viviana: in cuor mio ero sempre leale; non alludevo ora a ci, ma ai miei atti, alle esteriorit della vita, dalle quali suppongo siamo sempre giudicati. Capivo che quando vi avevo dichiarato il mio amore dovevo immediatamente troncar con lei. Il semplice fatto della mia passata relazione con quella donna avrebbe dovuto tenermi assolutamente lontano da lei una volta che voi avevate promesso di unire la vostra vita alla mia.
Raccapricciai pensando alla mia condotta; e la mia compassione parve allora non esser pi dovuta che a una debolezza poco meno che morbosa. E, sentendo tutto questo, mi proposi risolutamente che quella mia visita sarebbe l'ultima; qualunque cosa ella dicesse, qualunque cosa facesse, fosse ella o no d'accordo con miss Grahamson per rovinare il mio avvenire, quella sarebbe la mia ultima visita a lei. Patto o non patto, non intendevo di espormi ad altri rischi. La mia piet per le sue condizioni, che continuavo a creder gravi, non poteva prevalere pi a lungo.
E allora, proprio allora, tutte le complicazioni, tutte le tortuosit parvero eliminate. Io vedevo chiaramente, per un lungo tratto, come per una bianca e larga strada. Il mio amore conduceva a voi; il mio dovere conduceva a voi; la mia vita doveva detergersi per voi: mi pareva di essere stato avviato a un tratto verso una grande felicit, Vi. E non potevo capire come per tanto tempo avessi potuto rimaner impigliato nel buio di tutte quelle cose recondite. E avveniva anche un altro fatto: mi sentii immediatamente sollevato dalla vilt, morale o mentale che fosse. Voi non sapete nulla di tutto ci: io credo di conoscer tutto:  un'incessante alternativa di cose opposte, di orribili possibilit, un terrore di ci che potrebbe avvenire, se....
Un gran cambiamento pareva essersi operato ora in me eppure io ero sempre l seduto, la guardavo e tacevo aspettando che parlasse.
Io non so che cosa ella lesse nel mio volto; io non so mai che cosa mostra il mio volto, ma di solito ho l'impressione ch'esso non abbia il potere di nasconder nulla; ella era per altro un'esperta leggitrice di uomini.
Avevo gi preso la mia risoluzione ma non intendevo di parlarne a lei; credo che in certo modo fossi sempre un codardo nonostante ci che ho chiamato il mio risollevamento. Sapevo che non ritornerei mai pi nel Surrey, sentivo di saperlo addirittura; ma non intendevo farle noto la mia decisione finch non me ne fossi andato da casa sua.
Finalmente, poich io rimanevo in silenzio, parl lei. Al mio arrivo mi era sembrato ch'ella fosse un po' eccitata; ora invece ella non dimostrava affatto eccitazione: le piacque di prender tutto alla leggera. Mi disse che probabilmente avevo ragione, che Eleonora non conosceva misura nell'amicizia e che, come tante altre donne, aveva la lingua un po' lunga, ciarlava troppo. Ma io, forse, non davo troppa importanza a ci? Lei non era ormai pi giovane e io ero un giovanotto, e a ci si aggiungeva lo stato della sua salute. Nemmeno la gente pi maligna avrebbe potuto trovar nulla da dire se un giovane faceva visita una volta la settimana a una donna della sua et (quel giorno ella batteva particolarmente sulla sua et) a una donna vecchia e malatissima. La mia apprensione era dicerto esagerata, a parer suo: nondimeno parlerebbe seriamente con Eleonora.
Fosse che ero andato nel Surrey pieno di sospetto, fosse perch a un tratto mi s'era presentata finalmente alla vista la strada sgombra e chiara in quella strana, nuova lucidit, (fu questo che credei di pi) fosse, insomma, l'una o l'altra la ragione, mi parve che gli occhi mi si fossero snebbiati. Pi volte nell'esser con lei avevo sentito ch'ella poteva legger benissimo tutto quel che accadeva in me ma che aveva invece la facolt di nascondere a me il suo animo. Quel giorno invece, mentre ella parlava, mentre io stavo ad ascoltarla e la guardavo, mi balen per la prima volta un pensiero, un pensiero che era un vero convincimento, come se fosse stato suggerito da una voce che non poteva mentire:
"Quella non  una donna moribonda."
E allora sussultai come sussulta chi si sente chiamare inaspettatamente da una voce sonora, mentre credeva di esser solo.
Che cosa c'? le udii domandarmi.
Dissi che non c'era nulla: ero confuso, sconvolto dall'annunzio che avevo avuto dalla voce interna. Ella non insist, bench vedessi che non era rimasta soddisfatta della risposta. Quel nostro colloquio fin l: era quasi l'ora del pranzo e dovevo andare a vestirmi.
Mentre mi preparavo, mi ritornava in mente lo sguardo dei freddi occhi di miss Grahamson, il guizzo beffardo che avevo sorpreso in essi quando le avevo parlato della sua amica come di una donna moribonda. Io non avevo allora rilevato la subdola ironia che v'era in quel risolino, e avevo fantasticato che cosa volesse significare. Sentivo che forse lo comprendevo l in camera mia, dove il dubbio cercava di assalirmi. Aveva ella forse sorriso perch sapeva, aveva sempre saputo, da quando avevo incominciato le mie visite, che la sua amica non era moribonda? Ma era poi davvero malata? Era stata mai malata? Io credevo nell'insonnia: ella prendeva il cloralio, in ci non v'era inganno. L'avevo veduta una volta sola prenderlo; ma ancora, s, ella soffriva orribilmente perch non poteva dormire e perch i nervi la tormentavano, e perci prendeva le medicine e aveva quel viso sparuto. Ma.... il resto? Perch s'era insinuato in me quel nuovo convincimento, o meglio perch era sorto in me da qualche parte o per qualche strano avviso?
Se non si trattava davvero d'una malattia grave e tanto meno mortale, quanto dovevano aver riso di me quelle due donne!
Udii un gong giapponese risonar pacatamente in una lontana parte della casa. Dovevo scendere e passar la serata solo con lei. Scesi con la ferma intenzione di costringerla a dirmi la verit che sentivo gi di conoscere.
V' una maniera ignobile di giungere a sapere una verit che qualcuno tenta di nascondervi, o meglio che sospettate voglia esservi tenuta nascosta; me l'insegn molto tempo fa una donna, ed  questa: "Fingete di non ignorare, bench veramente non sappiate nulla; parlatene come di un fatto e vedrete che cosa accade".
Risolvetti di far cos.
Quando ci alzammo da tavola, salimmo in un salottino attiguo alla camera di lei: ella disse che vi si starebbe pi caldi e comodi che in salotto. Era una notte di novembre rigida e ventosa: io mi misi a sedere difaccia al fuoco; lei, secondo il solito, si stese su un sof: mi ricordo che mi disse di fumare e io accesi un sigaro.
Avevo pensato di entrar subito in argomento, ma non lo feci. Quella sera ella parlava anche pi del solito; quando voleva, parlava benissimo: era una donna intelligentissima, bench non fosse quel che si suol chiamare intellettuale. Aveva un'ampia conoscenza della vita e non riusciva mai monotona in conversazione. Seduto presso il fuoco io l'ascoltavo; udivo tutto ci ch'ella diceva, ma nella mia mente mulinava di continuo il problema: come giungere a sapere la verit. Me n'ero gi proposto il modo, ma ella era tanto scaltra che ci che con molte altre sarebbe riuscito poteva benissimo fallire con lei: era sempre molto pi accorta di me e sempre era riuscita a sopraffarmi.
La sua parlantina quella sera mi mise un po' in sospetto: non era difficile nascondesse uno sforzo, un disegno. Che cosa meditava ella di fare? Quant'era che discorreva? Avevamo desinato tardissimo, a un quarto alle nove. A lei piaceva desinar tardi perch la notte le sembrasse pi breve. Diedi un'occhiata al mio orologio: erano le dieci e mezzo. Allora risolvetti di parlare; ma lei discorreva ancora, non smetteva punto, non faceva nemmeno una pausa; capii dunque che faceva cos per impedire a me di dir quel che avrei voluto: certo ella aveva indovinato la mia intenzione; intuiva cio ch'io volevo dir qualche cosa che a lei non piaceva di udire, e s'ingegnava per farmi recedere da quell'intenzione.
Non so se davvero fosse cos; in ogni modo ecco ci che avvenne.
Quando un uomo, che per un pezzo  rimasto in forse, si decide finalmente a parlare, credo che non vi sia chi parla con maggiore irruenza, perfino con pi violenza di lui. La stessa esitazione che ha lasciato dietro a s con tutte le sue possibilit tormentatrici ch'egli ricorda e di cui si risente in segreto, lo spinge a una brutalit a cui non  tratto l'uomo che non esita. Io avevo esitato troppo spesso con lei: quella notte divenivo a un tratto l'uomo violento.
Le troncai senz'altro la parola; non ricordo pi che cosa dissi, ma la feci restare a mezzo di un discorso. Mi rammento ch'ella rimase sorpresa, sussult e strinse le labbra prendendo un'espressione arcigna. (La volont si mostra negli occhi e nelle labbra.)
Quanto durerete in codesta assurda finzione di esser malata? dissi appena l'ebbi interrotta.
La guardavo bene in faccia: era pallida, ma sotto al suo pallore parve comparisse qualche cosa di livido, di spettrale.
Finzione? Ma io sono malatissima! ella disse.
Mi ricordai del risolino di miss Grahamson.
E io invece so che non  vero, replicai. So che non siete mai stata seriamente malata; e lo sa anche miss Grahamson.
E, ricordando sempre il risolino, sogghignai.
Senza studiarle, forse per istinto, avevo trovato le parole che facevano al caso, proprio quelle atte a rovesciare i ripari dietro a cui si trincerava il suo inganno. Nulla avevo premeditato: avevo proprio detto quell'ultima frase a caso, ripensando a quel risolino che forse mi aveva squarciato il velo. Lei era di quelle donne che istintivamente diffidano del proprio sesso: quella diffidenza la condusse a tradirsi con me.
Eleonora vi ha detto?... ella esclam sollevandosi di scatto sul sof e puntando i piedi in terra con forza.
Il suo viso prese un'espressione orrenda, l'espressione di una furia: per mero caso ero riuscito a farla cadere in trappola.
Oh, no, me lo avete detto voi, risposi.
Ella cap subito di avermi svelato da s il segreto che miss Grahamson aveva saputo tener celato. Frattanto si era alzata in piedi. Cosa caratteristica in lei, ella non domand inutili spiegazioni su miss Grahamson n cerc di riacquistare un po' del terreno irrevocabilmente perduto con l'entrare in spiegazioni, o confondersi con inutili proteste. Aveva il cervello pronto: un cervello che poteva affrontare i fatti.
Ella stessa mi aveva detto; io sapevo: era quello il fatto che bisognava allora affrontare. L'aspetto di furia che il suo viso aveva preso quando ella era caduta in errore sulla sua amica, non era stato che momentaneo. Era lei la colpevole, o la pazza, non Eleonora. Per una volta aveva fatto un grande sbaglio; e mentre stava l, pensava gi come poterlo riparare. Finalmente disse:
Non avrei mai creduto che desideraste la mia morte; no, non lo avrei mai creduto.
Si avvicin a me e disse:
Non dite, non dite che la desiderate! Non potrei mai sopportarlo.
Capii subito quale linea di condotta ella intendeva di tenere: nessuna spiegazione, nessuna apologia per il suo abietto inganno o in qual altro modo si voglia chiamare: era stato per lei come un giuoco, aveva scherzato con me. Nessuna vergogna nell'essere smascherata; no: il suo cervello acuto aveva subito voluto colpire nel punto pi debole della mia armatura. Come potevo riconoscere d'aver bramato, aspettato con ansia la sua morte? Come potevo assalirla perch non era moribonda? Come potevo io chiedere, quale mio diritto, ch'ella morisse?
Io so che sono un peso per voi, Clive, ella soggiunse, ma dopo il nostro passato, dopo il nostro legame, dopo tutto quello che io vi ho dato, non mi dite di aver contato con impazienza le settimane e i giorni che ancora mancavano alla mia morte.
E cominci a piangere; rompeva in singhiozzi: fu un pianto tremendo.
Ecco a che punto eravamo: quella era una nuova scena che doveva impietosirmi. Io lo capivo benissimo, naturalmente; ma intanto ella piangeva, piangeva. Con tutta probabilit l'orribile fatto ch'ella intuiva della mia ansiosa attesa, del desiderio irrefrenabile in me ch'ella scendesse nella tomba, aveva dato la via a quello scroscio di pianto. Non avevo mai mai visto una donna piangere a quel modo: credo che piangesse su se stessa, ma piangeva anche per intenerir me, Vi; pensava che quel pianto avrebbe un effetto su me: forse il bisogno di sfogarsi con le lacrime, aiutato dall'astuzia, la fece prorompere in pianto.
In ogni modo la sua apparente ambascia, che quasi sembrava disperazione, rese impossibile da parte mia ogni rimprovero, ogni attacco. Per il momento non potevo che aspettare ch'ella si rimettesse: ma cercare di confortarla, di consolarla, no, non potevo. La scoperta di quell'ultimo inganno mi aveva messo in tale stato d'animo, Vi, che non tento neppur di descrivervelo. Il macabro artifizio da lei messo in opra mi rivoltava, e avrebbe fatto ribellare l'uomo pi equilibrato. Ma v'era l'altra cosa: il colpo mortale di sapere (e il sapere  cos diverso dal sospettare) che non v'era per l'avvenire pi speranza di sfuggire all'esecranda tirannia della sua implacabile volont. Mentre la guardavo piangere, mentre la udivo singhiozzare, capivo quanto avessi fatto assegnamento sulla sua morte:  una cosa terribile, ma  la verit. La vita con voi, e senza di lei! Io m'ero gi raffigurato tale incanto. La mia esistenza liberata da lei! Sapere ch'ella se n'era andata, che non poteva farmi pi nulla sulla terra, ch'ella era impotente, addirittura impotente, che non poteva vedere, sentire, sapere, voler pi nulla! Con l'immaginazione avevo vissuto la mia libera vita con voi, ed ero stato convinto di averla a portata di mano, di esser quasi per afferrarla.
E ora quell'esecrabile disinganno!
Il suono del suo pianto era come la voce di una sentenza di morte piombata sulla mia felicit. Avrei voluto farla tacere, sentivo il bisogno del suo silenzio, del suo silenzio eterno; mi sentivo addirittura incapace di piet: ella mi aveva promesso di morire, e ora sapevo che la sua promessa era stata una menzogna, ch'ella non l'avrebbe pi mantenuta.
Non l'avrebbe pi mantenuta!
E pensavo come avevo vissuto per mesi, notte e giorno, in mezzo alla morte, come avevo veduto la morte falciare schiere di baldi giovani, il fiore dell'umanit; non era stata capace di sfuggire alla morte quella bella giovent della quale il mondo avrebbe potuto gloriarsi: e lei, invece, non voleva saperne di morire.
Allora mi parve di esser preso da una specie di frenesia. Non credo per altro di averne dato segno. Ella seguitava a piangere e io continuavo a starmene a sedere dov'ero e sentivo intanto che la pazzia serpeggiava in me. Quando uno odia come odiavo allora io, pu dirsi preso dalla pazzia, Vi. Tutto quello che uno ha in s d'umano sembra atrofizzato, e senza di quello un uomo non pu aver la mente sana. V' una quantit di gente che non pu odiare; una moltitudine di soldati inglesi non possono odiare: chiunque sia stato alla guerra lo sa, domandatene pure. Ma io posso odiare: lo so da quella notte; e ci dipende dal fatto ch'io posso amare. Amore e odio si accompagnano, per quanto ne dica la gente. Ogni diritto ha il suo rovescio. Io odiavo allora lei perch amavo voi:  questa la ragione radicale. Non la odiavo soltanto perch mi aveva mentito, aveva fatto di me un pazzo e peggio, aveva riso di me con quella sua amica, mi costringeva a rappresentare la mia abietta parte, aveva stimolato in me la bestia per sconfiggere in me l'uomo. Non solo per tutto questo la odiavo: ma massimamente a cagione di voi.
Finalmente cess di piangere; io distolsi lo sguardo da lei, ma rimasi seduto nel mio stesso posto presso al fuoco e ascoltai l'orrendo silenzio. (Cos mi pareva quel silenzio: orrendo.) Non so se ella guardava me, se mi fissava, se poteva leggere sul mio volto che cosa accadeva in me. Nella mia vita non avevo mai provato quel che provavo allora, e so che non lo potr riprovar mai pi. Mi sentivo lontano da me e a cos dire estraneo a me stesso. Credo che rimanessimo cos a lungo; ma non avrei potuto misurare allora il tempo. Non credo nemmeno di aver molto pensato; poco o punto, anzi: me ne stavo semplicemente seduto l e la odiavo, la odiavo per il suo dominio su me, per la nostra comune abiezione, per i suoi inganni, i suoi artifizi; la odiavo perch non era una donna moribonda, massimamente per quello.
A un tratto la sentii muovere; ella venne verso di me e mi si ferm accanto; mi pos una mano su una spalla. Io rimasi immobile, ed ella la ritir; quando la ritir la guardai: era pallida da far paura, ma apparentemente calma, apparentemente padrona di s.
Capisco che cos', ella disse. Voi non potete perdonarmi di non avere una grave malattia, di non essere ancora sull'orlo della fossa.
Io non risposi; dopo un momento ella si allontan da me; and alla porta che metteva in camera sua e l'apr.
Rimanete un minuto cost, fatemi il piacere, ella disse. Torno subito.
And in camera lasciando la porta socchiusa, ma non in modo che il mio sguardo potesse penetrar nella stanza. Rimase assente per breve tempo. Seppi poi che in quel tempo ella scrisse le poche righe che furono presentate nel processo, il biglietto in cui ella diceva di sapere che io la odiavo, e che avevo fatto assegnamento sulla sua morte, ma che ella non poteva rinunziare a me e mi pregava di non mancare alla mia promessa di sposarla. Quel biglietto, indirizzato a me fu trovato in una cassetta di camera sua.
Frattanto io seguitavo a star seduto presso il fuoco; sentivo che non avrei potuto muovermi, che non avrei potuto far niente. Ella non era moribonda, non era prossima alla sua fine. Come pu divenire di macigno un uomo a una cos improvvisa scoperta!
Udivo il vento che fischiava fuori.
La cosa strana , Vi, e a voi non riuscir mai di capirlo, che da quando ormai sapevo ch'ella non era moribonda avevo perduto addirittura ogni speranza per l'avvenire. Voi e altri forse crederete ch'io non dovessi far altro che uscire da quella casa appena mi fosse possibile, andarmene a Londra, chiedere a voi di stabilire il giorno per le nostre nozze, sposarci. Non essendo io ammogliato con lei, non legato a lei legalmente in nessun modo, perch non avrei potuto farlo?
Voi non la conoscevate: a me non era ormai nascosto pi nulla di lei, e conoscendola non avevo speranza: ecco tutto quello che posso dire.
Ella non sarebbe morta; e, vivente, non mi avrebbe mai permesso di esser felice con un'altra donna. Lo sapevo benissimo: ella cercherebbe il modo d'impedirmelo.
Finalmente ella ritorn indietro; aveva in una mano un bicchiere e nell'altra una boccetta, non piena, di un liquido che pareva acqua: supposi che, secondo il solito, volesse prendere il cloralio prima di andare a letto. Guardai il bicchiere e la boccetta: ella li pos sulla tavola; poi parve esitare e dopo un poco alz il tappo della boccetta e mesc nel bicchiere un po' del liquido. Credevo che ella prendesse la sua medicina, invece lasci il bicchiere sulla tavola. Mi ricordo che lo fiss per un momento; poi venne verso di me.
Vi, io non saprei descrivere ci che avvenne allora; posso soltanto accennarvelo perch possiate sapere. Ella si avvicin a me e cominci a farmi una quantit di moine e di carezze. S, proprio in quel momento, dopo quanto era accaduto, dopo ci ch'ella sapeva. Mentre io avevo creduto ch'ella fosse malata, morente, ella aveva represso la sua peggiore tentazione; ora che sapevo che non era malata gettava via di nuovo ogni ritegno. Pareva che pensasse, e probabilmente lo pensava davvero, che la parte bestiale di me rispondesse, accondiscendesse, cedesse, come aveva gi ceduto tante volte nel passato. Ella aveva un orribile concetto degli uomini: credeva, la maggior parte delle donne come lei lo credono, che noialtri uomini ci somigliamo tutti sotto un certo aspetto. Ella osava credere, mi figuro, che la sua volont fosse cos forte da renderla capace di trionfare anche quella notte su me, su me e su voi, Vi: perch il trionfo sarebbe stato anche su voi.
S, ella deve avere osato pensare che io potevo cedere; ma aveva inoltre considerato un'altra possibilit: la possibilit di fallir quella notte nel suo intento e in tal caso di non esser mai pi capace di riprendermi. Ma allora io non lo sapevo: lo raccapezzai dopo. La sua volont intendeva di esser soddisfatta in un modo o nell'altro. Vi ho gi detto ch'essa dominava perfino se stessa, tutto quello che era in lei; vi ho gi detto che era legata alla propria volont: quella notte ella me lo prov.
Vi, quell'ultimo atto di lei mi nause addirittura: non posso descrivervi il mio disgusto, baster dirvi che io la respinsi da me mostrandole che anche la parte pi vile di me rifuggiva da lei, non voleva pi saperne di lei. Non v'era nulla in me che non si ribellasse addirittura a lei; ed ella lo seppe; feci s che lo sapesse.
Le dissi, fu una cosa atroce lo so, che desideravo ch'ella morisse, che avrei voluto che fosse gi morta. E allora ella cess le sue vituperevoli carezze, e mi disse che se veramente pensavo ci che avevo detto sarebbe meglio le dessi la dose di cloralio che v'era nel bicchiere sulla tavola perch ella lo prendesse: non voleva prenderlo di sua spontanea volont, disse, ma se le porgevo io il bicchiere lo prenderebbe: non mi raccapezzavo perch ella volesse cos.
Desiderate dormire, le dissi, e avete gi preparato la dose?
Ella mi rispose, Vi, che non era cos; che quando era andata in camera aveva gi preso il cloralio per la notte, e anzi in una dose quasi eccessiva: l'aggiunta di quanto v'era nel bicchiere sulla tavola la ucciderebbe, e cos sarei sbarazzato di lei.
Furono queste le sue parole, ma io non le credei: come potevo crederle dopo tanti inganni? Vi confesso per che desideravo che ci ch'ella diceva fosse vero e che ella bevesse.... e se ne andasse dal mondo: in quel momento credo proprio di essere stato un assassino nell'intenzione.
Non le risposi nulla; ma mi ricordo di averla guardata nello specchio e di aver detto fra me:
"Se fosse vero! S'ella ingoiasse quella roba!"
Poich io non parlavo, ella disse:
Come mai non mi date il bicchiere?
Io pensavo che quella fosse un'altra orribile commedia, macabra come l'altra finita da pochi momenti. Non la comprendevo; capivo soltanto che era connessa con la morte, come gi la precedente.
Voi mentite, dissi. Voi mentite sempre con me.
Allora ella cominci a ridere; teneva gli occhi fissi su me e ridendo sobbalzava.
Quando la vidi ridere a quel modo, mi alzai: credevo che ridesse di me, del mio odio per lei, e dell'impotenza del mio odio. Il suo riso pareva un sogghigno di sprezzo, e non solo del suo sprezzo personale per me, dello sprezzo di una persona per un'altra, ma di quello della donna distruggitrice per la meschina e codarda debolezza dell'uomo ch'ella distrugge. Era la donna che dileggia l'uomo: era un sesso che deride l'altro.
Allora mi sentii assassino: tutto il mio odio sembr sollevarsi, concentrarsi in modo terrorizzante: ella seguitava a ridere, con gli occhi sempre fissi su me.
Afferrai il bicchiere e andai verso di lei.
Nemmeno allora credevo affatto a ci ch'ella aveva detto del cloralio; ma risolvetti di farla bere: volevo farle smettere quel riso orribile col farla bere. E se anche avesse detto la verit, in quel momento sentivo di non curarmi affatto della sincerit o della falsit di lei. Non so esattamente ci che pensavo, ci che sentivo; ma intendevo di prenderla in parola come gi tante volte avevo fatto.
Io non parlai e mi avvicinai a lei; in quel momento mi pareva di sentirmi pieno di forza fisica, me ne ricordo benissimo. Le aggrappai la fronte presso le tempie e le feci buttar la testa all'indietro: cos la sua bocca si apr, si spalanc; io vi accostai il bicchiere, ve lo rovesciai. A un tratto sentii in lei resistenza: parve ch'ella lottasse, debolmente. Allora mi parve di capire che in ci che facevo vi fosse pericolo, e cercai, vi giuro che  vero, Viviana, cercai di fermarmi. Lasciai andare il bicchiere che ruzzol sul tappeto. Ma il suo contenuto era gi stato ingoiato da lei.
Non so che cosa mi figuravo che dovesse allora accadere; ci che accadde fu questo: per un momento ella rimase seduta senza muoversi guardandomi con occhi sbarrati; poi abbozz un sorriso. Indi si alz lentamente, e and in camera, portando con s la boccetta del cloralio; e questa volta ella chiuse l'uscio dietro a s.
Io rimasi un pezzo dov'ero: non so con precisione quanto. Finalmente, poich ella non ritornava, pensai di andarmene in camera mia. Mentre mi movevo per uscir dalla stanza, vidi sul tappeto il bicchiere: lo raccolsi e lo posai sulla tavola. Ma poi non mi piacque lasciarlo l; e ripresolo in mano andai alla porta della camera di lei e bussai. Non ebbi risposta; dopo aver bussato di nuovo, aprii la porta.
Ella giaceva sul suo letto ampio e basso e sembrava profondamente addormentata; aveva ancora il vestito con cui era venuta a pranzo. Non mi accostai molto a lei, ma potei sentire che aveva il respiro grosso e supposi che il cloralio avesse gi fatto il suo effetto. Ero sicuro che anche quella volta ella aveva mentito; pure, Viviana, fui contento nel credere che fosse cos, perch ero rientrato in me stesso: quel momento d'insania era passato.
Posai il bicchiere accanto alla boccetta del cloralio che era sul comodino, e me ne andai in camera mia.
Ma questa volta, Vi, ella aveva detto la verit: la mattina dopo la trovarono morta.
In una cassetta della sua toeletta fu poi scoperta la lettera diretta a me.
Vi, la sua volont ch'ella non poteva dominare, che dominava lei, che era veramente indipendente da tutto il resto di lei, l'aveva perduta per mia mano. Sapevo ch'ella poteva perdere me pure, ch'ella aveva inteso di perdere me pure dopo la sua dipartita. Ma io mi ci opposi con una strenua lotta; e durante la lotta sapevo di combattere contro la volont ch'ella aveva avuto di rovinarmi anche dall'oltretomba. La convinzione della sua perversit mi anim a difendermi: ella non doveva pi riuscire a sopraffarmi; non doveva sollevarsi dalla sua tomba e rovinare irrimediabilmente la mia vita.
Talvolta io l'ho sentita intorno a noi, e anche qui, perfino qui in Affrica; e ha cominciato a sembrarmi ch'ella ritornasse, che fosse capace di ritornare perch io vivevo in eterno inganno con voi.
Mi  sembrato che in certo modo ella vivesse, traesse il respiro dal mio inganno.
Ah, Vi, come sono stato vile a ingannarvi!
Ma voi avete sempre creduto nella mia innocenza. E io ho paura.... ho paura.
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CAPITOLO 15.
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Il giorno seguente, sabato, subito dopo le quattro, dal porto di Sidi-Barka fu avvistato il piroscafo La Francia che scorreva placidamente verso la costa settentrionale dell'Affrica, dopo un tranquillo viaggio cominciato a Marsiglia. A bordo vi erano pochissimi passeggeri di prima classe: fra questi un inglese che aveva dato nell'occhio per l'ansiosa mestizia impressa sul suo volto, e per la sua febbrile irrequietezza. Bench il tempo fosse stato bello per tutto il viaggio, egli non era mai andato a tavola nella sala da pranzo, n aveva mai scambiato una parola con alcuno dei suoi compagni di viaggio. Aveva chiesto e pagato quanto occorreva per riservarsi una delle poltrone del ponte e se l'era fatta portare a prua, ma nessuno ve lo aveva mai visto seduto. Quando non se ne stava chiuso nella sua cabina, camminava in gi e in su per il ponte. Anche nel cuor della notte aveva continuato le sue passeggiate sotto le stelle prolungandole sino all'alba. Ma finalmente, allorch la costa affricana fu segnalata, egli s'era messo fermo alla ringhiera aggrappandovisi con ambedue le mani. Spingeva lo sguardo verso la terra che ogni momento si faceva pi chiara alla vista, sino a che non gli furono visibili gli alberi sulle scoscese colline dietro la citt, le insenature sabbiose della costa che rasentavano le placide montagne contemplate cos spesso da Viviana dal giardino della "Villa del Sole", il promontorio laggi a destra, oltre la spiaggia, dove il signor Beake si recava per andare a fare il suo bagno mattutino quando il tempo era buono, il faro alla punta del molo dietro al quale si pigiavano le case di Sidi-Barka; e finalmente gli fu possibile discernere il viavai della gente nel porto e i gruppi di persone che aspettavano l'arrivo del piroscafo di Francia.
L'Affrica ancora una volta! Quel viaggiatore era stato assente per un breve tempo, che a lui era sembrato lunghissimo, e non aveva fatto altro che anelar l'Affrica. Ma ora che il bastimento stava per accostarvisi, ora ch'egli vedeva la terra, le case, la gente, la strada serpeggiante lungo la costa verso una collinetta e un folto d'alberi che nascondevano una casa bianca affacciata sul mare, egli aveva paura, una tremenda paura. Quella costa lo attraeva, ma nel tempo stesso egli la paventava; v'era qualche cosa di crudelmente inesorabile nell'incessante movimento del piroscafo verso di essa. E tuttavia quell'uomo aveva contato le ore che gli mancavano per tornare a vedere il faro, quelle costruzioni, quelle colline, per esser trasportato in carrozza lungo la costa, verso la casa bianca che si nascondeva tra gli alberi sulla collina.
Il bastimento segu la rotondit del molo ed entr cautamente in porto. E il passeggero inglese non si moveva dal parapetto. Ora i suoi occhi frugavano tra la gente che si affollava sulla banchina: sapeva che non vi sarebbe nessuno ad aspettarlo, pure guardava le molte facce con ansiosa attesa. Gli sembrava quasi impossibile che il suo intenso pensiero non avesse trovato corrispondenza in quello di un'altra persona a lui tanto legata, alla quale erano avvinti la sua vita e il suo destino, quasi impossibile che del suo avvicinarsi sul mare, della sua prossimit alla costa, del suo arrivo nel porto quell'altra persona fosse affatto ignara o vi rimanesse indifferente. E i suoi occhi correvano di volto in volto cercando istintivamente nella folla una donna. Non vi sarebbe dicerto; era assurdo supporre ch'ella potesse esservi: pure egli la cercava.
I suoi occhi non la trovarono; ma a un tratto egli sussult come un uomo sensibilissimo coi nervi scoperti. Fra i radunati per aspettar l'arrivo del piroscafo egli aveva veduto un viso da lui conosciuto: il console inglese con la sua pipetta in bocca e il panama in testa stava in prima linea sulla banchina discorrendo con una coppia francese e ricercando con lo sguardo qualcuno tra i passeggeri affacciati al parapetto del Francia. E mentre Clive si accorgeva di lui, il console, forse attratto dallo sguardo dell'uomo di cui s'interessava con tanta viva curiosit, incontr lo sguardo di Clive. Anche lui sussult, rimase stupefatto e cominci a fantasticare. La sua mano bruna corse all'orlo del suo panama. Poi quando il bastimento si ferm di fianco perch cominciasse lo sbarco, egli chiam con la sua vocina stridula:
Buon giorno, buon giorno, signor.... Si ferm di repente, poi continu:, Buon giorno, signor Ormeley. Non vi aspettavamo cos presto di ritorno.
Clive salut col capo e aggrott la fronte. Dunque quell'ometto sapeva della sua assenza; ma sicuro che sapeva; sicuro che sapeva qualunque cosa avvenisse in quel lembo di terra dove languiva in esilio. E poi dicerto non gli mancava qualche giornale inglese, qualcuno di quei maledetti giornali che non lasciano in pace una persona nota e che avevano debitamente annunziato il ritorno di Clive Baratrie al capezzale della madre moribonda. Quella finzione del nome, quel sentirsi chiamare Ormeley, com'era insopportabile ora che Clive conosceva la segreta intesa fra il console e Viviana! Qualche cosa di frenetico si agitava in Clive: se gi nel porto Beake lo avvicinava, sarebbe andata a finir male.
Fu gettato il pontile; i facchini arabi e negri si precipitarono a bordo vociferando: pareva che portassero con s il caldo ardente dell'Affrica, insieme a fetide folate delle loro case, dei Bagni Mauri, dei Caff indigeni, dei mercati in cui si accalca la gente, dove il rumore sembra sempre sospeso sotto la sferza del sole, come un miasma, sugli affaccendati uomini bruni. Com'era possibile sentirsi freddi fra gente a quel modo? Pure Clive sentiva in s quasi un gelo di apprensione. Che cosa lo aspettava in quella terra?
Un uomo guercio, con la zucca pelata avvolta in un fazzoletto dalle cocche sfilaccicate, afferr la sua valigia, ed egli segu la corrente dei passeggeri che dal pontile si riversavano sulla banchina. L, quasi immediatamente, si trov vicino il console, che certo aveva guardato se lo vedeva, e che lo salut.
Non vi aspettavamo cos presto di ritorno, signor Ormeley. Avrete fatto buon viaggio, spero.
Sono stato alcuni giorni in Inghilterra, perch mia madre era malatissima: mor poco dopo il mio arrivo.
Davvero! Ne sono proprio, proprio dolente.
Clive sbirci l'ometto giallo ed esit; v'era dicerto qualche cosa di strano in lui, nei suoi modi, nel suo sguardo: un misto di furtivit e di sorpresa, di furtivit per il desiderio di non mostrar la sorpresa; e ci fece sospettare a Clive qualche cosa di segreto, qualche cosa che fosse a conoscenza del signor Beake, che riguardasse lui e che eccitasse il console. Egli diede una rapida occhiata intorno a s: tra quella folla non scrse nessuna faccia inglese; udiva parlare francese, italiano e dialetti orientali: probabilmente non v'era l alcuno che capisse l'inglese.
Vi sembra proprio che vi sia bisogno, egli disse, di continuare a fingere che voi crediate ch'io mi chiami Ormeley?
Il signor Beake sussult, e la sua pelle gialla parve provarsi ad arrossire, ma non riusc che a diventar pi scura.
Scusatemi, non so davvero....
Io mi chiamo Baratrie, Clive Baratrie, come sapete.
Il signor Beake si volt da un'altra parte e non disse nulla: era rimasto stupefatto e si sentiva veramente molto imbarazzato. Dunque la bella signora della "Villa del Sole" non aveva custodito il segreto; non se lo sarebbe mai aspettato dopo il loro patto; l'aveva creduta una donna capace di mantener la parola: e poi non era stata lei a pregarlo di nascondere la scoperta dell'identit di suo marito? O meglio non era stata lei a dirgli dopo?... Insomma, in un modo o nell'altro, s'era messo d'accordo con lei in quel sotterfugio per farle piacere. Ora egli non si sentiva a modo suo; e aggrottava le ciglia mentre provava come un senso d'ingiustizia, sembrandogli di essere stato trattato indelicatamente, posto in una falsa posizione.
Seppi che non desideravate che fosse conosciuto qui il vostro vero nome, egli disse dopo una pausa. Nel chiamarvi Ormeley io facevo semplicemente ci che credevo preferiste. Voi stesso....
S, s, grazie! Non occorrono scuse. Non v'immaginate ch'io intendessi di biasimarvi.
Non sarebbe possibile che credessi una cosa simile, ribatt il console con ufficiale sostenutezza. Vi saluto, signore.
La sua mano bruna sal all'orlo un po' consumato del suo panama ed egli stava per voltarsi bruscamente da un'altra parte quando Clive lo ferm.
Scusatemi, ma or ora mi avete detto: "Non vi aspettavamo cos presto di ritorno".
Ho detto cos? Davvero?
Senza dubbio. Avete forse veduto mia moglie mentre ero assente?
S, disse il signor Beake.
E di nuovo ricomparve nei suoi occhi lo sguardo stranamente furtivo e al tempo stesso sgradevolmente scrutatore.
Quando l'avete veduta?
Or non  molto.
Il signor Beake pareva esitasse, poi soggiunse:
Oggi stesso.
Gli occhi dei due uomini s'incontrarono per un momento che a Clive parve lunghissimo. Le sue pupille pareva volessero leggere in quelle del console, strappar da lui una risposta a una domanda ch'egli non poteva, che non osava fare.
Il suo facchino si rivolse a lui in arabo, e non ricevendo risposta, chiese in francese bastardo:
Monsi desirer une voat?
Arrivederci! disse Clive al signor Beake.
Arrivederci! fece il console.
E i due uomini si separarono.
Clive si allontan dietro al facchino, e il signor Beake borbott arricciandosi i baffi:
Ma che affare  questo?
Che cosa v'era difatti in quella faccenda? L'ometto non stava in s dalla curiosit: fiutava qualche cosa di tragico, ma era proprio al buio di quel che potesse trattarsi. Se ci fosse stata Caterina, buon'anima, lei si sarebbe forse raccapezzata; era una donna cos accorta, di una tale intuizione; non v'era nessuno che come lei sapesse ricercare fino alla radice le cagioni di uno scandalo. Aveva un fiuto tanto sicuro, lei! Ma da s solo egli non giungeva a capir nulla. Che cosa accadrebbe quando quel poco gentile signore, che era stato tanto sgarbato col rappresentante ufficiale del suo paese, arriverebbe alla villa? E dove mai?... Il signor Beake ardeva dalla curiosit; ma bisognava aspettare, esser pazienti. Certo se qualche cosa di tremendo accadesse alla "Villa del Sole", non mancherebbe di giungere al suo orecchio. Risolvette di non tralasciare di andare a bagnarsi presso la capanna dei bagni addetta a quella villa. E forse, perch no? potrebbe un giorno o l'altro salir lass lui stesso. S, non sarebbe male darvi una scappata ora che le cose dovevano aver preso una piega nuova, addirittura inattesa.
Frattanto Clive aveva pagato il facchino, era montato in un land e fattovi caricare il suo bagaglio si avviava su per la costa.
Ora che era proprio in Affrica cos vicino alla casa bianca e a Viviana, era sorpreso di quel che aveva fatto, stupito di aver potuto cedere a un impulso venuto in lui lass, in Inghilterra. Le parole di una donna morente lo avevano spinto: gli pareva di udire ancora balbettare al suo orecchio: "Ditelo a Viviana: ella merita di conoscer la verit". Sua madre nulla sapeva del manoscritto chiuso nella cassetta della scrivania; ella dov sperare ch'egli narrerebbe la verit a quell'altra donna che lo amava, bench avesse cercato di tenerlo nascosto alle orecchie materne. Raccontar la verit, o fare in modo che Viviana la sapesse, sarebbe per lui un immenso sollievo, deporre un gran peso che non aveva mai cessato di tormentarlo nella sua vita con Viviana. Egli lo aveva sempre saputo: ma poteva ella sopportar la verit? Ora Clive era atterrito dalla costante fiducia di Viviana in lui: quella fiducia illimitata lo torturava, poteva esser causa di una reazione che, se accadeva, avrebbe prodotto seri guai. E ora aveva paura d'incontrare gli occhi di sua moglie: gli balen in mente che non sarebbe pi capace di guardarla negli occhi. Come lo riceverebbe ella? Che cosa direbbe? Che cosa gli direbbero i suoi occhi? S'egli potesse trovare il coraggio di fissarli capirebbe subito ci che era accaduto, di che natura fosse il cambiamento avvenuto in lei dopo aver letto ci ch'egli aveva lasciato nella cassetta. Poich Viviana non aveva avuto tempo di prepararsi, anche se fosse stata capace di qualsiasi preparazione, per il suo ritorno; Viviana non sapeva ch'egli avesse lasciato l'Inghilterra: doveva supporre che vi si trovasse ancora, che egli avesse personalmente mandato l'ultimo telegramma da lei ricevuto, il telegramma ch'egli aveva invece pregato Bob Herries di fargli dopo la sua partenza. Quel telegramma doveva esserle pervenuto il giorno innanzi; e allora ella doveva avere aperta la cassetta....
Pure poteva darsi che si fosse trattenuta dall'aprirla. Il cuore di Clive, pusillanime cuore, balz a quel pensiero poich egli era, era sempre stato un codardo nel suo grande amore per Viviana. Egli aveva sempre amato troppo per osare di esser coraggioso; e bench finalmente avesse ceduto a una specie d'imperiosa necessit che ora lo spingeva a esser sincero, mentre saliva in carrozza lungo la costa, accompagnato dal tintinnio delle sonagliere dei cavalli, capiva di essere ancora un codardo. S'ella avesse indugiato a leggere la verit egli sapeva come lo avrebbe accolto all'arrivo; gli pareva di vederle brillare gli occhi per la gioia della sorpresa: in quel momento ella avrebbe dimenticato il malessere che, come un serpeggiamento di non compresa tragedia, aveva oscurato gli ultimi giorni da loro passati insieme nella villa.
Ma certo ella doveva avere aperto la cassetta e letto il manoscritto. Il telegramma ch'egli aveva ricevuto da lei aveva dimostrato la sua ansia di aprire la cassetta chiusa a chiave. Si ricordava le parole: "Pregovi lasciarmi adoprare chiave". No, no, non v'era pericolo che avesse indugiato; non aveva indugiato: ora ella sapeva dicerto.
Intanto i cavalli salivano la collina. Clive fu assalito dallo sgomento: si avvicinava alla casa bianca. Vedeva gli alberi che coronavano la sommit su cui essa si ergeva e che si stendevano fin sulla collina che si alzava a picco al di l di essa. In pochi minuti sarebbero visibili il bastione di pietra, le sabbie della spiaggia, il promontorio, il faro, tutto lo scenario familiare. Poteva darsi che Viviana fosse in giardino: spesso ella vi stava seduta verso sera. Avrebbe potuto sentire i bubboli dei cavalli; forse si sarebbe affacciata alla terrazza sul mare.
Cocchiere! Fermate, fermate!
Il vetturino tir le briglie e si rigir.
Mossi?
Clive apr lo sportello della carrozza.
Voglio andar su a piedi. Proseguite coi bagagli. Arriver a casa quasi quando voi. Scaricate, e aspettatemi lass, per piacere.
Va bene, mossi.
Clive era gi sceso nella strada polverosa. Richiuse lo sportello; il cocchiere fece schioccare la frusta e prosegu.
Clive aspett che la carrozza fosse sparita in una svoltata della strada; udiva ancora le sonagliere dei cavalli; a poco a poco, il loro suono diminu, divenne soltanto un lieve tintinnio, poi svan completamente.
Non v'era nessuno l, e ora che anche i bubboli tacevano, un'improvvisa solitudine sembr piombare su Clive e avvolgerlo. Egli udiva lo sciacquio del mare, placido eppur grave sulla riva sottostante. Lo ascolt un momento, contando meccanicamente le piccole ondate che andavano a frangersi. Spinse lo sguardo attraverso il mare; guard le colline e gli alberi tranquilli, poi la strada deserta, polverosa in quella giornata calda e asciutta, la quale seguiva il serpeggiamento della riva. E un senso d'irrealt lo pervase: si sentiva piccolo e meschino nel mezzo dell'immensit.
"Che importanza ho io, e la mia angoscia mortale, e il mio terrore del futuro?" disse fra s.
E ripercorse rapidamente la sua vita sin dal principio della guerra: era stata una vita di perpetua irrequietezza, di sofferenze fisiche e mentali, di violento sforzo morale e di violente reazioni. Come migliaia di altri uomini aveva pagato le grandi giornate epiche con consecutivi abbattimenti. Come i suoi compagni, i suoi fratelli d'armi, aveva toccato incommensurabili altezze ed era ripiombato in profondit altrettanto incommensurabili. E ora si trovava solo su quella strada affricana, sotto il caldo cielo turchino, e in lui sembrava concentrarsi ogni terrore; e il mondo si era ristretto alle dimensioni di pochi acri di giardino contenente una casetta bianca; e l'anima di quel mondo alla divina scintilla che avvivava una fanciulla inglese.
Ma egli si sentiva piccolo, meschino, senza darsene addirittura pensiero; e guardando la terra, il mare, il firmamento, torn a dire fra s:
"Che cosa importa ci?"
Egli gustava la grande solitudine della natura in quel recondito angolo del mondo. Un giorno o l'altro, fra breve, la natura lo prenderebbe. La terra che aveva accolto tanti uomini dotati di una bell'anima e provvisti di un corpo, tanti uomini, e ci che v'era d'animalesco in loro, da lui conosciuti, riceverebbe lui pure. E tutto sarebbe finito per lui.... quaggi. E le miti ondate verrebbero sempre a frangersi su quella spiaggia solitaria, sotto il giardino che si arrampica sull'altura e sotto la bianca casa sul mare. Che cosa importava? Qualunque cosa dovesse avvenire avrebbe durato ben poco tempo; e quel pensiero, quella cognizione, lo rianimarono. Si ricompose, si eresse, atteggi le labbra al sorriso, e cominci a salir la collina, camminando lesto. Ma quando si avvicin al ciglio della collina dove la strada piegava e si presentava alla vista il giardino della villa, egli fu ripreso dall'esitazione, e nonostante il convincimento della sua piccolezza, nonostante i suoi reiterati: "Che cosa importa?", nonostante la sua comprensione della brevit del tempo che gli rimarrebbe per godere o soffrire, egli sent ci che ciascun uomo preso dal dubbio deve provare: parve che in lui vi fosse tutta l'umanit, come se ci che accadeva a lui fosse d'importanza universale. Ed egli durava fatica a spingersi innanzi; ma si sforz; ed ecco ch'era gi sul poggetto e vedeva sotto di s le rocce e il mare azzurro che le lambiva, il bastione ora allegro per i gerani di vivaci colori, le sabbie con la capanna dei bagni della "Villa del Sole", i pini al disopra del basso muro della terrazza sul mare, la stanza solitaria in cui egli aveva tanto sofferto, in cui aveva fatto leggere a Viviana la verit.
Adesso si avvicinava a lei; probabilmente ella aveva gi udito la carrozza, probabilmente sapeva gi del suo inaspettato ritorno. Clive sent una specie di angosciosa eccitazione, mista di paura e di desiderio: ma egli comprese che prevaleva la paura. Era una cosa tremenda amar cos e aver paura della persona amata. Egli guard di straforo il muro basso alla sommit del bastione: poteva darsi ch'ella fosse l nella terrazza sul mare; o poteva essere scesa pi gi in giardino, sapendolo per la strada. Ma nessun volto si abbass su lui; nessun passo si fece udire: ed egli and innanzi lentamente sino a che non giunse al cancello del viale carrozzabile.
L si ferm di nuovo. Il cancello era spalancato; Clive poteva vedere l'interno del giardino. Ora Viviana doveva saper proprio del suo arrivo, se per altro non si fosse trovata fuori a passeggiare. Che fosse andata sulla spiaggia? Era caldo, e un tempo veramente bello: poteva darsi che fosse andata a fare il bagno; altrimenti....
S'inoltr fino al punto della salita da cui si poteva bene scorger la riva e il suo sguardo scese sulla sabbia. Vedeva benissimo la capanna dei bagni addetta alla "Villa del Sole": pareva deserta, ma il suo occhio non riusciva a penetrare fin dentro la veranda. Pi l v'erano parecchie persone sulla sabbia: alcune camminavano, altre sedevano proprio all'orlo della spiaggia. V'era un uomo che caricava la rena su un carro tirato da due muli; alcuni bambini si baloccavano; v'era anche gente che si bagnava, ma parecchio pi in l; minuscole figurine, o punti neri in lontananza. Il mare era turchino, il cielo chiaro e fulgido: tutta la scena suggeriva a Clive qualche cosa di remoto, di placido, di scevro di tutte le cure che dalla guerra sembrano gravare sull'Europa come catene. Ma egli non poteva perdersi nel sogno affricano; anzi era addirittura staccato da esso. Era solo, come isolato, in quella bellezza e in quella pace; e bench facesse un grande sforzo morale, un grave terrore incombeva su lui.
Viviana non era laggi; di questo era sicuro: ella doveva dunque essere in casa o in giardino. Non gli era andata incontro sebbene a quest'ora dovesse sapere del suo arrivo: certo era in casa ad aspettarlo.
Riprese il viale carrozzabile e s'avvi lentamente fra i pini verso la casa che sotto i raggi del sole pareva di smagliante bianchezza. Il viale faceva una curva; egli segu la curva e giunse allo spiazzato dinanzi alla porta della villa. Fermo dinanzi alla porta d'ingresso v'era il land; era gi stato vuotato e il bagaglio si trovava ora dicerto in casa. Il cocchiere maltese stava presso i cavalli discorrendo con Bakir ben Yahia, che teneva in mano un fiore rosso, e pareva, al solito, mezzo addormentato e apatico. A quanto sembrava, l'inaspettato arrivo del suo padrone non gli aveva fatto n caldo n freddo. I suoi occhi pesanti erano socchiusi e l'insieme del suo personale smilzo e la faccia molto bruna esprimevano languore e una placida indifferenza per gl'inaspettati eventi della vita. Mentre Clive gli rivolgeva un'occhiata egli pensava:
"Se almeno avessi un po' del fatalismo di costui per sorreggermi."
Invece non ne aveva affatto e sapeva che non ne avrebbe mai.
Il cocchiere maltese si volt, e Bakir abbozz un pallido sorriso.
Buona sera, signore, disse in francese con la sua voce impastoiata, rigirando lentamente il fiore rosso fra le dita brune.
Buona sera, Bakir, rispose Clive.
Segu un silenzio; nessun rumore usciva dalla casa; nessuna figura comparve in giardino per dare il bentornato al viaggiatore.
Quanto dovete avere? domand Clive al vetturino.
Udita la risposta, Clive trasse dal borsellino il denaro richiestogli aggiungendovi una discreta mancia.
Il cocchiere torn a cassetta, agit le redini, fece schioccare la lunga frusta attraverso il dorso dei cavalli che subito si mossero. Le sonagliere ricominciarono a tintinnare allegramente, poi il loro suono si fece pi fioco e, oltrepassato i pini si spense nel silenzio. Clive e Bakir rimasero soli dinanzi alla porta di casa.
Clive guard Bakir, e il cabilo guard lui placidamente, poi alz il fiore scarlatto e l'odor. Nessun rumore usciva dalla casa; ma si udiva debolmente la voce del mare e il fruscio delle chiome dei pini mosse da un lieve venticello.
 stato portato su il mio bagaglio? disse Clive.
S, signore, rispose Bakir.
Clive fece un movimento verso la porta d'ingresso, poi si ferm.
 in casa la signora? domand.
No, signore.
 in giardino? Vorrei....
Ma Bakir lo interruppe placidamente con un secondo "No, signore".
La signora non  in giardino?
No, signore; la signora non  pi qui.
Che cosa? Che cosa intendete dire? grid Clive.
Non si avvedeva di alzare a quel modo la voce, e soggiunse concitatamente, in tono quasi minaccioso:
Dov' la signora? Ditemelo subito.
Ma Bakir non parve nemmeno accorgersene e rispose pacatamente come era solito:
La signora  partita, signore.
Partita? Per dove?
Non lo so, signore.
Quando  andata via?
Stamattina presto, signore. La notte scorsa vegli sino a ora tardissima laggi nella stanza sul mare. Quando ritorn io dormivo; ma lei mi svegli e mi disse di andare stamattina prestissimo in citt a prendere una carrozza. E verso le sette la carrozza era qui.
Si ferm e odor di nuovo il fiore. Clive lo prese per le spalle.
Continuate, continuate subito.
La signora aveva gi fatto il baule. Ha lasciato una mancia a me, alla cameriera e alla cuoca, e se n' andata via in carrozza.
Ma dov' andata? Dove ha detto che andava?
Non lo so, signore. La signora non ha detto nulla:  montata in carrozza ed  andata via.
E voi non siete stato in citt per.... Non avete cercato di sapere?
No, signore; sono stato qui tutto il giorno in giardino.
Le mani di Clive si staccarono dalle esili spalle del cabilo. Dopo esser rimasto un momento a guardare come trasognato il bruno viso placido, gli occhi imbambolati, la mano che teneva il fiore rosso, senza dir altro, entr in casa. Egli percorse rapidamente varie stanze; in cucina trov la cuoca e le domand se la signora aveva detto nulla quando era andata via. La donna rispose di no era un'algerina-francese, piccola, mingherlina con gli occhi scurissimi e i capelli lisci e morbidi; pareva buona ma astuta: non v'era da farle domande su Viviana. E allora egli si volse e usc di cucina senza dir altro. Dopo aver finito di girar per la casa, pass per la scala esterna nel padiglione dov'erano le camere in cui Viviana e lui avevano dormito; quando fu in cima alla scala si avvide che le mani e le gambe gli tremavano. Rimase fermo nella saletta che separava le due camere: l, proprio l, cominciava a farglisi chiaro che era rimasto solo. Udiva il lontano sciacquio del mare, il lieve fruscio delle chiome dei pini: ma a lui sembrava di ascoltare un tremendo silenzio, un silenzio che sino allora egli non aveva mai concepito.
Dopo avere aspettato un momento, egli apr l'uscio della camera di Viviana e vi entr. Tutto era in perfetto ordine: il letto era rifatto e v'era stesa una coperta orientale; la finestra era spalancata, e la stanza piena di luce e di aria marina. Ma vi mancavano tutti gli oggettini di cui Viviana l'aveva abbellita. Pareva una stanza che non fosse stata ancora occupata, che fosse invece pronta per ricevere un ospite non ancora giunto. Clive cerc dappertutto; non trov nulla: nessuna lettera era stata lasciata per lui. And in camera sua; poi scese in giardino e s'inoltr sino alla stanza in fondo alla terrazza che dava sul mare. La cassetta della scrivania era chiusa, ma non a chiave: la chiave era infilata nella toppa. Egli tir a s la cassetta: il suo manoscritto non v'era pi; e neppure v'era alcuna lettera per lui. Viviana se n'era dicerto andata senza lasciare alcun messaggio.
Clive usc dalla stanza e gir per il giardino: senza sapere perch, ne frug ogni angolo, ogni recesso. Finalmente si trov sotto i ventagli delle palme della "Piccola Affrica" sulla sabbia chiazzata di sole e d'ombra.
Viviana se n'era andata; egli era solo: la verit l'aveva fatta fuggire. Pareva a Clive che la Vita si fosse schiantata come una canna, piegata da una mano furibonda. Egli udiva come schioccare i ventagli delle palme sul suo capo. In distanza la casa brillava, smagliantemente bianca, nel verde; laggi sulla rena, dinanzi al mare turchino, scherzavano alcuni fanciulli. Dei nuotatori fendevano le onde azzurre sotto l'azzurro del cielo: eppure la Vita, la Vita s'era schiantata.
Che cosa poteva egli fare? Un'orrenda immensit vuota si stendeva dinanzi a lui; egli vedeva lunghe processioni di ore vacue, nonch di giorni, di notti, di settimane, di mesi, di anni. La sua strana madre era morta e Viviana era fuggita lontano da lui. Sin dal suo processo la sua vita era stata collegata con quella di due donne: sua madre e Viviana, poich il piccolo Clive era stato sulla terra per cos breve tempo: ed ora ogni umana compagnia s'era distaccata da lui. Non giungeva nemmeno a raccapezzarsi bene sul suo stato: gli sembrava incredibile. Che fare? Che fare? Il suo istinto gli suggeriva di bandire l'orrore della solitudine merc l'azione: ma che cosa, che cosa poteva fare?
A un tratto gli ritorn in mente l'ometto gialliccio: esso aveva veduto Viviana quella mattina stessa.
Due o tre minuti dopo Clive percorreva la strada costiera per recarsi a Sidi-Barka.
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CAPITOLO 16.
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Era gi sera quando Clive giunse in citt, e sapendo che le occupazioni della giornata dovevano esser finite, and a cercare il console a casa sperando di trovarvelo. Ma la grassa ebrea col cappuccetto a punta che rispose alla sua scampanellata, lo inform che il signor console era fuori; uscito dal Consolato e venuto a casa, era ritornato quasi subito via per andare a prendere il suo aperitivo al caff Foch. No, non tornerebbe a casa per il pranzo: il signor console era abbonato ai pasti del ristorante Foch. Clive domand dove fosse quel decantato locale e ricev dall'ebrea esaurienti informazioni rese anche pi precise dalla speranza d'una mancia. La mancia fu debitamente accordata e Clive scese le scale polverose e strette e s'avvi lentamente verso la piazza ombreggiata dalle palme dove le pi ragguardevoli persone di Sidi-Barka si riunivano la sera a prender aria.
Egli trov affollata quell'area rettangolare. In un padiglione sotto le palme una banda reggimentale sonava una fantasia dell'Aida a un uditorio seduto su panchine e su seggioline verdi. Ragazzi arabi e negri correvano qua e l offrendo ai radunati di spolverar loro le scarpe. Venditrici di fiori e di limonate attraevano sulla loro merce l'attenzione in modo non incerto. Alcuni marinai del porto girellavano sbarrando a quel tramestio della vita di terra gli occhi abituati al mare. Famiglie francesi e italiane camminavano in su e in gi lentamente prestando l'orecchio un po' alla musica, un po' alle conversazioni. Dinanzi ai caff la gente si affollava a sorbir caff, a bere limonate, siroppi, liquori, sedendo dinanzi ai tavolini di zinco col piano di marmo chiazzato. Molti arabi formavano cerchio dinanzi alle loro tazzine di caff contemplando con occhi gravi e fissi lo spettacolo della piazza, e di tanto in tanto scambiando qualche placida parola coperta dallo strepito degli strumenti d'ottone impugnati dagli zuavi.
Ma l'affollamento maggiore era dinanzi al caff Foch e nel centro di esso sedeva il signor Beake, col suo panama in capo e una giacca di alpag bianco, fumando una spavalda pipa inglese e sorbendo col cannello di paglia un roseo miscuglio di siroppo di fragole, kirsch, acqua di seltz e ghiaccio triturato, per prepararsi al pranzo che lo aspettava nel grande salone color carnicino a tergo del caff.
In quel momento egli era solo, bench conoscesse, personalmente o di vista, la maggior parte delle persone sedute attorno a lui. Egli beveva, fumava, ascoltava la musica, guardava coi suoi occhietti stanchi ma ancora acuti la gente che passava, pensando: "Ma quanto tempo sar ancor destinato a veder sempre queste stesse cose?" Era proprio stufo di quella vita, stanco di quella solitudine, non ne poteva pi dell'Affrica del nord in generale e di Sidi-Barka in particolare. Tutto era tanto polveroso e uggioso l. Non aveva in quella citt neanche un amico: quali prospettive v'erano mai per lui? Desinare alla trattoria Foch e poi andarsene a casa nel suo solitario quartierino. (La serva ebrea dormiva fuori.) Poteva recarsi prima a un cinematografo o passar dal Circolo e fare una partita a biliardo con un abbronzato negoziante di vino o un possidente, o se fosse possibile, con qualche ufficiale degli zuavi o dei cacciatori d'Affrica, oppure andar subito a letto sotto il riparo di uno zanzariere tutt'altro che candido, come preludio a un'altra giornata d'ufficio: perch che cos'era il Consolato se non un ufficio?
Non era quella una vita molto confacente a un inglese attempato e solo; e il signor Beake in quel momento compiangeva per l'appunto se stesso; ma a un tratto quel compianto svan alla vista di una persona.
Egli vedeva Clive Baratrie avanzarsi sotto le palme e frugar con lo sguardo fra i crocchi riuniti nel caff Foch; il suo viso pallidissimo lo diceva assorto in qualche grave pensiero: pure si vedeva ch'egli cercava qualcuno, e mentre il console fantasticava chi potesse essere oggetto delle sue ricerche, gli occhi di Clive caddero su lui e allora il console subito cap.
Per Giove! Cerca di me.
Dopo un momento Clive gli si accost.
Buona sera, disse il signor Beake.
Permettete una parola? domand Clive.
Dite pure. Che cosa desiderate?
Qui non posso parlare, replic Clive.
Non vorreste?...
Che cosa?
Intendevo dire: non vi sentireste di mettervi a sedere e prendere una bibita con me?
Una bibita? Sono venuto per parlarvi di mia moglie.
Il signor Beake si alz. Dunque stava per sapere....
Son conosciuto qui, disse. Pagher dopo: dove desiderate andare?
In qualunque posto fuori di qui. Gi verso il mare, se volete.
Va bene, va bene.
Sgusciarono fra i tavolini e i molti avventori del caff Foch, si aprirono un varco fra la gente affollata sulla piazza, passarono sotto le palme dinanzi alla banda che ora taceva per qualche momento, rasentarono il posteggio delle carrozze che aspettavano di esser chiamate, attraversarono una larga strada e finalmente giunsero alla riva ora quasi deserta. Durante quella camminata fatta a fianco l'uno dell'altro nessuno dei due pronunzi una parola.
Allora Clive si ferm all'ombra d'una baracca gi chiusa.
Dov' mia moglie? disse ponendosi difaccia al console.
Io non lo so, replic il signor Beake.
Quando dianzi ho parlato con voi sulla banchina vi era noto che fosse andata via?
Veramente non saprei....  molto difficile dire....
Fatemi il piacere, parlate: bisogna che raccapezzi che cosa  successo. Mia moglie non sapeva ch'io tornavo oggi: mi credeva ancora in Inghilterra.
Pensavo anch'io che non dovesse saperlo.
Perfettamente: non lo sapeva. Era sola; secondo me dev'essersi annoiata alla villa senza me; nulla di pi naturale che sia andata a fare una giterella per passare il tempo. Ma siccome son tornato, ho bisogno di sapere dove possa essere andata.
Sicuro, sicuro! disse il console. Qualunque marito desidererebbe....
E siccome mi avete detto di averla veduta oggi, son venuto da voi.
Capisco benissimo; ma posso dirvi, in parola d'onore, che non so dove sia andata.
Abbiate pazienza, ditemi dove l'avete veduta.
L'ho veduta alla stazione.
Le avete parlato? Ma sicuro che le avete parlato.
No, no, non le ho parlato.
Come no?
Il signor Beake sentiva che avrebbe dovuto opporsi a quel brusco interrogatorio fatto da un uomo ch'egli conosceva appena; ma qualche cosa gl'impediva di risentirsi, lo rendeva incapace di protestare, incapace di chiamare in suo aiuto la dignit professionale, la freddezza ufficiale. La viva, divoratrice ansiet ch'egli leggeva in quell'essere umano fuori di s trovava in lui corrispondenza sino alla piet.
Come no? egli ripet. Non le ho parlato perch non ho creduto bene di farlo.
E per qual ragione?
Perch.... perch la signora Ormeley....
Baratrie! interruppe recisamente Clive.
Volevo dir Baratrie, balbett il console, ma ormai sono avvezzo a dire Ormeley.
Lo so, lo so.
Dunque la signora Baratrie pareva molto preoccupata, e non mi  piaciuto di rivolgerle la parola.
Tacquero ambedue, poi Clive disse:
Avete veduto partire mia moglie?
No.
Che cosa faceva alla stazione?
Secondo me aspettava un treno: aveva con s il bagaglio. Io mi trovavo l per caso per lo svincolo di un bagaglio, e non avevo ragione di trattenermi; e mi pareva un'indelicatezza indagare....
Gi, gi....
Quel Baratrie era un uomo rude, forse anche qualche cosa pi che rude. Il signor Beake avrebbe voluto esser pi sostenuto con lui; ma intanto Clive gli rivolgeva un'altra brusca domanda:
A che ora l'avete vista?
Stamattina, fra le nove e le dieci.
Che treni partivano a quell'ora?
Subito dopo le dieci vi sono di passaggio due treni.
E dove vanno?
Uno va a Duvivier e trova la coincidenza con quello che va da Costantina a Tunisi.
E l'altro?
L'altro  un treno locale che....
Grazie tante: sicch non sapete altro?
Nient'altro, disse Beake, riprendendo la sua sostenutezza.
Mi rincresce tanto di avervi disturbato, tolto dal caff a questo modo; scusatemi dunque: capirete che sono un po' ansioso riguardo a mia moglie. Ora ander alla stazione e sentir per dove ha preso il biglietto. Arrivederci.
E cos il signor Beake si trov solo sulla banchina, fra la polvere del carbone presso i magazzini di deposito chiusi e deserti, fantasticando su quel che potesse essere avvenuto fra quella coppia della "Villa del Sole"; certo qualche cosa di molto serio e devastatore; di questo era sicuro: il viso della signora Baratrie e specialmente i suoi occhi glielo avevano rivelato. Aveva detto a Clive di aver veduto sua moglie come preoccupata e mesta, ma anche mentre pronunziava quelle parole si era accorto quanto esse malamente descrivessero lo stato di lei, perch i suoi occhi lo avevano addirittura spaventato: gli era sembrato perfino che lo minacciassero, gli avevano tolto la possibilit di parlare; e ora lo assillavano.
Ritorn solo al caff Foch in uno stato di depressione, molto pensoso. La curiosit lo pungeva ancora: come poteva essere altrimenti? Ma un senso che quasi poteva dirsi di sacro terrore si mesceva alla sua curiosit: gli pareva di essersi trovato quel giorno molto vicino a una tremenda catastrofe umana.
Frattanto Clive s'incamminava rapidamente alla stazione che era fuori della citt e piuttosto distante. Quando vi giunse era proprio buio ed egli si accrse che si avvicinava la notte. Ora dovrebbe ritornarsene alla solitaria casa sul mare; ne troverebbe tutte le porte spalancate, ma nessuno ad aspettarlo. Viviana voleva dir Vita per lui; senza di lei non esisteva Vita; e ora ella se n'era andata. Egli non aveva considerato ancor freddamente quel fatto; ma, come qualche malattia interna del corpo umano, la cognizione che esso era in lui, lo seguiva dovunque andasse. Mentre egli entrava in quella stazione trasandata, ora quasi deserta, lo sentiva come un uomo pu sentire lo spasimo di una ferita o la sorda trafitta di un cancro che pu portarlo alla morte.
Gli si avvicin un facchino arabo. Clive chiese del capostazione e fu introdotto in una stanzuccia buia e caldissima, piena di mosche sonnacchiose, dove un uomo che ostentava un aspetto marziale, basso e massiccio, con due lunghi baffi a punta affilata, domand che cosa desiderasse.
Clive disse a quel signore ch'egli abitava la "Villa del Sole", era ritornato quel giorno dall'Inghilterra, e aveva trovato che sua moglie, la quale, si affrett ad aggiungere, non lo aspettava, aveva lasciato Sidi-Barka probabilmente per ingannare con una giterella la noia dell'attesa. Siccome egli era ansioso di mettersi subito in comunicazione con lei, era venuto a informarsi se per caso potevano dirgli alla stazione per dove le avevano fatto il biglietto.
Mentre parlava, Clive not un'espressione tutta maschile e visibilmente satirica sulla faccia del capostazione. S, il capostazione aveva veduto quella mattina la signora; sapeva ch'ella aveva preso il biglietto per Duvivier: era tutto quello che poteva dirgli. A Duvivier v'era la coincidenza per andare ad Algeri, per la via di Costantina, oppure a Philippeville o a Tunisi. Certo non era probabile si fosse trattenuta a Duvivier che non offriva proprio nessun divertimento o svago. No, no!
Si tir i baffoni con le dita tozze delle grasse mani, e guard Clive con gli occhi sbarrati e col solito risolino sarcastico. A quanto pareva provava gusto di quell'episodio di un marito che ritorna inaspettatamente e non trova pi sotto il tetto coniugale la moglie, forse andata in cerca di qualche avventura extra coniugale.
La signora era sola quando  partita! fu cos cortese di aggiungere come chiusa dei suoi ragguagli.
Clive lo ringrazi con sostenutezza e usc dalla stazione; mentre ascoltava le informazioni pensava che ogni tentativo di raggiunger Viviana sarebbe inutile. Viviana lo aveva voluto lasciare: era quello il solo fatto che veramente fosse per lui d'importanza vitale; se cercava di rintracciarla, se la ritrovava, nulla sarebbe cambiato: il fatto della sua partenza gli diceva bastantemente ci ch'egli aveva bisogno di sapere.
Dalla stazione alla "Villa del Sole" il tragitto era piuttosto lungo. La nottata si annunziava caldissima, afosa; ma a Clive non pass nemmeno per la mente di prendere una carrozza. Camminava senza nemmeno accorgersene; giunto al posteggio delle carrozze prosegu per la sua strada: sembrava davvero che non fosse affatto conscio di camminare n che per andare alla villa potesse esservi altro modo che salirvi a piedi. Procedeva lentamente, meccanicamente, lungo la banchina, oltrepassando poi i magazzini di deposito, le capanne indigene, le baracche e le tende dinanzi alle quali la popolazione marinara e certi enigmatici uomini d'apparenza equivoca che non si sa come vivano in tutti i porti del Mediterraneo, cercavano a vil prezzo piaceri corporali, senza ch'egli si accorgesse di voci, di movimenti, di lumi, dello sguardo di occhi curiosi, del suono di qualche passo; era insomma addirittura estraneo alla vita.
Fu riportato alla coscienza delle cose usuali da un odore; doveva giungere a lui da qualche scoglio, probabilmente coperto di alghe, alla sua destra: era l'odore del mare, con la sua fragranza fresca e primitiva, con la salsedine che non inganna. Allora egli cap bruscamente di trovarsi nella solitudine, di essere stato fra la gente, allora cap che era notte, allora cap che il suo passo per qualche tempo s'era meccanicamente rivolto verso un'abitazione che per lui non aveva ora maggior significato del polveroso quartierino del console al terzo piano nella citt da cui usciva adesso. Ora si sarebbe recato a quella casa e vi sarebbe entrato perch.... ebbene semplicemente perch non v'era altro da fare, perch doveva abitare in qualche luogo e quella villa era gi da lui pagata, e per il momento gli apparteneva. Ma con la sua partenza una donna lo aveva lasciato vuoto, lo aveva privato di ogni suo valore: forse esso custodiva delle memorie, ma egli non avrebbe mai osato evocarle.
Ora si sentiva stanco, stanchissimo. Dinanzi a lui la strada saliva, e gli sembrava di non poter trovare in s il coraggio di continuare ad ascenderla, erta com'era. Aveva camminato per troppo tempo faticosamente, per irti sentieri; vi aveva lasciato l'ultimo dramma della sua forza: non ne poteva pi. Si mise a sedere su un rialzo di terra sul margine della terra, e si nascose la testa fra le mani.
Il sudore gl'imperlava la faccia e gli grondava fra le dita. Per un momento pens che quell'umore caldo fosse dovuto alle lacrime, cred di aver pianto. Poi cap.... e fu contento. Forse in lui era ancora rimasto qualche cosa del soldato, il senso di vergogna che assale un combattente nel sentirsi abbattuto. Rialz il capo; ud un grido sotto a s, un grido dal mare. Uscivano i pescatori. Egli si alz pesantemente.
Rimase per un momento fermo, incerto; poi si mosse con passo lento e disparve nel buio, andando verso la "Villa del Sole", nascosta tra il folto dei suoi alberi.
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CAPITOLO 17.
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L'impulso che aveva spinto Clive al caff Foch per cercarvi il console, e alla stazione a far delle domande su Viviana, cadde nella "Villa del Sole"; esso era suscitato da un'intensa e febbrile eccitazione che svaniva nella solitudine: era nato da un dubbio latente che non persisteva, che non poteva persistere, poich non era profondamente radicato. Di tanto in tanto qualche cosa in Clive, qualche cosa che derivava dall'eterno inganno che l'uomo vuol fare a se stesso, lottava debolmente per asserirsi, per suscitare nella mente di lui come un dorato pulviscolo di supposizioni; si appropriava nomi familiari quali Buon Senso, Ragione, Conoscenza della Vita, perfino quelli di Desiderio, di Comprensione femminile; gli mormorava all'orecchio di certe possibilit; gli suggeriva il pensiero che Viviana nell'allontanarsi dalla villa potesse essersi affrettata a ritornare in Inghilterra dove doveva supporre si trovasse Clive; che la repentina partenza di lei poteva essere stata provocata da un irrefrenabile desiderio di andare a lui e dirgli che finalmente ella capiva, e che, comprendendo, aveva trovato in s la possibilit di perdonargli non solo l'atto che aveva cagionato la grande tragedia, ma anche il tradimento verso di lei, resultato del suo silenzio; attribuiva, insomma, a Viviana una partenza affrettata dall'amore, la rappresentava a lui anelante di ritrovar suo marito in Inghilterra; gli mormorava che poi alla fine non v'era che da aspettare un poco per saper tutto. Ma il tempo passava, morivano i giorni, e dall'Inghilterra non veniva alcun messaggio: e allora la terribile intuizione dell'uomo, la quale si asserisce spesso nelle grandi crisi e che  come l'istinto di un animale in pericolo, s'impossess di Clive e non lasci in lui pi adito alle illusioni. E quella fredda intuizione seppe, cap che l'allontanamento di Viviana era stata una fuga dal luogo in cui sarebbe presto ritornato l'uomo che aveva scritto la confessione. S, quell'intuizione egli l'aveva avuta sin da principio: l'aveva avuta dal momento in cui la voce impastoiata di Bakir ben Yahia gli aveva detto:
"La signora non  pi qui."
In un momento di pazzia, d'incomprensione e di speranza fondata su di essa e che equivaleva alla pazzia, Clive aveva fatto crollare la sua casa di Vita; e ora si trovava solo sotto le rovine.
Ci che era accaduto lo paralizzava.
L'uomo come tutti gli altri che era in lui, l'uomo che era fratello di tutti gli altri uomini comuni della sua razza, classe, educazione e costumi, legato a loro dall'onda del sangue che scorreva nelle sue e nelle loro vene, capiva che v'erano certe cose ch'egli doveva fare. Egli non le faceva. Viviana era sua moglie, una moglie inglese: se n'era andata via all'improvviso, sola, non solamente in un'estranea terra, ma nel continente nero. Egli avrebbe dovuto andare ad Algeri, a Tunisi, telegrafare ai genitori di lei per informazioni, ricercare se aveva ritirato denari sul suo assegno bancario, tentare di rintracciare dove la corrispondenza avrebbe potuto esserle rispedita. Egli non fece nessuna di queste cose; non poteva farle; la sua volont era paralizzata. Senza dubbio vi pensava: la sua mente era sveglia, ma provava la sua vitalit col proibirgli ogni azione.
Cominciarono a giungere alla "Villa del Sole" lettere per Viviana. Egli le pose in camera di lei, sulla scrivania ch'ella soleva adoprare. L esse rimasero chiuse, coprendosi della polvere dell'Affrica nelle splendide giornate che si succedevano in dorata sequela. Poi nessuna lettera venne pi.
Clive sapeva che l'indirizzo di Viviana in Affrica era noto soltanto alla sua famiglia e che tutte le altre lettere che le giungevano erano impostate dalla gente di casa sua: cap dunque ch'ella doveva avere avvertito i suoi di non trovarsi pi alla "Villa del Sole".
Aveva detto loro anche il resto?
Ci a Clive non importava.
Tutte le noie e i piccoli guai che infastidiscono la maggior parte degli uomini e che si collegano coi piccoli fatti della vita giornaliera non gli davano affatto fastidio. Vi era in lui un vuoto sorprendente: in tutta la sua vita egli non aveva mai per l'innanzi provato nulla di simile: aveva a sua disposizione un tempo che sembrava illimitato; tempo da adoprare, tempo da riempire: lo lasciava scorrere e andarsene come un fluido impalpabile, in cui egli si tuffasse e che per lui non significasse niente. E tante volte fantasticava cupamente come gli uomini si dessero pensiero del Tempo, come si preoccupassero delle ore, dei giorni, delle settimane, dei mesi e degli anni, del perpetuo adattamento della loro vita ai termini del Tempo. La sua indifferenza riguardo a esso era ormai immensa. Ma i passaggi dalla luce alle tenebre significavano qualche cosa per lui, poich non si sentiva nello stesso modo il giorno e la notte. Venne poi un momento in cui la sua indifferenza per il Tempo spar, fu sostituita da un'acuta concentrazione, penosa nella sua acutezza, connessa col Tempo.
Un giorno egli ricev una lettera dall'agente del proprietario della "Villa del Sole", il quale gli ricordava che nella stagione dei bagni dovevano venirci altri inquilini, chiedendogli di fare in modo di lasciarla libera al pi lungo il 30 giugno. Nel ricevere quella lettera Clive sussult penosamente; si accrse poi di non saper pi affatto in che data si fosse e dov domandarne alla cuoca perch Bakir non lo sapeva: erano circa tre settimane ch'egli viveva nella casa sul mare senza Viviana. Fra cinque settimane il fitto della villa scadrebbe ed egli se ne sarebbe dovuto andare.... dove? E che cosa farebbe?
Gli parve di aver ricevuto una crudele percossa che lo fece riscuotere dall'apatia in cui era piombato. Allora subentr in lui l'irrequietezza: era ossessionato dalla paura. Dall'arrivo della lettera dell'agente egli sapeva che, senza esserne veramente conscio, s'era attaccato sino allora a un filo di speranza (gli pareva adesso proprio un filo), alla speranza che forse Viviana ritornerebbe alla "Villa del Sole". Non aveva naturalmente idea dov'ella potesse essere: forse in Inghilterra coi suoi; ma poteva anche darsi che fosse in qualche altra parte dell'Europa. Sapeva per altro che sino adesso se l'era immaginata nell'Affrica settentrionale, forse non molto lontano, forse a portata delle sue ricerche. In ogni modo ella sapeva dove trovar lui se uno scatto del suo cuore la spingesse a ritornare. Se un tale scatto fosse possibile in una donna come lei egli non aveva mai discusso con se medesimo; non sarebbe stato capace di analizzare, di pesare qualsiasi possibilit: ma ora sapeva di essere stato in attesa. E adesso si sentiva atterrito della prospettiva che appariva dinanzi a lui; si sentiva atterrito al pensiero di lasciare la "Villa del Sole". Quando vi era ritornato, sapendo che Viviana se n'era andata, gli era parso che quella casa non gli dicesse nulla; ora gli sembrava che fosse tutto per lui: se la lasciava, l'ultima debole probabilit di riunirsi a Viviana svanirebbe di sicuro ed egli si troverebbe abbandonato a se stesso, in un mondo vacuo, addirittura privo di speranza, di tutto spogliato, nella solitudine.
Eppure dovrebbe andare; e ora il Tempo avrebbe per lui un nuovo e orribile significato: cominci a fissarsi sul Tempo, e la sua rapidit lo agghiacciava. Egli si aggrappava col pensiero alla casa sul mare, vi si aggrappava disperatamente: se dovesse lasciarla sentirebbe mancarsi sotto i piedi l'ultima zolla su cui s'era tanto sforzato di rimaner fermo; a lui non resterebbe che l'abisso: ed egli vedeva se stesso precipitare nell'orrendo tenebrore finale.
E i fulgidi giorni trascorsero con tremenda rapidit. Spuntava l'alba e in un momento si faceva sera. Il sole si alzava nel giardino con le terrazze, ed ecco che rilucevano le brillanti stelle, e Bakir spengeva la luce nella villa, e gli uomini andavano al riposo. Le ore fuggivano; se ne andavano con maligna celerit: a lui sembrava talvolta di udirle galoppare. E contava, contava sempre; un altro giorno se n'era andato, un altro ancora. E l'orrore di una settimana volata via incombeva su lui: eppure bisognava affrontarlo.
Delle cinque settimane una era gi passata, e il nuovo mese, giugno, era implacabile con lui. Giugno sarebbe l'ultimo, l'ultimo mese per lui: dopo giugno la fine! E Clive si trov a fantasticare sui nomi dei mesi, e a domandarsi perch alle divisioni del tempo gli uomini avessero dato nomi; e pensava a luglio come chi pensa a un nemico e si aggrappava disperatamente a giugno come se fosse l'ultimo amico che gli restava.
Ci era grottesco; ma tutto in quel periodo cominciava a sembrar grottesco a Clive, perfino il mare col suo perpetuo moto e mormorio, che non si sapeva che cosa significasse, a che cosa conducesse: perfino i pini che custodivano la casa, costretti a star l, volessero o no. Clive li immaginava furenti contro il Potere che li costringeva a starsene nel luogo dal quale a momenti egli doveva esulare. E quando sospiravano al vento caldo egli notava un'ostilit nelle loro voci. Talvolta egli rimaneva un pezzo a guardare il pino legato col cerchio di ferro e con la catena, e allora vedeva se stesso come una creatura nei ceppi, come un uomo grottesco che, carico di catene, stesse per essere portato a giro in un mondo di uomini grotteschi, da lui offesi e che aspettavano di prendersi una severa vendetta di lui. E poi il pino incatenato si dileguava e lui con esso; e non rimaneva che la forma addormentata di una donna in una camera, con un bicchiere vuoto accanto a s.
Un'altra settimana era trascorsa: Clive divenne disperato come un condannato a morte, e non faceva che misurar le divisioni del tempo. Non gli rimanevano che tre settimane: bisognava far qualche cosa. E risolvette di fare un tentativo: rinnovar cio l'affitto della "Villa del Sole", dare un'ingente somma al possidente algerino di Costantina che doveva venirvi in luglio, se con altri mezzi non poteva mantenerne il possesso. In Costantina v'erano molti ebrei; forse quel signore era ebreo e non rifuggirebbe dall'accettare la somma. E andato in Sidi-Barka Clive ebbe un colloquio con l'agente che gli aveva affittato la villa e gli disse che desiderava prolungarvi il suo soggiorno sino a tempo indefinito.
L'agente rispose che era impossibile: la casa era affittata per quattro mesi cominciando dal primo luglio; Clive insist, offr denaro; offr di compensare colui che doveva essere il nuovo inquilino; giunse perfino a promettere una discreta sommetta all'agente se riusciva a contentarlo. L'agente fu tentato dalla promessa e promise di occuparsi per accomodare le cose: appena avuta una risposta da Costantina ne informerebbe Clive, ma aveva paura ch'egli andasse incontro a una forte spesa, dato che si potesse fare ci ch'egli desiderava, ci che per altro era assai dubbio. Clive lo assicur che avrebbe pagato quel che occorreva essendosi ormai affezionato a quel soggiorno, tanto pi che il clima giovava alla sua salute. Avrebbe proprio desiderato di stabilirsi l e sperava che ci sarebbe possibile. Anche l'agente parve convincersi: farebbe insomma quanto poteva e darebbe una risposta al signor Ormeley appena terminate le trattative col suo cliente di Costantina.
Pass un'altra settimana e poi venne una comunicazione dall'agente. Gli rincresceva tanto, ma a nessun costo il suo cliente voleva ceder la villa. Aveva fatto ogni tentativo per farlo recedere dalla sua risoluzione, ma tutto era stato inutile. Con suo gran dispiacere doveva dunque pregare il signor Ormeley a lasciar libera la villa il 30 giugno.
Appena Clive ebbe letto la lettera dell'agente, scese a Sidi-Barka per discorrer con lui. Questa volta chiese di esser posto in comunicazione diretta con l'algerino per vedere se gli riuscisse di esser pi fortunato dell'agente. Ma l'agente, che era assai stizzito di non poter venire in possesso della sommetta promessagli, non ebbe piacere che Clive mettesse lo zampino nei suoi affari e rifiut di dargli l'indirizzo del cliente: ormai non c'era da tornar pi su quella faccenda; il signore di Costantina stava attaccato al suo diritto: il signor Ormeley doveva lasciar libera la villa il giorno 30.
Olive guard fisso l'agente: era giovane, con un gran naso adunco, un paio di baffettini cresputi e due avidi occhi neri: lo fiss ma non disse niente.
Non c' proprio altro da fare, signore, disse in francese il giovane dopo un momento, dimenandosi inquieto e tormentando il giornale piegato che nascondeva i suoi polsini.
Clive continu a fissarlo.
Ma vi dico, signore....
Il giovane smise di parlare. Il "signor Ormeley" s'era rigirato ed era gi uscito dall'ufficio.
Che occhi! borbott il giovane. Non mi piacciono punto.
Gonfi le sue pallide gote, si avvicin alla finestra e accese una sigaretta; poi cominci a pulirsi le unghie tagliate a punta e aggrott le ciglia.
Clive ritorn alla villa: sapeva ora che bisognava lasciarla fra pochi giorni; calcol: non ne restavano che dodici.
Quella sera dopo pranzo cammin a lungo sulla terrazza sul mare e spesso guard la bianca e polverosa strada maestra che seguiva come un nastro la sponda del mare. Dov'era adesso Viviana? Che cosa faceva? Che cosa pensava? Con chi stava? Chi la vedeva? Chi le parlava? Chi la contemplava? S'era molto allontanata?
Nel cuore della notte egli si trovava ancora presso il muro e fantasticava se ella potesse esser lontano o no. Fece uno sforzo per sgombrar la mente da ogni pensiero, per sentirla libera e comprensiva. Per un gran pezzo rimase immoto presso il muro nella notte calda, aspettando un'impressione, qualche messaggio dall'immensa vastit. Ma niente venne; ed egli se ne and, sal la scala esterna che conduceva in camera sua, vi si chiuse, si coric, cerc di dormire. Il silenzio era profondo; il suo senso di solitudine ugualmente profondo: da quando era ritornato in Affrica, da quando Viviana se n'era andata, egli non aveva pi affatto la sensazione che la donna morta fosse presso a lui, si occupasse della sua vita, si nascondesse fra le ombre della "Piccola Affrica", spiasse nella penombra dei pini. Ora ella sembrava morta; egli la sentiva morta. Sua madre, la donna uccisa, Viviana, tutt'e tre lo avevano lasciato: era solo! Si accrse che sino a quel momento egli non aveva provato la vera solitudine; qualche volta gli era sembrato di averla provata, ma veramente non era stato cos. E ora bisognava andarsene; bisognava che nella sua solitudine egli lasciasse la "Villa del Sole": almeno in quel romitorio gli era possibile di nasconderla, nella casa bianca e fra gli alberi del giardino; e invece, fra pochi giorni, dovrebbe portarla in giro con s e mostrarla alla gente.
Cominci a fare i preparativi per la partenza; avvert la servit che rimaneva libera e fece con essa tutti i conti. Bauli e valige furono riuniti in basso; per tutta la casa Clive ricerc quanti oggettini potessero esservi sparsi, i libri, le fotografie che gli appartenevano. Finalmente scese nella stanza sul mare per toglierne la raccolta di libri che s'era fatti spedire da Londra. Li port via di l e li mise in un baule; poi chiuse la porta della stanza e la serr a chiave: in quella stanza egli aveva lasciato la testimonianza della sua pazzia; in quella stanza s'era compiuta la sua rovina: non vi rimetterebbe pi piede.
Il 28 del mese quasi tutto era stato fatto; gi la casa pareva disabitata: il bagaglio era ammagliato per esser portato via: non v'era da fare che la valigetta a mano.
Mand a ordinare a Sidi-Barka la carrozza che il giorno 30 alle cinque pomeridiane venisse a prender lui e il suo bagaglio.
Dove sarebbe andato non lo sapeva; gli era addirittura indifferente, non gliene importava affatto; ormai per lui tutti i luoghi sarebbero uguali: era inevitabile. Vi sarebbe tempo a decidersi all'ultimo momento; non si sentiva di affaticar la mente a pensarvi.
Verso sera, ma quando c'era ancora una bella luce, egli era seduto in giardino piuttosto distante da casa, coi gomiti sui ginocchi e sorreggendosi con le mani legate, allorch ud fra gli alberi la voce di Bakir che chiamava:
Monsieur! Monsieur!
Egli alz il capo.
Monsieur! Monsieur! ripet la voce.
Clive si alz; un fiotto di sangue gli sal alla testa; rimase l ad aspettare. Bakir continuava a cercarlo, ma era poco lontano: non v'era bisogno di muoversi. Il cabilo era ostinato, nonostante la sua aria assonnata; anche se Clive non si moveva, non rispondeva, Bakir sarebbe riuscito a trovarlo e gli avrebbe detto perch lo cercava.
Egli ud sfrascare, poi camminare con passo strisciante; e, subito dietro, il rumore di un altro passo, e un lieve mormorio di voci: sicch Bakir non era solo.
Tuttavia Clive non si mosse: in quel momento il suo corpo non avrebbe potuto muoversi anche se la sua volont avesse cercato di farlo. Poco lontano dal sedile su cui s'era posto svoltava un viottolo presso un cespuglio di pallide rose gialle. Bakir col suo passo lento si avvicin a quella voltata e vide Clive. Allora si ferm. Dietro a lui doveva esservi qualcuno. Clive guard, tenendosi con tutt'e due le mani i lembi della giacca.
Subito si present alla sua vista il console inglese.
Buon giorno, signor Baratrie.
Clive non disse nulla.
Spero di non recarvi disturbo; spero che.... Fatto sta che sapendo che state per lasciar questo luogo, perch vi scade l'affitto con la fine del mese, mi son permesso di salire a darvi il buon viaggio per.... per il luogo in cui vi piacer andare.
Grazie: siete molto gentile.
Clive si volse al cabilo.
Portate il caff e dei sigari in giardino, Bakir.
S, signore.
Anche whisky e soda.
S, signore.
Anderemo a sedere sullo spiazzato dinanzi al viale delle palme, eh, signor Beake? Mia moglie e io lo chiamavamo la "Piccola Affrica", non so bene perch: fu lei che gli mise quel nome. S, bisogna ch'io sloggi: qui devo lasciar libero domani l'altro.
S'incamminarono verso casa.
Non so nemmen io dove andr; ma ho ancora tempo pi che bastante per decidermi. Eccoci. Accomodatevi su una di codeste seggiole di paglia, ci si sta meglio che nelle altre. E prendete un sigaro. Siete stato proprio gentile a farmi questa visitina, vi sono grato davvero di avere interrotto la mia solitudine; bench io ami la solitudine, sapete: se non l'avessi amata, non avrei preso questa casa: ma mi rincresce poco lasciarla. In un posto o nell'altro....
Sicuro, sicuro.
Il signor Beake accese un sigaro e distolse lo sguardo dal suo ospite: si era proposto di non trattenersi che pochi minuti. Quel Baratrie era proprio un uomo con cui ci si sentiva tremendamente a disagio nonostante la sua ospitalit; e nei suoi occhi v'era qualche cosa che.... insomma, che dava sui nervi.
Le mie valige sono pronte, ud che Clive diceva. Non mi resta che andarmene.
Non voglio abusare del vostro tempo: vi lascio in libert.
No, no; dovete prima prendere il caff: eccolo, guardate. E anche un whisky con soda. Con questo caldo si ha sempre sete.
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CAPITOLO 18.
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Bench il signor Beake intendesse di trattenersi un brevissimo tempo alla villa, erano pi delle sette quando finalmente si alz dalla seggiola di paglia per andarsene. Non che si fosse dileguata in lui l'inquietudine che sempre provava nel trovarsi sotto lo sguardo di quel Baratrie; ma due cose unite insieme, una specie di fascino di curiosit e un avido desiderio di compagnia, e pi specialmente di compagnia di persone inglesi, lo avevano inchiodato nella sua seggiola, sino a che l'educazione non gli sussurr all'orecchio che non poteva trattenersi pi a lungo. Dopo egli rimase sorpreso di se stesso, di avere osato di rimaner l tanto. Ma forse la Sorte, che da anni e anni non gli aveva gettato che scialbi e poco graditi doni, s'era finalmente rabbonita e lo aveva condotto l, in quel giardino, perch egli potesse esser testimonio di uno straordinario evento, di un evento certamente insolito, vibrante di drammaticit. S'egli fosse stato un po' pi pusillanime (non voleva dire pi discreto), se non avesse risolutamente sfidato l'irrequieta impazienza di Baratrie, la sua visibile preoccupazione morbosa e la freddezza addirittura tragica, che si era fatta proprio glaciale mentre egli indugiava ad andarsene, avrebbe perduto lo spettacolo di quel sorprendente incontro che nella sua et matura, piuttosto squallida, gli faceva intravedere un romanzo e gli dava un'idea dell'ardore di passioni nascoste, per l'innanzi a lui ignote.
S'era alzato e stava difaccia al suo ospite volgendo le spalle alla parte del giardino che scendeva verso il mare, quando lo fece sussultare.... qualche cosa.... s, proprio qualche cosa che gli parve un'improvvisa e viva fulgidezza, un lampo che rompesse il buio. Egli non sapeva, non avrebbe mai supposto che un essere umano, e specialmente un inglese, avesse negli occhi tale potere; perch quella luce, quel lampo venivano dal volto di quell'essere straordinario, di quell'enigma umano ch'era Baratrie. In quel momento il console (lo ricordava dopo perch tutto quello che era accaduto quella sera gli era rimasto indelebilmente impresso nella memoria), in quel momento dunque egli stava dicendo a Clive: "Bisogner che me ne vada, vi ho trattenuto anche troppo; ma  tanto raro che io trovi da barattare due parole con persone proprio....", e allora era guizzata quella luce che lo aveva colpito. S, quella luce era proprio sprizzata da Baratrie. E non aveva potuto andare avanti col discorso.
Non capiva affatto che cosa avesse determinato quel portentoso cambiamento nel suo ospite; non aveva udito n veduto nulla: nessuno era uscito di casa, nessun passo era risonato in giardino. Ma gli occhi di Baratrie lo avevano fatto voltare di scatto e guardare verso il mare. Nel giardino ch'egli conosceva benissimo, essendovi stato parecchie volte assai prima che lo scoprissero i Baratrie, c'era un viottolino che dal viale carrozzabile presso il cancello d'ingresso portava a sinistra nel folto del boschetto dei pini gi in fondo al possesso. Dal boschetto di pini quel viottolo saliva serpeggiando sino allo spiazzato in cui stava ora il console con Baratrie; e nel voltarsi, il signor Beake vide in quel viottolo, non molto in gi, fra gli alti e nudi tronchi dei pini, una donna vestita di scuro che s'incamminava lentamente verso la casa alla fioca luce della sera. Per un momento egli non la riconobbe e torn a guardar Baratrie: forse i suoi acuti occhietti fecero una domanda dal loro reticolato di rughe; in ogni modo Baratrie disse:
 mia moglie.
Quelle parole furono dette senza enfasi, in tono naturale, ma il viso di chi le pronunziava rifulgeva ancora.
Vostra.... disse il signor Beake e si ferm.
 mia moglie: aspettavo il suo ritorno: anderemo via insieme dalla villa.
La bugia fu detta con una specie di rude semplicit, e rison come qualche cosa d'inevitabile. Che fortuna vi fosse il console inglese che poteva fare da cuscinetto in quello straordinario momento! Il signor Beake, essendo inglese, afferr quel pensiero balenato nella mente di Clive e finse di credere alla bugia. Ma come era inutile mentire a quel modo con quegli occhi che dicevano tutt'altra cosa!
Sicuro, sicuro, disse tuttavia. Son proprio contento.... davvero contento che....
Poi si volt, bisognava proprio che si voltasse di nuovo.
Pareva che i pini bisbigliassero qualche cosa alla sera, con quelle eterne loro voci; la donna vestita di scuro si avvicinava, saliva lentamente nella luce della sera, a occhi chini, come se, raccolta in se stessa, pensasse o sentisse profondamente. E a un tratto il signor Beake sussult: la Vita, come finalmente egli la sentiva, si apriva dinanzi a lui e gli lasciava veder per la prima volta la sua profondit; ed era diversa da come se l'era figurata: aveva dei colori ch'egli non avrebbe mai immaginato, ombre e luci che non s'aspettava vedervi, belt e terrori di cui non avrebbe mai sognato, sia quando vi si affacciava nella sua prima giovent, sia negli anni successivi, pi cinici, sino ad allora. E quell'uomo che si ergeva accanto a lui e quella donna in brune vesti che si avvicinava, non erano per lui puramente due persone, gente designata con un nome ch'egli conosceva, ma molto pi di ci. Vedeva, o gli sembrava vedere quei due, penetrati nel cuore della Vita come simboli: simboli delle grandi emozioni che talvolta scuotono il mondo facendo rimaner stupefatta l'umanit; creature delle quali cantano i poeti, o a cui i drammaturghi accennano nelle loro produzioni e pi chiaramente esprimono nelle loro composizioni i musicisti. Ed egli sentiva, provandone al tempo stesso pena e un certo compiacimento, poich era uno di quelli che mirano pi alla quiete che alla grandezza, sentiva che in generale alla moltitudine la Vita non mostra le sue pi tremende realt. Per esempio, lui, Beake, non aveva mai saputo ci che sapevano quell'uomo accanto a lui, quella donna che si avvicinava. Il suo romanzo era stata Caterina: la rimpiangeva da quando se n'era andata, ma ella non era stata abbastanza. Ora lo capiva; e capiva quanto poco gli aveva largito la vita. E quanti altri si trovavano nel suo caso! Di solito non erano consci della loro ignoranza del sentimento, della loro ignoranza dell'intelligenza. Sino a quel momento neanche lui aveva capito la propria ignoranza; ma ora la cognizione di essa vibrava in lui; e bench qualche cosa in lui, la parte di lui pi meschina, si congratulasse debolmente con se stessa di avere evitato il soffrire, qualche cos'altro agognava, provava una misteriosa bramosia di certe intensit di sentimento che accompagnano il soffrire. E sotto le sue palpebre grinzose comparve improvvisamente la traccia d'una lacrima, facendolo sussultare, quasi provar terrore, tanto era inaspettata.
La signora Baratrie guard in su e lo vide; ella si ferm tra i pini e i suoi occhi passarono da lui a Clive. Il signor Beake si ricompose e si lev il cappello; fece ancor pi: lasci Clive l fermo e and verso di lei. E allora ella si mosse e prosegu verso il console, ed essi s'incontrarono nel viottolino.
Ben tornata, signora Baratrie! Sentivamo la vostra mancanza.... in.... in Sidi-Barka. Ma purtroppo rimarrete per poco fra noi. Vostro marito.... abbiamo fatto una chiacchieratina insieme oggi, mi diceva che siete costretti a lasciar libera la villa domani l'altro. Me ne rincresce proprio. Non capita spesso che.... Non ho frequentemente il piacere....
Ma perse il filo e non pot continuare. Si sentiva melodrammatico (s, questa era proprio la parola) e poi quella velatura umida persisteva nei suoi occhi. E sapeva che dietro a lui Baratrie aspettava sospeso tra la vita e la morte.
Ora, bisogna proprio ch'io me ne vada, riusc finalmente a dire cercando di sembrar disinvolto.  un bel pezzo che sono qui, sapete. State bene, signora? Spero di s.
Benissimo, grazie.
Finalmente Viviana aveva parlato e ora gli stringeva la mano. E quella stretta egli la sent cordiale come se racchiudesse un po' del cuore di lei. Purtroppo la velatura umida dei suoi occhi si accentu, e vi corse poco non dicesse: "Che il Signore vi benedica", ma si ricompose a tempo e se la cav col balbettare:
Ho proprio piacere, ho proprio piacere!
E ora bisognava tornare indietro dov'era rimasto Baratrie nello spiazzato, fra la casa bianca e la "Piccola Affrica". La signora Baratrie and con lui e si avvicinarono insieme a Clive.
Arrivederci, signor Baratrie: bisogna che scappi. Dicevo appunto a vostra moglie che oggi ho fatto una bella chiacchierata con voi e che il tempo mi era volato senza avvedermene. Arrivederci e tante buone cose.
Gli porse la mano; Clive la prese: guard quegli occhietti sinceri, e con una forte stretta disse soltanto:
Arrivederci, Beake.
Mentre il console scendeva il viale carrozzabile per entrar nella strada maestra, pensava:
"Caterina e io.... non siamo mai stati a quel modo. Non siamo stati mai mai!"
E scosse mestamente il capo. Quando fu nella strada e s'incammin verso Sidi-Barka, col giardino della "Villa del Sole" alla sua destra e il mare sottostante alla sinistra, si sent preso da una profonda tristezza. Possedeva cos poco lui.... nemmeno il soffrire. E quei due che aveva lasciato lass avevano tanto. Egli li invidiava, non poteva farne a meno. S, invidiava la loro sofferenza, che indovinava intensa; e il loro amore che dicerto era grande, molto pi grande di ogni amore ch'egli avesse mai conosciuto. E mentre scendeva la collina gli sembrava che uomini come lui, e donne.... come la sua cara Caterina, non avessero assecondato la loro vocazione in vita: erano stati certo destinati a essere assai pi di quel che non erano riusciti. A certe altezze essi non avevano mai cercato di arrivare, anzi non s'erano nemmeno curati di veder quale luce scendeva da esse su loro, quali colori esse prendevano e serbavano nello scorrer delle ore, l'oro del mattino, il roseo della sera, il cupo paonazzo della notte. Essi si erano tenuti discosti dagli abissi; ma i Baratrie vi erano dicerto penetrati.
Il signor Beake ritorn lentamente in citt, e, ben presto giunse al caff Foch. Un bruno cameriere accorse agli ordini: siroppo di fragole, kirsch, soda e ghiaccio triturato; e il console sorb la miscela con un cannello di paglia mentre la banda sonava una fantasia di Madame Angot.
Cosicch la Vita lo riprendeva di nuovo; ma egli non era pi l'uomo ch'era gi stato, perch aveva (la frase era sua) "capito le cose". Per un momento s'era inalzato e alla sua vista s'erano affacciate le vette.
Quando il rumore dei passi affrettati e un po' a sbalzi del console si fu dileguato fuor del viale carrozzabile della "Villa del Sole", Clive si mosse e si avvicin a Viviana. Ma non os toccarla, n ella tocc lui, e quando finalmente egli le parl non le indirizz un saluto ma le rivolse una domanda:
Come siete venuta? disse.
A piedi dalla stazione.
Ma.... il vostro bagaglio?
 l.
L! Ma dunque voi....
Si ferm: non poteva finir la domanda incominciata.
Lui.... il signor Beake, quando ora ci ha salutato, ci ha chiamati Baratrie. Baratrie! ella disse lentamente.
Io gli avevo fatto capire che desideravo smettesse di chiamarmi Ormeley, replic Clive.
E poi ambedue tacquero. In quel silenzio si udivano stormir le fronde e mormorare il mare.
Vi, disse dopo qualche momento Clive, disperatamente, dove siete stata?
Presso Tunisi; in un paesetto sul mare chiamato Sidi-Bu-Said.
Tutto questo tempo?
S.
Sempre sola?
S.
Perch siete ritornata?
Prima ch'ella potesse rispondere a quell'ultima domanda, Bakir ben Yahia usc lentamente dalla casa per portar via il vassoio con le tazze, il whisky e il sifone. Quando vide la sua padrona si ferm, rimase un momento immobile, poi la guard con solennit e disse:
Bon soir, madame.
Bon soir, Bakir.
Bakir sollev piano piano il vassoio e lo tenne con ambedue le mani sempre guardando Viviana. Pareva considerasse qualche cosa, stesse forse per dir qualche cosa. Finalmente ripet: "Bon soir", si rigir, e camminando lentamente disparve in casa.
Quando se ne fu andato, Clive ripet la domanda: "Perch siete ritornata?" Senza nemmeno accorgersene parlava con voce ferma, quasi rude. Alla sua sensazione di estasi che aveva fatto "capire le cose" al console, era seguito un amaro, perfino terribile senso di sgomento. Non mai prima di allora egli era stato cos tremendamente conscio della netta e crudele separazione che pu esservi fra un essere umano e ogni altro essere umano. Non mai prima egli aveva sentito con tale acuta intensit l'impotenza dell'amore, anche del pi grande e pi esclusivo amore, di far da ponte su quell'abisso da lui scavato. Viviana e lui non rimarrebbero ormai insieme come due estranei? Non erano essi veramente due estranei nonostante tutto quel che la vita aveva fatto per avvincerli, per saldarli insieme? Egli ricordava il suo disperato desiderio di aggrapparsi sempre pi tenacemente a Viviana, l'ardore impaziente col quale aveva lottato per sbarazzarsi di tutto ci che poteva separarli. E ora ella era ritornata, e si trovavano di nuovo soli nel giardino mentre scendeva la notte, e non si erano nemmen toccati le mani, e non sapevano che cosa dire. Ed egli sentiva in s una tremenda timidit: s, quello era in quel momento il suo pensiero dominante: non saper come vincere quella timidit orrenda, devastatrice che lo soggiogava, ch'egli odiava e di cui provava vergogna. Sembrava ch'essa divorasse tutto quel che era in lui, che lo sopraffacesse riducendolo a un'abietta ombra d'uomo. Quella timidit gli dava perfino un tremore, e gli sembrava di mostrarla, come uno scolaretto, negli occhi.
Andiamo altrove, allontaniamoci dalla casa, disse finalmente Viviana. Ho bisogno di discorrer con voi sono tornata per cercar di farvi comprendere.
S, disse lui.
Ma non si mosse, e soggiunse:
Ma il vostro bagaglio  alla stazione.
Non sapevo.... ho creduto bene di venire a parlar con voi se vi avessi trovato qui.
Non sapevate?...
Sapevo che non potevate trattenervi qui pi oltre il trenta. Speravo che voi.... Presentivo insomma che ancora foste qui.
Presentivate? Io cercavo d'indovinare dove foste. La notte rimanevo alzato e cercavo di presentire se eravate ancora in Affrica.... Ma non mi riusciva capirlo.
Non ho mai lasciato l'Affrica.
Vorrei sapere perch.
Intendevo andarmene, ma non potevo. Giunta a Tunisi prenotai un posto su un piroscafo che doveva partire per Genova: sentivo di non potere andare a Marsiglia. Avevamo salpato di l: ma non partii; mi recai invece a Sidi-Bu-Said.
Lo sapete che io ritornai qui lo stesso giorno che voi partiste?
Ah!
Lo guardava, e ora egli la vedeva cambiarsi in volto; le guance di Viviana si soffusero di un lieve rossore e una strana espressione le balen negli occhi, parve sprigionarsi dai suoi occhi; e a Clive quell'espressione sembr di sacro terrore misto a sgomento.
Sicch il venerd voi eravate in mare? ella disse dopo una pausa.
Ma s; il mio bastimento giunse qui di sabato. Feci spedire il mio ultimo telegramma dopo che m'ero gi messo in viaggio.
Io lo sentivo che eravate in mare, disse lei, a voce bassa, malferma. Mi sembrava addirittura impossibile, eppure lo sentivo. La mia mente si rifiutava di crederlo, ma lo sentivo: e voi non lo sentivate ch'io ero ancora in Affrica?
In quel momento Clive parve sollevato dalla timidit che lo paralizzava e ritornar novamente uomo; non con alcun sentimento di superiorit, non con nessuna gioia n orgoglio, ma con un senso di gran sollievo. Fu qualche cosa di maraviglioso che gli restitu la fiducia ch'egli credeva di aver perduto per sempre, e che pur lo rendeva umile: perch in ogni grande sentimento di riconoscenza v' sempre un senso di umilt.
Vi, egli disse.
Ma prima che potesse proseguire ricomparve Bakir, che uscendo di casa and a loro e disse:
Monsieur!
Che c'? domand Clive.
La cuoca vorrebbe sapere se a pranzo c' anche madame.
Clive diede un'occhiata a Viviana, poi rispose con un certo imbarazzo:
Il pranzo sar sufficiente per tutt'e due se la signora rimane.
Lo aveva detto sottovoce in tono indeciso; bisognava rispondere; era tutto quello che sapeva: doveva sbarazzarsi del cabilo.
Allora.... rispose Bakir.
Andate, andate, e ripetetele quello che ho detto! esclam Clive con subitanea asprezza.
Bakir sgran i suoi occhi imbambolati e s'incammin lentamente verso casa.
Perdonatemi! disse Clive quando il domestico se ne fu andato. Non so perch, ma  per me una cosa tanto penosa sentirmi far da un servitore qualche domanda che riguarda voi e me. Mi  parso anche adesso che fossimo due estranei, e figuratevi, Vi, un tal pensiero dopo tutto quello che  accaduto, dopo il vostro grande sacrificio, dopo quel che abbiamo dovuto combattere insieme a Londra, dopo.... dopo il piccolo Clive e la nostra venuta in Affrica! Sarebbe una cosa troppo orribile, troppo spietata se dovessimo rimanere estranei l'uno all'altro.  un pensiero ch'io non posso sopportare: tutto fuori che quello! Ma ci sarebbe la fine per me. Posso averlo meritato, anzi ho meritato pi di quel che non abbia sinora sofferto, assai pi; ma sarebbe per me cosa insopportabile. Non possiamo ritornarci sopra, voi e io, non possiamo dicerto. Se  cos, pu esser cos, allora io dico che tutte quante le relazioni umane non valgono nulla, assolutamente nulla, che il pi grande amore non  che una farsa e una delusione, che non v' possibile alcun legame, nessun verace legame, fra qualsiasi essere umano e un altro, che la vita umana  semplicemente una completa solitudine travestita da una meschina parvenza di essere qualche cosa. Io ricordo che in qualche posto, non ricordo dove,  detto che Dio ha decretato la solitudine sulla terra per ciascuno di noi, poich ci ha riservati per se stesso. Se  cos, allora, non posso farne a meno, ma.... rinnego Dio: sarebbe cosa troppo crudele, e una volont come la mia la respinge.
Se avete codesti sentimenti....
S, li ho.
Allora voi sapete perch io me ne andai.
Egli la guard con occhi sbarrati.
Quando io lessi quei fogli che avevate lasciati, sentii che sino allora vi eravate prefisso di rimaner sempre un estraneo per me. Avevate voluto il mio amore ma mantenendovi sempre un estraneo per me. Non vi pare una cosa tremenda quella che avete fatto?
Clive abbass lo sguardo.
S, disse finalmente.
Credo che fosse questo che mi spinse ad andarmene, sebbene io non fossi capace di raccapezzarmi se era proprio quello. So che il mio cuore era trafitto e che provavo terrore di voi.
Terrore di me?
S, come se foste qualche cosa d'inumano; sentivo in me qualche cosa di simile. E me ne andai.
Ma.... ma siete ritornata.
S; cercai di lasciar l'Affrica; intendevo di andarmene: mi allontanai di qui con l'intenzione di non ritornar pi; ma sentii che non potevo, che non avevo la forza di andare: tutto in me si ribellava a lasciarvi. Mi sembrava che bench aveste deliberato di esser per me un estraneo, io non dovevo esser mai un'estranea per voi.
Ella si mosse.
Che cosa c'? mormor Clive.
Voglio andare nella stanza sul mare.
Perch?
Fu l che quella notte feci la mia lettura; mi pareva che fuori ci fosse lei a spiare mentre leggevo.
Gli occhi di Clive erano adesso pieni di orrore mentre guardava Viviana.
Andiamo; e l vi dir....
Ella si mosse, ed egli le tenne dietro, ma quando furono tra i pini, Clive si ramment di qualche cosa e si ferm.
Ho serrato la porta: bisogna che vada a cercar la chiave.
Vi aspetter sulla terrazza, ella disse.
E vi s'incammin lentamente mentre egli si affrettava ad andare in casa. Quando vi fu ed ebbe trovato la chiave egli and per un momento in camera di Viviana: era vuota e tranquilla; dalle finestre rimaste aperte penetrava il vento marino. Dormirebbe in quella camera Viviana la notte che si avvicinava? Sarebbe possibile? Egli si ricordava del tono della voce di lei allorch aveva detto: "Io sentivo che voi eravate in mare.... e voi non sentivate ch'io ero in Affrica". Quel tono aveva dicerto voluto dire.... Ma egli scacci dalla mente ogni pensiero e usc dalla stanza chiudendo dietro a s la porta. Scese il viottolo tra i pini e giunse al limitare della terrazza; in fondo a essa egli vide Viviana ritta e immota presso il muro della stanza solitaria. Cadeva su lei la luce della sera, una luce quieta e smorta: poich la notte era adesso vicina, bench le sere d'estate fossero lunghe. Mentre egli la guardava, Viviana volse il capo verso di lui.
Era ella sola? V'era l un'altra donna con lei, o presso lei?
Per un momento Clive esit; si mise in ascolto: cerc di penetrarsi degli occulti influssi che ci circondano; ma non ud che il mare, il fruscio delle piante: vide soltanto, sent, rilev che v'era presso la porta una donna con la faccia rivolta verso di lui.
Non v'era nessuno con lei: questo lo sent. Che cosa strana, maravigliosa, vederla ergersi l in fondo! Era quasi ancora sbalordito per la grande sorpresa, era accompagnato da un senso d'irrealt, d'instabilit delle cose; ma egli and verso lei, si un a lei, mise la chiave nella serratura, la gir e apr la porta, poi segu Viviana nella stanza.
Quella stanza aveva un aspetto vuoto, deserto; nulla pi dava idea che fosse stata occupata da loro: era proprio come l'avevano trovata quando erano giunti alla "Villa del Sole". Clive vide gli occhi di Viviana portarsi alla scrivania, che ora era stata spinta proprio al muro.
Perch voleste farmi saper tutto? ella disse.
Era tanto tempo che me lo proponevo! Ma avevo paura. Non so quante volte sia stato in procinto di svelarvi tutto. Dopo un certo tempo che eravamo qui, mi accrsi in modo spaventoso quale barriera fosse una menzogna fra due persone che si amano; mi sembrava che essa s'ingigantisse, vi sospingesse lontano da me. Poi, quando fui in Inghilterra, quando mia madre era moribonda, ella mi disse di dirvi tutto: a lei io non avevo raccontato nulla, ma ella sapeva.
S, deve aver sempre saputo; questa  la spiegazione di ci che sembrava strano in lei, povera mammina, disse Viviana.
Ella si mise a sedere sul divano sotto la finestra che dava sul mare; Clive sed sulla seggiola presso la scrivania: non os mettersi accosto a lei.
Capisco, capisco mammina adesso, riprese Viviana dopo un momento. Era stata per tanto tempo un mistero per me; io fantasticavo tanto su lei: e lei quanto si sar maravigliata di me.
Perch?
Perch io non vedevo ci che vedeva lei; ella amava.... e vedeva: io amavo.... e non vedevo.
Rimase per un momento in silenzio; se ne stava molto quieta: a Clive ella sembrava quasi una nuova Viviana, molto, molto meno fanciulla di quel che si fosse conservata nell'aspetto.
Quanto dovete aver sofferto con me! ella disse quando riprese la parola.
Io? esclam Clive, stupefatto.
S, per la mia continua incomprensione di voi; senza nemmeno accorgermene, senza volerlo, devo avervi chi sa quanto spesso tormentato.
S.... in certo modo.... talvolta soffrivo.
Lo capii dopo essermene andata; a poco a poco capii molte cose. Quando uscii di qui ero impaurita; io ho sempre valutato il coraggio pi di ogni altra virt; ma quella notte, in questa stanza, io fui pusillanime: mi sentivo atterrita di voi in un modo che mi pareva quasi soprannaturale e provavo anche terrore di lei. Per parecchio tempo non mi riusc di alzarmi e di uscire da questa stanza. Era gi notte inoltrata, quando finalmente decisi di andare. Mi sentivo tremendamente sola: non credo in tutta la mia vita di aver mai sentito in quel modo che ero sola. Quando fui uscita sulla terrazza andai in casa di corsa. Svegliai Bakir: dovevo dirgli qualche cosa. Poi cominciai a fare i bauli; sapevo che sarei andata via: dovevo andarmene. Stetti tutta la notte alzata e la mattina lasciai la villa. Presi il treno per Duvivier e l cambiai per Tunisi; il viaggio dur una lunga giornata; non vi giunsi che a mezzanotte. Andai in un piccolo albergo: il giorno dopo presi un biglietto di traversata per Genova; sapevo che a Marsiglia non sarei potuta andare. Salpammo di l.... Si ferm, poi soggiunse:, Salpammo insieme da quel porto alla ricerca dell'"asilo della felicit".
Perdonatemi! Cercate di perdonarmi! egli mormor, sapendo appena che cosa diceva.
Non vi agitate! Non  codesto che.... Si tratta di me. Il bastimento doveva partire il giorno successivo. Io non riuscivo a star calma. L'albergo era rumoroso e affollato: il rumore mi eccitava tremendamente. Presi una carrozza dissi al cocchiere di portarmi un po' a girare, dove voleva, ma in campagna, verso il mare, al mare. Egli mi port a Sidi-Bu-Said;  un villaggio arabo sul mare, difaccia a Cartagine: bello, maravigliosamente bello. Io non ho viaggiato molto, anzi pochissimo, ma  il pi bel luogo che abbia mai veduto. E quel giorno la bellezza voleva dir molto per me, non potrei mai dirvi quanto: in quel momento credo di averne sentito proprio il bisogno: doveva esser cos. Scesi di carrozza e girellai per il villaggio:  tutto arabo; ma maravigliosamente tenuto, e quieto, e pieno d'aria e di sole: la gente poi  garbatissima. Io non ho mai veduto un posto come quello. V' un minareto nell'azzurro, e per la prima volta udii la chiamata alla preghiera. Il muezzin era proprio al disopra di me. E quando lo udii, cominciai a piangere, e capii che non potevo lasciar l'Affrica.... senza di voi. Eppure non credevo che vi avrei mai riveduto: non intendevo di rivedervi: ero piena di contradizioni, mi sentivo tutt'altro che naturale. Ma quel che sapevo era che non sarei partita; e ritornai a Tunisi e disdissi il mio biglietto per Genova, poi mi recai di nuovo a Sidi-Bu-Said.
"Credo che ben pochi vi si trattengano: non v' un albergo, n qualcosa di simile. Ma io trovai due stanze in una casa al limitare del poggetto. Quella casa appartiene a un pittore francese che in quel momento era assente. Un arabo custodiva la casa, e mi ci lasci entrare. Io lo pagai: non so se era in sua facolt albergarmici, non mi confusi a pensarvi: che cosa importava? Quando c' qualche cosa di grande in una vita, nella vita di una donna, tutte le altre cose sono niente. So che gli uomini pensano che le donne si confondano sempre per le inezie, ma fate che qualche cosa di grande occupi una donna e vedrete che quella  tutto, proprio tutto per lei. Non lo credete?
S, egli disse.
In Sidi-Bu-Said cercai di ritrovare la calma: sapevo di essere in uno stato non naturale, anzi proprio anormale. Pareva che tutto in me gridasse; mi sembrava che da me uscissero voci clamorose. Che sensazione tremenda! V'era pace e silenzio, fuori di me, tutto intorno a me: ma in me pareva vi fosse un perpetuo clamore di mille voci. Forse alla gente pazza accade lo stesso. Stavo pochissimo nelle mie stanze: sentivo il bisogno di star fuori quasi tutto il giorno. Sedevo sulla collina e talvolta scendevo sino al mare. Il bey di Tunisi ha in quel luogo un padiglione per il bagno, ma tutto vi  quieto: la stagione delle bagnature non era ancora cominciata. Io solevo camminare e poi mettermi a sedere sola sola per ore e ore, spingendo lo sguardo alle "Porte dell'Affrica": cos chiamavo la veduta che mi si presentava da quella collina: non so nemmen io perch. Ma il paesaggio era cos vasto e cos affricano, non paragonabile a nessun altro che avevo veduto o immaginato prima, con montagne che si protendevano lungo il mare! E io solevo stare a guardare i bastimenti che spuntavano in lontananza; e ricordavo come voi e io eravamo venuti dall'Europa in Affrica per trovar pace e serenit, se si poteva; e mi rammentavo di tutto quel che mi avevate detto dell'Affrica, di quant'altro mi avevate detto; e di tutto il tempo che con me vi eravate mantenuto un estraneo.
"In quei primi giorni vi odiavo. Solevo mettermi a sedere a guardare il mare e vi odiavo. Sentivo che mi avevate fatto un tremendo torto; sentivo che mi avevate insultato col mantenervi estraneo a me; e odiavo me stessa per aver creduto in voi, per esser stata cieca; perch quando guardavo indietro mi sembrava di essere stata cieca, e che spesso voi dovevate esservi stupito della mia cecit e in cuor vostro avermi deriso.
Oh, non dite cos, non dite cos! esclam Clive.
E odiavo anche lei, mi pareva ch'ella avesse contaminato la mia vita, si fosse sollevata dalla tomba per render sozza la mia vita. Sentivo allora la sua volont, quella sua terribile volont. E poi avevo paura di lei; avevo terribili momenti di paura.... paura di voi e di lei. Mi sembravate ancora avvinti, avvinghiati per far del male a me. Vi vedevo insieme, e allora i clamori si facevano ancor pi fieri in me. Credo di essere stata in quei momenti quasi pazza. E di notte vi vedevo sostener lei con un braccio e vedevo un bicchiere nell'altra vostra mano. Poi udivo la folla acclamarvi dopo il verdetto in Londra, e gli evviva mi sembravano accompagnati e anche sopraffatti dalla voce del muezzin che invitava alla preghiera. Allora sentivo che il mondo era frenetico e pieno soltanto di violenza e di menzogne e d'inganni. E tuttavia intorno a me tutto era calmo, serenit e bellezza. Che cosa strana! E su me scendeva il sole! E v'era nel mondo una cosa come la preghiera!
"Cominciai a pregare; mi misi sotto il minareto e pregai. Di notte pregavo: non mi pareva per altro che mi giovasse molto. Ma gli arabi pregavano, e perch non avrei dovuto pregar io? Non osavo dire a me stessa che venisse alcuna risposta, ma il rumore delle voci in me scem. Sin allora mi avevano assordito, avevano assordito il mio cervello: cos almeno mi pareva. E mi pareva che avessero reso sordo anche il mio cuore. Ma un giorno, proprio all'improvviso, mi sentii quieta. Quel giorno ripresi in mano i fogli scritti e lasciati per me: non li avevo pi guardati dopo la lettura fattane nella stanza sul mare. Uscii fuori e andai a sedere sulla collina, un po' lontano dal villaggio, e l rilessi tutto; anzi feci di pi: vissi quelle pagine. Potevo viverle.... potevo viver la vita da voi narrata; ma io vivevo nella parte vostra di essa, non in quella di lei. Quel giorno io non potei perdonarla, bench credo di essermi provata; ma non potevo. Guardavo esternamente la sua vita, ma m'internavo nella vostra.
Ella si ferm e guard Clive fissamente; e qualche cosa nello sguardo di lei lo riemp di timore.
V' qualche altra cosa che non vi ho ancor detto, ella disse.
S? fece Clive.
E sent le proprie labbra aride.
Dovete dirmela? egli domand.
Ecco di che cosa si tratta, ed  una cosa che mi assillava. Sin dalla mia prima lettura io ero stata ossessionata dal pensiero che il vostro corpo fosse quello di un assassino, che le vostre mani fossero le mani di un uccisore. Ero stata piena di paura del vostro corpo: ed ero vostra moglie! La mia carne aveva terrore della vostra carne: e avevamo avuto insieme il piccolo Clive. Quel mio terrore della carne sembrava a me una cosa addirittura irreparabile. E tuttavia non potevo lasciar l'Affrica a motivo di voi: capivo che era a motivo di voi; ma frattanto sentivo che se avessi dovuto vedervi a un tratto, il mio corpo avrebbe avuto terrore del vostro corpo.
Ella vide la testa di Clive ricadergli sul petto, il suo viso sbiancarsi e divenir quasi emaciato. Egli pos una mano sulla scrivania: quella mano tremava. Dopo averla guardata la ritrasse, la strinse a pugno e la tenne sul ginocchio.
Ma, nonostante tutto questo, v'era qualche cosa che mi legava a voi, qualche cosa che non poteva sciogliersi, che mi teneva avvinta a voi, nonostante il corpo, tenacemente. E anche ci mi atterriva. Due parti combattevano in me; erano in assoluto antagonismo, erano come due nemici: per una di esse voi eravate un uccisore, per l'altra eravate semplicemente Clive. Quel giorno, quando io vissi la vostra vita con lei, la mia paura corporale svan: quella donna l'avevate fatta sparir voi ma io sentivo che quasi quasi io stessa avrei potuto sopprimerla. Forse questo  ci che vien chiamato immorale, e giudico io pure che debba esserlo. Sicch fui immorale anch'io quel giorno, perch sentivo che quello non era un delitto. Una voce mi diceva: "Clive era disperato, annientato; forse per un momento non seppe che cosa faceva; ma poi avrebbe voluto salvarla se poteva; avrebbe voluto salvarla, ma era troppo tardi. E nemmeno allora sapeva di averla uccisa lui". E sentivo di perdonarvi il vostro delitto, se delitto si poteva chiamare; non potevo per perdonarvi il vostro inganno. Fantasticavo inoltre perch non avevate detto subito la verit quando foste accusato: su questo mi confondevo giorno e notte; e per molti giorni non feci che pensare a voi e a lei. Ed ecco che una notte in camera mia io ripresi in mano i fogli da voi scritti e lessi queste parole: "Sapevo ch'ella poteva perdere me pure, ch'ella aveva inteso di perdere me pure, dopo la sua dipartita. Ma io mi ci opposi con una strenua lotta; e durante la lotta sapevo di combattere contro la volont che ella aveva avuto di rovinarmi anche dall'oltretomba. La convinzione della sua perversit mi anim a difendermi: ella non dovrebbe pi riuscire a sopraffarmi, non dovrebbe sollevarsi dalla sua tomba e rovinare irrimediabilmente la mia vita".
"Era questa la vostra spiegazione di quel che avevate fatto. E io vidi lei combatter contro di voi, e voi combattere contro di lei.... dopo la sua morte. Vidi un conflitto come dicerto non ve n'erano mai stati per l'innanzi. Vidi lei sollevarsi, uscir dalla tomba; sentii la sua volont, vostra e mia nemica.
Clive tolse la mano di sul ginocchio, l'apr, la protese.
Vostra nemica? disse. Sentivate la sua volont come vostra nemica?
S; e questo fu il principio.  stato sempre detto che le donne sono nemiche delle donne. Io non avevo pensato mai cos: le donne con me, in generale, sono state molto buone. Ma quando sentii la volont di lei come nostra nemica capii ch'io m'ero posta al suo fianco per mettermi contro di voi. Fu proprio cos: vidi me stessa come sua alleata. Potete comprendermi? A me ci sembrava proprio chiaro, terribilmente chiaro. Ella aveva voluto la vostra rovina: quasi era riuscita nel suo intento: aveva reso la vostra vita un perpetuo combattimento, spesso una tortura. Ma non vi aveva ancora rovinato del tutto; e io sapevo che a questo quella donna non poteva giungere che per mezzo mio. Dovevo lasciarla fare? Potevo permetterle di far questo? Io pensavo alla sua volont come a una cosa ancora viva e attiva; e continuai a pensarla cos: e io le ero d'aiuto, io mi schieravo a fianco di lei contro di voi. Lottavo con un'altra donna, mia nemica, contro di voi. E vedevo noi due, lei e io, da una parte, collegate; e voi dall'altra parte, solo.
"Una donna comprenderebbe ci ch'io provai allora. Perch io vi amavo, e ci non poteva mai cambiare. E non v' nel mondo alcuna donna che possa combattere insieme a un'altra donna contro un uomo ch'ella ama;  una cosa che non  mai stata e mai non sar. Le donne son fatte per gli uomini e lo sanno tutte: e io sapevo di essere stata fatta per voi.
Clive si mosse come se volesse cambiar posto, e gi posava le mani sulla spalliera ricurva della seggiola, quando il tintinnio di una piccola campana che risonava in distanza giunse a loro. Era un richiamo alla vita materiale, alla vita in comune, un invito a riprendere ancora una volta la vita interrotta, la vita in due, la vita casalinga.
Essi rimasero seduti ascoltando in silenzio. Ora la campanina aveva smesso di sonare: Bakir era ritornato in casa e li aspettava.
Clive si alz e stette in piedi presso il divano abbassando lo sguardo su Viviana; i suoi occhi le rivolgevano una domanda, ed ella cap quale fosse: ma subito non rispose, aspett un momento; poi disse:
Sapevo anche qualche altra cosa allora: sapevo che dovevo scostarmi dal fianco di lei per venire al vostro. Dovevo farlo: e oggi l'ho fatto.
Si alz e rimase in piedi accanto a lui; ma nemmeno allora egli os toccarla: una strana, prosaica domanda ronzava ancora nella sua mente; la sua mente si concentrava in quella, non poteva staccarsene, nemmeno tra i pensieri angosciosi che lo tormentavano mentre ella stava parlandogli nella stanza sul mare. Sotto di essi, come una pietra sotto l'acqua corrente, quella domanda era rimasta immota, estranea a loro.
Ma.... egli disse, e si ferm.
Che cosa?
Voi avete lasciato il bagaglio alla stazione!
Il viso di Viviana avvamp, e a un tratto ella parve pi giovane, molto pi giovane, e pi somigliante alla Viviana giocatrice di tennis ch'egli aveva amata sin dal loro primo incontro, e che non potrebbe mai cessar di amare. Ella era di nuovo una fanciulla, e subito Clive si sent molto pi vicino a lei, anche pi vicino di quel che non si fosse sentito per l'innanzi: perch la menzogna non era pi tra loro.
S, ella disse.
Perch lo avete lasciato l?
Ma.... non volevo.... Ho pensato meglio di dirvi tutto prima, e poi vedere....
Oh, Vi!
Egli cap, e si sent umiliato fino alla polvere dalla strana delicatezza in lei.
Mander a ritirarlo, egli disse.
Prese la mano di Viviana e la tenne un momento fra le sue: e allora cap che il terrore del corpo di lei per il corpo di lui era morto.
Andiamo in casa, egli disse.
Misero il piede sul terrazzo e Clive chiuse la porta della stanza dietro a loro. Quando egli si volt, vide ch'ella si era accostata al muro e guardava il mare. Egli le si mise accanto.
Dovremo lasciar questa villa, ella disse, dovremo lasciare la casa sul mare.
S.
Dove andremo?
Io vorrei vedere Sidi-Bu-Said.
E poi?
Egli la guard negli occhi, e rispose:
Poi ce ne ritorneremo in Inghilterra: io posso tutto sopportare, ora che ho condiviso il mio segreto con voi.
S; ora tutto sar diverso.
Ella distolse lo sguardo dal mare e lo rivolse al giardino: per un momento rimase immobile.
Poi disse:
Ora io non sento pi affatto la sua volont: credo che non la sentir mai pi.
Proprio allora tutt'e due parvero aver notizia da una distanza incommensurabile della sconfitta di una donna.
Il suono della piccola campana giunse di nuovo al loro orecchio.
Si staccarono dal muro e s'incamminarono verso casa.
...
.
...
FINE.